Pubblicato in: Libri

Modigliani. L’ultimo Romantico

Ultimamente mi piace giocare con voi sulla scelta del libro da leggere. Un piccolo sondaggio per conoscere le vostre curiosità e i vostri interessi rispetto all’arte e agli artisti. E’ interessante scoprire quando siamo sulla stessa lunghezza d’onda e quando invece le nostre scelte sono distanti.

I due libri che vi ho proposto sono molto diversi tra loro. Da una parte “Schiava di Picasso” di Osvaldo Guerrieri e dall’altra “Modigliani. L’ultimo romantico” di Corrado Augias.

Ho cercato nelle vostre risposte il coraggio per scegliere un artista a me sconosciuto come Amedeo Modigliani. Avevo bisogno in qualche modo del vostro consenso. L’ho sempre ammirato da lontano. Senza mai approfondire pienamente la sua arte ma soprattutto la sua vita. Ho sperato che anche voi foste dalla mia parte, invece il 60% del pubblico votante ha scelto ancora lui, Picasso.

Nonostante questa vostra presa di posizione ho voluto seguire il mio istinto. Consapevole che la lettura di Guerrieri sarà indubbiamente più accattivante e scorrevole ho sfidato un pò me stessa e ho intrapreso la via di Modigliani, ma soprattutto di Augias.

A differenza di Modì, conosco Augias. Ho letto diversi libri suoi. Dei pipponi atomici. Estremamente interessanti e talvolta anche illuminanti devo dire. “Sai quello che ti aspetta” mi sono detta. Un respiro profondo e via. Ebbene quel vecchio volpone non si è smentito nemmeno questa volta.

Sono circa a metà volume e ho capito ormai i passi di danza previsti per arrivare fino alla fine. Augias ama intervallare la biografia di Amedeo con infiniti dettagli su personaggi a lui vicini e contesti storici che nemmeno chi li ha vissuti in prima persona saprebbe raccontarli con tale dovizia di particolari.

Confesso che ogni tanto perdo il filo e quando ricompare il nome di Modigliani ritorno sul pezzo e capisco che sto ancora leggendo il volume a lui dedicato. A parte questi intervalli, un tantino prolissi per i miei gusti, quando i versi sono interamente dedicati a Modì pare quasi di vederlo camminare per le vie di Parigi, con quel suo atteggiamento tanto affascinante quanto maledetto che lo accompagnerà per il resto della sua breve vita.

Morirà infatti a soli 35 anni.

Queste continue parentesi dell’autore però mi riportano continuamente a personaggi conosciuti e approfonditi nelle recenti letture che vi ho consigliato (vedi sezione libri del blog). Ho ritrovato il pittore Utrillo e il suo ambiguo rapporto con la madre, anch’essa pittrice (una delle protagoniste del libro “Quando anche le donne si misero a dipingere) e poi ancora una volta l’onnipresente Picasso che all’epoca in cui Modigliani viveva a Parigi, frequentava Fernande Olivier, una delle sue storiche amanti (Le amanti di Picasso).

Insomma leggere Augias non è un’mpresa semplice. Ci vuole coraggio. Ma se il fine è conoscere un uomo come Modigliani, ne vale sicuramente la pena.

 

 

 

 

Annunci
Pubblicato in: daily

Io non ti ho scelto

Qualche tempo fa una nuova e carissima amica mi ha prestato un libro. Premetto che per me accettare questo gesto è assai raro e fuori dal mio rigido schema mentale riguardo i libri. Ammetto di essere molto possessiva nei loro riguardi. Un libro diventa parte di me, della mia casa, della mia famiglia. Il prestito l’ho sempre considerato un lascito troppo doloroso da permettere a me stessa e dall’altra parte una bene troppo prezioso da custodire.

Questa volta invece ho accettato. L’entusiasmo e l’affetto di quel gesto hanno sconfitto ogni mia arma di difesa e ho accolto a casa questo libro dal titolo “PICCOLO SELVAGGIO” di Alexandre Jardin.

Inutile dire che la scelta del libro mi ha colpita in pieno. Sì perchè ormai io e la mia Amica abbiamo scoperto una tale empatia in fatto di libri (e non solo), che difficilmente si sbaglia la mira.

Oggi non vorrei raccontarvi nello specifico la trama di questo libro. Lui è stato il mezzo per una riflessione davvero importante. Ieri sera a seguito di una serie di episodi personali che mi hanno provato nel profondo ho sentito con tutta me stessa l’esigenza di seguire le orme del Piccolo Selvaggio, o almeno in parte.

Alexandre Eiffel è un uomo di 38 anni, che ad un certo punto della sua vita decide di cambiare radicalmente registro. Desidera tornare a vivere le emozioni, la spontaneità e la veemenza di un bambino di otto anni, quel bambino che veniva chiamato dal suo papà Piccolo Selvaggio.  La sua necessità di cambiamento è radicale e sotto ogni punto di vista. Io non ho questa esigenza. Ma sento indubbiamente che qualcosa in me è scattato. Quel click che ti fa accendere una luce sulle parti più buie della tua vita, quelle che ti fanno più male, che soffocano la tua serenità. Ho fatto delle considerazioni. Le ho dette ad alta voce, forse per la prima volta, e grazie a questo primo passo di liberazione, ho capito che la direzione da prendere è una sola.

