Pubblicato in: L'Arte parla di sè

Claude Monet, tra impressionismo e fotografia

Il 21 e 22 febbraio presso la Multisala Wiz a Brescia verrà proiettato il film “Io, Claude Monet”. In occasione di questo evento vorrei darvi alcuni spunti per conoscere meglio l’artista, gli impressionisti e le correlazioni con l’avvento della fotografia.
Era il 15 aprile 1874 e nello studio del fotografo Felix Nadar un gruppo di giovani artisti esordì sulla scena parigina con la loro prima esposizione.
Questo gruppo era composto da personalità differenti fra loro per indole e per idee. Essi proponevano una nuova concezione del fare artistico in netta opposizione con le tradizionali istituzioni accademiche, fino ad allora considerate incontestabili.
Tra di loro Claude Monet, colui che aprirà ai suoi compagni la strada della pittura “en plein air”.  Monet insieme a Renoir, Sisley, Pissarro e Morisot costituiscono il gruppo degli impressionisti puri, i protagonisti della pittura di paesaggio “all’aria aperta”, intesa come principio compositivo su cui basavono le loro opere. Monet primo fra tutti, elaborò una tecnica tesa a rendere “l’istantaneità” dell’impressione. Ed è proprio dal termine Impressione, derivante dal titolo di un’opera dello stesso Monet “Impressione, Sol nascente” del 1872, che venne coniato il nome del movimento artistico del gruppo. Gli Impressionisti.

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Impressione, sol nascente – Claude Monet, 1892

L’opera venne esposta per la prima volta proprio in occasione della mostra del 1874.  In questo dipinto Monet coglie gli elementi naturali del paesaggio con sorprendente capacità di sintesi. Descrive perfettamente l’atmosfera registrando l’impressione nella sua verità istantanea, dimostrando quella necessità sempre più incalzante di individuare e rappresentare l’essenziale. Una vera e propria sfida nel cogliere l’attimo, rapirlo e impressionarlo sulla tela. Siamo di fronte ad uno scontro tra l’artista Monet, il tempo, la luce e i fenomeni atmosferici, impegnato in una foga pittorica senza pari. E’ necessario però fare una piccola precisazione..(e ne sfatiamo anche un po’ il mito…) i suoi quadri non venivano realizzati in una sola seduta. Spesso ritroviamo Monet lavorare a più dipinti contemporaneamente.

Le opere di Monet sembrano voler ritrarre la magia di un istante che un attimo dopo svanirà per sempre. Questa sensazione è data anche dal modo in cui egli impugnava il pennello. Utilizzato come se fosse una bacchetta magica (afferrandone la parte più sottile lontana dalle setole), egli sembrava incidere la tela con macchie di colore creando quella voluta imprecisione del segno che andava a ricomporsi in maniera perfetta allontanandosi dal quadro.  La sua tavolozza era gremita di colori “puri”, brillanti. Non esistevano velature, miscugli di tinte. I colori venivano organizzati in linee, macchie, puntini, lasciando allo sguardo dello spettatore il compito di creare i toni intermedi, sostenendo che i colori dovevano mescolarsi solo nell’occhio di chi osserva.

Gli impressionisti furono straordinari innovatori capaci di usare il colore in un modo rivoluzionario, valorizzando l’elemento luce con una potenza fino ad allora sconosciuta.
Ed è proprio nella luce che ritroviamo uno dei primi punti di unione tra la pittura e la fotografia. Il termine stesso“fotografia” deriva dal greco phos, “luce”, e grapho, “scrivere”, ossia “scrivere con la luce”.

Il rapporto quindi tra le due è imprescindibile. Due arti con un grandissimo debito l’una verso l’altra.
Se si osservano ad esempio alcune fotografie del tempo l’influsso della pittura impressionista è così evidente che si fatica a capire se siamo di fronte ad un quadro o ad una fotografia.