In questa vita vorrei sentirmi comoda. Non accomodante. Molto spesso, troppo spesso, mi sono ritrovata a ricoprire il ruolo di pacere, di mediatore. MI SONO DATA (e lo sottolineo a caratteri cubitali)  l’infausto compito  di ricucire degli strappi che non erano alla mia portata o molto più semplicemente di mia competenza. Sono amante dell’equilibrio. Non amo gli eccessi. Adoro gli entusiasmi sì, i picchi di felicità ma non sopporto le urla, l’aggressività, l’astio e il rancore. Forse dico una banalità? Chi può amare la rabbia e il risentimento. Ebbene… esistono elementi, che ad oggi difficilmente reputo persone, che vivono, o forse è meglio dire, sopravvivono di tali sentimenti. La loro è una ricerca continua e spasmodica. Costruiscono castelli di menzogne pur di raggiungere la vetta del loro vittimismo cosmico. Per loro diventa ormai una missione. Non ho ancora capito se più o meno inconsciamente questi meccanismi diventano il motore della loro esistenza. Che spreco di tempo. Che spreco di energie.

Questi meccanismi ahimè li conosco molto bene, non certo perchè fanno parte di me. Chi mi conosce lo sa…come diceva qualcuno. Adesso che sono grande ho finalmente la capacità di riconoscere questi pericolosi ingranaggi da cui, inizialmente, mi facevo travolgere in un turbinio di insulti, accuse, cattiverie gratuite. Io mi sono sempre ritrovata in mezzo. Come un muro di gomma che serviva per attutire il colpo. Quella membrana che protegge in qualche modo, che cerca di salvare il salvabile.

Nessuno me l’ha chiesto. E’ stata una mia scelta. Perchè in fondo si desidera sempre il benessere delle persone che abbiamo accanto e forse ancor di più  un’armonia familiare che è sempre più utopia e meno realtà. E così ho perseguito in questo ruolo. Prima ascoltando sfoghi velenosi, dopo, con un briciolo di maturità e intelligenza, cercando, di far ragionare, spesso invano, i soggetti in causa. Mi sono resa conto, purtroppo che questo abito da giudice di pace non mi appartiene più. E’ un fardello troppo pesante da indossare. Quindi ho deciso. Si cambia registro.

Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

Volto le spalle. Sì. Ho scelto questa direzione. E non è certo una scelta facile. Ho imparato a mio discapito che ci sono dei limiti che non bisogna superare. La salute prima di tutto, ci insegnano… Ecco la mia salute a causa di certi atteggiamenti, che definirei senza troppo contegno, subdoli e meschini, nuociono gravemente alla mia salute. Psicologica e di conseguenza fisica.  Il nostro corpo è un ricettacolo di emozioni.

Ho deciso di mettere un punto fermo con certi legami che non ho scelto. Sono così stanca di sentirmi in dovere di rispondere a dei legami di sangue che non fanno altro che succhiarmi letteralmente energie vitali. Corrodono la mia essenza.

Qualcuno li chiama vampiri energetici, io li reputo semplicemente dei rompi coglioni. Gente completamente immersa nel proprio liquame di insoddisfazione e frustrazione che vomita tutto questo malessere sugli altri con ogni mezzo a loro disposizione.

Quello che confesso in queste righe è molto forte. Ne sono consapevole. Come il Piccolo Selvaggio ho raggiunto un punto di saturazione. Consapevole di questo salvo me stessa e vaffanculo.

Pubblicato in: Senza categoria

“Le amanti di Picasso” – Harmony a regola d’arte

Titolo: Le amanti di Picasso. Quando il genio diventa crudeltà
Autore: Paula Izquierdo
Editore: Cavallo di ferro

Pablo Diego José Francisco de Paula Juan Nepomuceno Maria de los Remedios Cipriano de la Santísima Trinidad Ruiz y Picasso. Già dal nome possiamo intuire la complessità di quest’uomo che è stato indubbiamente il più grande artista del XX secolo.

Picasso era un uomo contraddittorio, in perenne conflitto con se stesso, appassionato, instancabile lavoratore, a volte carnefice delle proprie opere e non solo.. altre volte incredibilmente tenero.

La sua vita, soprattutto sessuale, è intimamente legata alla sua creazione. Le sue mani accarezzano, toccano con ardore quelle donne che poi saranno oggetto della sua arte, oltre che delle sue ossessioni.  Lo dimostrano le migliaia di quadri in cui rappresentò le 13 donne più importanti della sua esistenza.

Picasso faceva l’amore, creava le sue donne attraverso l’arte, per poi, a un certo momento, distruggerle con la sua stessa pittura.

Questo libricino può avere le sembianze di un Harmony. Effettivamente parla d’amore. Del grande amatore Picasso e delle donne che hanno subito…è proprio il caso di dirlo, la sua travolgente passionalità.

Un genio crudele viene definito nel libro. Io direi anche…uno stronzo seriale.

Buona lettura amici!

P.S. Se il grande Picasso stuzzica la vostra curiosità ecco alcuni libri più o meno abbordabili…che ho letto su di lui:

Pubblicato in: Libri

“Quando anche le donne si misero a dipingere” – Un “libro caramella”

Titolo: Quando anche le donne si misero a dipingere
Autore: Anna Banti
Editore: Abscondita
Collana: Miniature

Definirei questo libro, un “libro caramella”. Si perché dalle pagine di questo volumetto di sole 93 pagine, possiamo assaggiare piccole storie di donne, alcune deliziose, altre appiccicate agli uomini della loro vita.

Come in un sacchetto di dolciumi possiamo scegliere quale leggere per prima e alla fine eleggere la nostra preferita.

Non troveremo le “caramelle” più famose. Un gusto al quale il nostro palato è già in qualche modo abituato. Avremo la possibilità di assaporare le vite di artiste che hanno vissuto la loro modesta carriera in secondo piano. I libri di storia dell’arte non le ricordano quasi mai. Eppure con la loro esperienza hanno creato dei precedenti degni di nota. Sia per quanto riguarda la storia dell’emancipazione femminile sia per quanto riguarda la storia dell’arte. Tra queste ricordiano Berthe Morisot, esponente donna del movimento impressionista.

L’autrice, Anna Banti (pseudonimo di Lucia Lopresti) si occupava di critica d’arte ed era saggista molto attenta alla condizione femminile. Suo è anche il libro dedicato ad “Artemisia” Ed. SE.

Non mi resta che augurarvi una piacevole lettura!

Per acquistare i libri appena citati:

Pubblicato in: L'Arte parla di sè

Berthe Morisot

14 gennaio 1841 –  è una giornata fredda, la neve copre i tetti delle case e il cielo riflette questo candore luminoso e avvolgente. Siamo nella città di Bourges, un paesino situato nella Valle della Loira, e la famiglia Morisot è in trepidante attesa. Mamma Marie-Joséphine-Cornélie sta per dare alla luce la piccola Berthe.

Questa luce, così intensa, fragrante e vivida la ritroveremo protagonista delle sue tele. Sì perchè la nostra Berthe da grande farà la pittrice. Ancora da bambinetta dimostrò le sue attitudini e fu incoraggiata all’arte della pittura dal padre. Successivamente quando la famiglia al completo (sorelle e fratello compresi) si trasferì nei pressi di Parigi, venne seguita privatamente da una serie di maestri. Ebbene sì, si trattava esattamente di lezioni private. Non con il metodo CEPU, recupero anni scolastici. Berthe fu “costretta” ad avere maestri privati perchè all’epoca l’École des Beaux-Arts non ammetteva le donne.

Unitevi con me in un gaudioso applauso per i coniugi Morisot, che nonostante questo ostacolo le diedero l’opportunità di esprimere la sua vera essenza attraverso la pittura e a noi più tardi di godere di tanta beltà.

Tra i suoi maestri più importati ci fu il celebre Jean-Baptiste Camille Corot, che suggerisco di approfondire agli amanti del paesaggio. Lui fu infatti uno dei massimi esponenti di questo genere. Il buon Corot da amante della natura non fece altro che introdurla nella sua passione facendole conoscere il meraviglioso mondo della pittura en plein air.

Fortunatamente il caro papà, fece costruire per lei e le sorelle (anche loro aspiranti artiste) un piccolo atelier nel giardino di casa, in modo tale che potesse sperimentare e studiare meglio il mutare della luce sulla natura.  Dico fortunatamente perchè ancora una volta il connubio donna/artista diede ulteriori problemi a Berthe. L’arte per le donne non sa da fare, recarsi allegramente in un parco pubblico per dipingere è un oltraggio. Facile intuire la frustrazione della nostra Berthe che trovava ad ogni angolo un muro che impediva alla suo talento di fiorire nel modo più naturale possibile.

Spesso in preda alla depressione è perennemente scontenta delle sue opere. La sua autocritica e logorante pignoleria saranno però la chiave della sua tenacia. Era pur sempre del segno del Capricorno! Divenne in poco tempo un modello d’indipendenza, tenacia e di talento anche per i colleghi maschi. Cocciuta e testarda cambiò direzione e accolse nelle sue tele altre tematiche a lei molto care, la figura della donna in primis, l’ambiente domestico e i bambini.

Berthe Morisot ritratto

Tra i suoi colleghi ricordiamo in particolar modo Eduard Manet. Il loro legame fu molto intenso. Lo testimoniano scritti privati e confidenze che entrambi fecero ad altre persone. Non mancarono i gossip. Lui sposato, lei giovane e bella artista che tenta di entrare nel gruppo degli impressionisti grazie a certe “referenze” … Sicuramente la loro storia avrebbe potuto essere sulle copertine delle odierne riviste specializzate quali “Novella 2000”, “Gente”, “Chi” e il bollettino parrocchiale.

Non mi sono soffermata molto su questo aspetto della sua vita. Mi limito a pensare che il destino mise sul cammino di questa donna un grande artista, che fu il suo mentore, collega, amico e poi anche cognato. Berthe sposò Eugène Manet, il fratello di Eduard. Divenne quindi la signora Manet. Impressionista di dato e di fatto.