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Affascinata da questo percorso parallelo ho iniziato da poco a seguire la storia della fotografia e i suoi protagonisti. Mi sono spesso ritrovata ad ascoltare storie di fotografi che nascevano inizialmente come pittori accademici (tra questi per citarne uno fra tanti Gustave Le Gray). Osservare la loro evoluzione verso lo studio e l’uso della fotografia per poi terminare la loro carriera ancora una volta tra colori e pennelli. Lo trovo estremamente curioso e in qualche modo divertente. E’ come se questi artisti, uomini fedeli all’olio su tela…abbiano preso una sonora sbandata per la nascente e fascinosa fotografia. Tipo Ulisse con le Sirene.

La fotografia, nuovo miracolo della tecnica creato all’incirca negli stessi anni, non poteva che attrarre spiriti così attenti all’innovazione nel trattamento della luce. Assisteremo quindi ad una sorta di scissione stilistica. Da una parte alcuni pittori accademici si tuffano a bomba nel mare sconosciuto della fotografia, altri “semplicemente” influenzati, cambieranno radicalmente il modo di fare arte delineando l’inizio dell’arte moderna.

Non a caso la loro prima esposizione fu proprio all’interno dello studio di un fotografo. Come recitava una vignetta del tempo, Nadar «elevò la fotografia all’altezza dell’arte». Gli impressionisti cercavano una rappresentazione basata sulla percezione visiva della realtà. La fotografia quindi si proponeva come uno strumento estremamente utile per la realizzazione delle loro opere. Innanzitutto per l’analisi della composizione scenica. La capacità della fotografia di “fermare” le scene da ritrarre era un elemento di grande importanza per artisti che dipingevano quasi sempre all’aperto e che quindi erano condizionati dal cambiamento continuo delle condizioni di luce. Dall’altra parte alcuni fotografi dell’epoca sostenevano che una fotografia per essere considerata opera d’arte non doveva essere una mera copia della realtà ma una sua semplice trascrizione. Questo presupponeva l’intervento della mano del fotografo in fase di stampa e quindi di una rielaborazione dell’immagine a volte anche in chiave pittorica. Si scoprì quindi la possibilità di modificare l’immagine, di esaltarne alcuni particolari o di eliminarne altri. La fotografia divenne così una vera e propria forma d’arte tanto da essere presentata come tale nell’Esposizione di Belle Arti, a Parigi, nel 1859.

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Fotografia ritoccata con colori ad olio, particolare

Ecco quindi come le due arti diventano complici l’una dell’altra. Tracciando un percorso di riflessi e rimandi, luci e ombre, impressioni ed espressioni di un’epoca che si stava affacciando al nuovo secolo, il ‘900 e alle sue avanguardie.
Questo trait d’union prosegue ancora oggi. Basta pensare ad esempio alla pittura iperrealista, in cui, lo dice il termine stesso, l’artista tende ad esasperare (iper) la riproduzione fotografica rappresentando la realtà con una tale perfezione tecnica da confondere e in qualche modo anche ingannare il fruitore.
Ma questa è un’altra storia…

Autore:

Chiara, alias TraMe Arte è una giovane artista bresciana che sviluppa un suo percorso artistico del tutto personale. L’artista elabora una serie di lavori caratterizzati da un intricato mosaico di colori accesi, vivaci forme elementari unite con precisione e accostamenti che seguono il gusto dell’improvvisazione artistica. Queste le TraMe di Chiara. Attiva dal 2010 nel panorama artistico di Brescia e provincia con mostre personali e con esposizione collettive a livello nazionale. Il percorso artistico di Chiara Beschi rispecchia perfettamente il suo pseudonimo TraME Arte. Diverse forme d'arte, dalla pittura alla modellazione, fino alla decorazione di complementi d’arredo si intrecciano l'una con l'altra. Un mosaico di colore, forma e materia che vanno a comporre TraMe di vita, esperienze, emozioni e la naturale propensione alla continua sperimentazione artistica e personale di Chiara. Un vero e proprio viaggio dove ogni tappa tocca nuovi lidi, scopre nuove tecniche, avvicina nuove persone.

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