Vi invito a scoprire le sue opere, la loro vibrante sensibilità prima di tutto di donna e poi d’artista. Osservate le sue pennellate, quanto sono intense?! Ammirate i suoi soggetti, quanto è percepibile la loro umanità? Ascoltate la sua forza. Siate alleati insieme a me delle sue battaglie. Berthe ha vissuto in una società che le chiudeva le porte di un parco PUBBLICO perchè una donna NON PUO’ DIPINGERE. Come se quel gesto fosse un atto osceno.

La culla

Quando morì si limitarono a incidere sulla pietra “vedova di Eugene Manet”, senza alcun riferimento alla sua professione. Come se quella parte della sua vita…che era a tutti gli effetti LA SUA VITA non fosse degna di nota.

Forse può sembrare che questo ultimo smacco abbia sancito una vittoria a favore di quella società stolta e chiusa. Invece no, tutt’altro. Berthe oggi è ricordata sui libri di scuola, le sue opere abitano nelle sale dei più grandi musei al mondo e a Parigi le hanno pure dedicato un giardino…guarda un pò.

Hai vinto tu cara Berthe! E noi con te!

Grazie!

 

 

 

 

 

Pubblicato in: daily

2019

Ed eccoci di nuovo qui con un bagaglio di obiettivi da raggiungere. Chi di noi si sente immune da questo marasma di buoni propositi?

Il povero 2019 è appena iniziato ed io l’ho già caricato di pensieri e progetti di ogni forma e colore. I miei occhi proiettano sogni, il mio cuore scalpita e la mia mente rimbalza da un pensiero all’altro. Insomma l’anno nuovo ha solo dieci giorni e in casa TraMe Arte è già un gran casino!

Ma si sa, ogni cambiamento presuppone una rivoluzione.

Durante gli ultimi giorni dell’anno ho scritto sul mio nuovo quaderno dei desideri, l’elenco degli obiettivi/progetti che vorrei portare a termine o quantomeno iniziare nel 2019. Sono pochi ma molto ambiziosi.

Poi un bel giorno ho deciso di partecipare ad un workshop tenuto dalla fantastica Business Coach Roberta Moretti e da pochi progetti ambiziosi ne sono uscita con UN MACRO OBIETTIVO SUPER AMBIZIOSO. Quest’idea torna continuamente a farmi visita. Spesso si nasconde sotto mentite spoglie ma in fondo è sempre lei che bussa alla mia porta. Chissà che questa sia la volta buona…o meglio…LA SVOLTA BUONA.

Grazie alle indicazioni di Roberta ho sviscerato il progetto in piccoli passi, necessari per arrivare alla meta, quella fantomatica vetta che dal punto di vista in cui mi trovo ora sembra lontana anni luce. So di non essere sola in questo pellegrinaggio esistenziale. Ognuno di noi ha un cassetto brulicante di sogni. Qualcuno non ha il coraggio di sfiorare nemmeno il pomello di sto benedetto cassetto, altri si tengono alla larga anche dalla sola IDEA di cassetto, figuriamoci pensare che dentro ci siano dei sogni!

Quanta confusione, quante paure si palesano al nostro cospetto. Non so esattamente quale sia la chiave per andare oltre a questa gabbia di titubanze ma una cosa è certa, ascoltarsi è il primo passo da compiere sempre e comunque. Porre attenzione non significa però frenare il nostro cammino. Significa analizzare le corde più intime di noi stessi, conoscere queste paure, ri-conoscerle e farle nostre alleate. Trasformarle in fionde e non in catene. Dobbiamo usare tutta la nostra forza unita ad una buona dose di sana incoscenza e compiere questa magia.

Il “mi piacerebbe”, “vorrei tanto ma” sono frasi da falliti cronici. Ogni volta che sento queste parole i miei nervi iniziano a ballare la taranta. Il punto è, rimanere vittime di se stessi o essere motivo di orgoglio e magari esempio per gli altri?

Io non so se riuscirò a raggiungere il mio super obiettivo ma so che ho già iniziato a lavorare per poterlo trasformare finalmente in realtà. Un passo alla volta. Ho scelto come compagne di viaggio “Costanza”  e “Tenacia”. Le trovo perfette. Sono entrambe molto socievoli, divertenti e al tempo stesso serie e precise. Giusto quello di cui ho bisogno.

Non mi resta che augurare anche a te che stai leggendo di aprire gli occhi un giorno e renderti conto che quello che vedi non è un sogno ma la tua vita.

 

 

Pubblicato in: L'Arte parla di sè

Artemisia

Oggi faremo insieme un viaggio. Vi porterò nella Roma del Seicento.

Immaginate di passeggiare con me per le strade della città eterna. Fate attenzione a non sbattere contro qualcuno e soprattutto guardate bene dove mettete i piedi! Roma in questo periodo è un cantiere a cielo aperto! Il clero e le più ricche famiglie romane sono diventati una calamita per grandi artisti e architetti che stanno letteralmente rivoluzionando la città!

Guardate davanti a voi! Vedete quelle immense colonne! Lì stanno realizzando il Colonnato di San Pietro!

E dall’altra parte della strada, avete visto quell’uomo con quel viso corrucciato? E’ Caravaggio, incazzato nero perché gli hanno rifiutato l’ennesima opera (Morte della Vergine – 1601-1605/1606). Vagherà per locande e per i vicoli più malfamati in cerca di qualche rissa, finchè, lo sappiamo, ci scapperà il morto…e lui sarà costretto a fuggire lasciando Roma e tutta una serie di artisti suoi seguaci, che hanno sviluppato negli anni a seguire lo stile cosiddetto Caravaggesco.

Tra questi seguaci troviamo Orazio Gentileschi padre della grande Artemisia: la donna “Caravaggio”.

Durante questo viaggio incontriamo lei. Una bambinetta che corre svelta. Artemisia ha il passo deciso, non è come le sue coetanee che saltellano, giocano. Lei va dritta, sicura verso il percorso che la vita le ha designato. Ha appena perso la sua mamma. E’ stato tutto così assurdo. Un attimo prima attendevano insieme con trepidazione la nascita del nuovo fratellino, quello dopo il silenzio, la morte. Ha mescolato lacrime di gioia per la nascita del piccolino con quelle del dolore più immenso che una bambina della sua età possa mai provare. “La mamma è morta Artemisia”. I suoi occhi si spalancano in un urlo di dolore e scappa via. Non sa dove andare. Smarrita, sola, travolta da una sofferenza troppo grande da sostenere. Per non cadere decide di correre. Scappare per le vie di quella città in subbuglio. In cui gli uomini iniziano già a guardarla con interesse, con quello sguardo lascivo che lei ancora non contempla, non permette. Artemisia vuole solo la sua mamma. Dopo ore di cammino, torna a casa. Si arma di foglio e grafite e inizia a disegnare, sfogando così nell’arte il suo dolore. Dimostra una dote naturale, acquisita dal padre che la accoglie nella sua bottega. Qui lavora e cresce circondata dai sei fratelli e da altri illustri pittori che le insegneranno l’arte del disegno e della pittura. Tra questi Agostino Tassi, amico del padre prima di tutto e poi maestro di prospettiva della stessa Artemisia. Agostino Tassi: l’uomo che strapperà ad Artemisia l’ultimo lembo di fanciullezza, l’uomo dello stupro, quel gesto che segnerà per sempre la sua esistenza e anche il suo ricordo a venire.

Artemisia non è una donna come le altre. Il suo corpo è lacerato dalla violenza, ma il suo animo no. Confessa al padre il sopruso subito. Ci vorrà un anno prima che Orazio si convinca a denunciare Tassi. All’epoca dovevano essere i coniugi (o in tal caso il padre) a vendicare l’onta subita. La violenza non era considerata un’offesa alla donna bensì all’uomo che la possedeva, di cui ne era proprietario.

Il processo fu un ulteriore condanna. Artemisia accetta di testimoniare sotto tortura, viene sottoposta alla sibilla, supplizio progettato per i pittori, che consiste nel fasciare loro le dita delle mani con delle funi fino a farle sanguinare. Alla fine il Tassi ne risulterà indenne, pur riconosciuto colpevole tornò in libertà dopo meno di un anno. Saranno i Gentileschi a subire notevoli danni morali. Prima fra tutti ovviamente la nostra Artemisia, ricordata più per questo devastante episodio che per la sua arte. La “pittora” (così si faceva chiamare), la prima donna ammessa all’Accademia delle arti del disegno di Firenze, città cui sarà destinata a seguito di un matrimonio riparatore con un pittore fiorentino, anche lui poco entusiasta di avere per moglie un’artista così dotata e assolutamente poco affabile alle pratiche domestiche.

Firenze sarà per lei una rivalsa. La rinascita di una donna così intimamente legata alla sua pittura da renderla indipendente grazie alle importanti commissioni ricevute dalle famiglie fiorentine (Medici compresi) e dalle amicizie degne di nota con altri rivoluzionari dell’epoca come Galileo Galilei che nutre per lei grande stima.

Artemisia sarà la prima artista donna a guadagnarsi, pennellata dopo pennellata, la sua autonomia. Non avrà bisogno della dote di famiglia per vivere ne di quella del marito. La sua emancipazione è un esempio di forza e caparbietà. Il suo amore e desiderio viscerale di dipingere saranno la sua ancora di salvezza. Stimolo continuo per un riscatto prima di tutto morale.

I suoi dipinti sono una denuncia continua. L’unica arma a sua disposizione. Artemisia non può restare in silenzio. Deve gridare al mondo intero quello che una donna può subire ma anche e soprattutto quello che è in grado di fare.

artemisia-gentileschi-giuditta-uffizi

Veste i panni di Giuditta e sfodera la spada per tagliare la testa al suo carnefice. Impassibile, glaciale, infonde la lama in profondità e vendica con la morte la violenza subita. La brutalità di questo gesto non si addice ad una donna, ma Artemisia non ha paura di sporcarsi le mani. I suoi colori, sono il sangue mai versato, la tela la giustizia mai concessa. La rabbia, il senso di abbandono, le ferite ancora aperte, le parole non dette prendono vita nella sua arte e lei di conseguenza sopravvive.

Qualcuno sostiene che Artemisia Gentileschi non sarebbe l’artista che conosciamo se non avesse subito quella violenza. Così come Frida non sarebbe Frida senza l’incidente.

Non so dare una risposta a queste affermazioni. Penso solo che non esiste un’Artemisia, una Frida…

Ognuna di noi può essere ciò che desidera. Sempre e comunque. Non esistono uomini o donne che possono ostacolare o veicolare le nostre scelte.

Non esiste violenza più grave dei limiti che imponiamo a noi stesse.

Pubblicato in: daily

#compagnidiviaggio

In questi giorni, costretta a ore di riposo per Gino (il ginocchio malconcio…) mi sono dedicata ad una serie di preventivi che avevo in arretrato… Progetti da inviare…e nuove ricerche da fare.

Quando mi occupo di questo genere di attività accanto a me (oltre a Nina ovviamente…e sporadicamente Gaspare…) ci sono sempre loro:  i miei insostituibili compagni di viaggio…
“Signora Agenda” by La Nave di Teseo e “Desiderio” il Quaderno dei desideri by Buffetti

Elementi del quotidiano di cui non potrei più farne a meno. I “mai più senza” per dirla alla Enzo Miccio.  Loro mi seguono ogni santo giorno, nei miei infiniti spostamenti, mi aspettano accoccolati l’uno all’altro nel mio zaino/valigia, si aprono con entusiasmo ogni qual volta devo annotare qualcosa di importante e sembrano sorridere soddisfatti quando percepiscono una certo entusiasmo nel mio modo di scrivere. Signora Agenda e Quaderno dei desideri sono parte di me. Senza di loro mi sento come se mi mancasse un arto. *Nota bene: programmare una seduta dalla psicologa per approfondire attaccamento viscerale e morboso a cose inanimate.

Oggi vi presento Signora Agenda.

Signora Agenda è la più anziana dai due…sì perchè sono ormai devota a questa edizione da ben 3 anni, e ovviamente anche il 2019 mi vedrà tra i suoi adepti.

La scelta di un’agenda è un’attività molto complessa a mio avviso. Non puoi affidarti al caso. A quella che ti attira maggiormente dagli scaffali. L’agenda è come la scelta di una casa, di un abito da sposa (per chi si sposa).

PEM! Grande affermazione! Ma pensateci bene.

La nostra agenda in qualche modo ci rappresenta. In lei troviamo lo spazio di cui abbiamo bisogno. Le pagine bianche che desideriamo colmare di appunti e promemoria. Il profumo della carta, la consistenza dei fogli, il colore delle pagine, della copertina, come sono organizzati i giorni della settimana (pagina intera, mezza pagina…), la dimensione (tascabile, enorme, via di mezzo), elegante, minimal, pacchiana, sobria, esuberante.

Insomma ci sono una serie infinita di dettagli fondamentali che portano alla proclamazione della NOSTRA AGENDA.

Non so voi ma personalmente quando giunge il momento del “SI LA VOGLIO”, c’è sempre quella gioia e soddisfazione (del tipo “ce l’ho fatta non mi sembra vero!) mista a incredulità…DUBBIO. Quel dubbio che alla cassa ti fa esitare un attimo. La commessa pronuncia l’importo e tu pensi “Dai tutto sommato non ho speso tanto…” e subito il dubbio incalza…”Ma se hai speso così poco alla fine avrai comprato un’agenda che non vale niente…”. Quindi resti li. Con lo sguardo proiettato nell’universo cosmico delle incertezze e non molli la carta di credito. La voce implorante della ragazza ti riporta nel mondo dei vivi e con un sorriso ti invita a pagara sto caspita di agenda.

Un ultimo sguardo alla povera commessa, un respiro ed ecco. Ora l’agenda è tua. Accuratamente riposta nel suo sacchetto di carta reciclata è li che non vede l’ora di essere ufficialmente accolta nella tua incasinatissima vita ordinaria.

Ovviamente il dubbio non ti ha ancora abbandonato. Esci dal negozio e proponi SUBITO un caffè. Prima di tutto perchè la scelta ti ha spossato completamente, secondo perchè DEVI RICONTROLLARE E RIVALUTARE PER LA MILIONESIMA VOLTA CHE LEI SIA L’AGENDA GIUSTA PER TE!

Qualcuno la chiama precisione, attenzione, altri la definiscono indecisione, i più diretti mania, gli amici veri PATOLOGIA. Fatto sta che al termine ti tutto questo estenuante iter di valutazione io la mia agenda l’ho trovata! Ed è perfetta!

Colorata, allegra, ordinata, ma allo stesso tempo fonte di attimi di introspezione potenti, sì perchè l’agenda de La Nave di Teseo sceglie una tematica diversa ogni anno e raccoglie una serie di pensieri del celebre scrittore Paulo Coelho.

E niente…questa è la storia di Signora Agenda. Io la adoro. E non la cambierei per nulla al mondo. Ormai vado sul sicuro. I tempi dell’indecisione sono ormai parte di un passato assai remoto. Ora navigo spavalda sulla nave delle conferme. Entro con passo svelto e sicuro in libreria, la vedo da lontano, lei mi sorride, sa che sto andando a prenderla, e non appena la tengo fra le mani e respiro il suo profumo sento una sensazione di pace e serenità indescrivibile, che solo le agende del cuore ti possono dare.

Il 2018 sta per finire ed io non vedo l’ora di acquistare la nuova edizione 2019.

E tu hai la tua agenda del cuore?

 

 

 

Pubblicato in: daily

A volte ritornano

Sopravvissuta egregiamente ad una rovinosa caduta su me stessa, mi sono trovata, una domenica d’autunno, in uno stato di immobilità temporanea.

Una condizione che ha riportato subito la mia mente a questo blog, vittima dello stesso intoppo. Ed eccomi di nuovo qui, con la mia sporta di buone intenzioni, pronta a rompere il silenzio. A raccontare cose, riprendere argomenti, recuperare spazio e tempo per questa attività del tutto irrilevante nella mia esistenza, ma che in qualche modo rappresenta una piccola esigenza “fisiologica”.

Lo confesso. Anche io vorrei condividere storie avvincenti su instagram. Riprenderrmi mentre guido senza cinture di sicurezza, inebetita davanti al cellulare, in preda alle smorfie più fighe per catturare l’interesse del mio numerosissimo pubblico…

Avere il mio coraggio di mettere in primo piano la mia faccia e tenere dietro le quinte i miei pensieri.

Ma in questo momento della mia vita, nonostante abbia fatto alcuni miseri tentativi, proprio non ce la faccio. Il mio genuino accento bresciano non aiuta. Ve lo dico.

Ho scelto di scrivere. Probabilmente se la mia insegnante di italiano delle medie sapesse di questo blog inizierebbe a ridere a crepa pelle… e cadrebbe esanime su se stessa (un po’ come è successo a me domenica).

Causa del decesso: picco di ilarità spasmodica.

A parte esorcizzare traumi adolescenziali, il mio intento è quello di proseguire con quella che è diventata negli ultimi anni, la mia sfida personale, una sorta di missione:

Toccare le corde più profonde dell’animo umano attraverso l’arte. Portarla sul vostro schermo, lasciarvi catturare dal suo sublime potere e magari risvegliare cervelli assopiti…

Il mio vista l’ora sta prendendo quella direzione…

Ma domani è un altro giorno…

Come diceva la Ross🤟🏻

Buonanotte Tramini😴

Pubblicato in: L'Arte parla di sè

Frida: Passionale resilienza

La scorsa settimana ho visitato la mostra dedicata a Frida Kahlo. Confesso di non amare la sua pittura e a seguito della mostra confermo che i suoi dipinti non mi entusiasmano. Perchè? Dicono che le persone del segno della Bilancia come me siano amanti dell’estetica, del bello. Partendo da questo presupposto posso certamente affermare che il mio non amore per l’arte di Frida è esattamente legato ad un senso prettamente estetico. Lei protagonista dei suoi dipinti, con il suo monociglio, la sua peluria, la sua maniera di dipingere un po’ primitiva non rientrano esattamente nei miei “canoni di bellezza”.

Nonostante questa premessa apparentemente negativa posso affermare senza pudore di essermi innamorata di Lei, Frida.

.153810504-36f8869d-6ca8-4087-97c9-13877b5d2787

 

Conoscevo la sua storia a tratti, a dire il vero l’ho sempre un po’ snobbata proprio perchè non sono attratta dalla sua pittura. Al termine del percorso però ho imparato a leggere la sua arte attraverso il suo vissuto e cambiando prospettiva si sa, cambiano anche le sensazioni e le emozioni.

Frida è l’emblema della forza, della tenacia, della perseveranza. Una combattente, una rivoluzionaria e non solo sotto l’aspetto politico. Il suo destino fu segnato fin da bambina, quando all’età di sei anni le diagnosticarono la poliomelite. Questa la fonte ufficiale. Alcuni biografi sostengono invece che fosse affetta da spina bifida, una malattia genetica che la famiglia per questioni di buona reputazione preferì nascondere. Nel corso della sua vita subì 32 operazioni e considerando che morì a soli 47 anni possiamo dire che il dolore fisico fu una costante esistenziale.

La storia della spina bifida o poliomelite non è niente rispetto a quello che le accadde nel 1925, quando rimase vittima di un disastroso incidente stradale. L’autobus su cui viaggiava si scontrò rovinosamente con un tram. Frida fu trafitta da un palo di ferro dalla schiena al bacino. Perse così la sua verginità, perforata da un palo.

Era il 1925 e ovviamente la medicina non aveva i mezzi e le risorse di oggi. Mi chiedo quindi come sia stato possibile sopravvivere a una tale tragedia. Scoprendo passo dopo passo la sua vita (infelice gioco di parole), penso che Frida incarni perfettamente la credenza che esiste un destino già scritto per ciascuno di noi. Un disegno prestabilito, da qualcosa o qualcuno di immenso. Un disegno che letteramente divenne linfa vitale per Frida. Costretta a letto per un tempo infinito trovò nel disegno e nella pittura la sua ancora di salvezza. Quello spiraglio di vita a cui potersi aggrappare con tutte le sue forze.

Lei divenne il soggetto principale della sua arte. Prima di tutto per una questione prettamente tecnica…inchiodata a letto non vedeva altro che se stessa riflessa nello specchio fatto installare dalla madre sul suo letto a baldacchino. Questa condizione la portò inevitabilemnte a riflettere non solo la sua immagine ma anche il suo dolore, fisico e psicologico.

 

A seguito dell’incidente Frida imparò di nuovo a camminare, a reggersi sulle proprie gambe e a quel busto che dovette indossare per tutta la vita. Un busto rigido, pesante che divenne come una seconda pelle, come una delle tante cicatrici che il suo corpo fu costretto a sopportare e nascondere. Da questa condizione, unita anche al suo impegno sociale, vicino al popolo, nasce la volontà di indossare gli abiti tradizionali messicani, le ampie gonne, fondamentali per coprire le gambe malate e le coloratissime camicie. Un corpo turbato dal male fisico avvolto in tessuti dai colori sgargianti, allegri. Un contrasto quasi grottesco che trasformarono Frida in una vera icona.

Frida è conosciuta non soltanto attraverso i suoi dipinti ma anche attraverso la fotografia. Grazie all’influenza del padre fotografo, Frida capì ben presto le potenzialità del suo aspetto. Una femminilità primitiva, lo sguardo fermo, imperturbabile, quasi inespressivo.  Un atteggiamento che sembra sfidare il fruitore, ma che in realtà si pone in una condizione di isolamento, mostra una distanza tra lei e il resto del mondo, una distanza che rispecchia la sua solitudine interiore, quella tristezza ormai radicata nella sua anima.

8145832829_8d727c647c_o

Dipingere per Frida diventa uno stato di necessità. Sulla tela esprime le sue ossessioni. L’arte è lo specchio dei suoi drammi. La sua immagine la cornice di cui si vestono i suoi dolori.

Quasi a prendersi gioco di loro, in un connubio di colori, stravaganze, eccessi, Frida appare alle persone che la conosceranno come una donna allegra, vivace, inebriante. Con il suo aspetto così colorato sembra farsi beffa della vita che la mette costantemente alla prova.frida ride

Innamorata dell’Amore, di Diego Rivera. Disperatamente innamorata di lui, del desiderio di diventare madre. I due lati opposti della medaglia. La gioia dell’amore, della passione, dell’arte che li ha fatti conoscere e unire per la vita. Dall’altra parte il tradimento, gli aborti. Schiaffi violenti che la vita le  riserba, come a farle ricordare con prepotenza che ad ogni gioia equivale un dolore, una prova.

Lei stessa disse: “L’angoscia e il dolore. Il piacere e la morte non sono nient’altro che un processo per esistere”

Frida-Kahlo-Non-me-ne-frega-niente

Ma Frida è una tosta. E’ una donna piena di misteriose pulsioni, la sua essenza è dirompente, è fatta di contrasti e di sogni. Frida sembra capire che vivere è un mistero da gustare più che da capire e impara a considerare la sua infermità come un “luogo” nel quale coltivare lo spirito, in cui la creatività diventa arma di difesa per il tempo, per il dolore, per quella sensazione di morte che aleggia continuamente nella sua vita e che arriverà definitivamente il 13 luglio del 1954. Durante la notte Frida si abbandona alla morte, ufficialmente a causa di edema polmonare, più probabilmente è lei ad imporsi questa volta.  Decide di dire basta. Decide di salvarsi, una volta per tutte. E grazie ad un’overdose di Demoral, derivato della morfina chiude gli occhi per sempre. Frida si congeda dalla vita e chiude il sipario. Lascia alle sue spalle un mondo di sofferenza per rinascere una seconda volta. In quella Frida che conosciamo noi, nella sua arte, il suo viso.frida-kahlo-mostre-milano-2018-mudec-internettuale

La definirei come la Madonna dei nostri tempi. Un po’ forte come paragone, me ne rendo conto. Ma Frida si presenta come un’apparizione con la sua figura inconfondibile. Lei ti guarda e tu non puoi fare a meno di chiederti chi sia questa strana donna. Cosa si cela dietro il suo sguardo. La storia è affascinante, ricca di colpi di scena, episodi drammatici e altri dal sapore quasi fiabesco. Potrei scrivere per ore e raccontare la sua storia, la sua biografia. Ma il mio compito non è quello di darvi delle nozioni accademiche sulla sua vita. Troppo noioso. Spero invece che queste poche righe possano aver aperto il vostro cuore ad una donna straodinaria, che con la sua arte e il suo ardente amore per la vita ci sia da esempio, da musa, per sentire quanto il tempo che abbiamo a disposizione, per quanto doloroso e crudele sia, valga sempre la pena di essere vissuto pienamente, fino all’ultima goccia di colore.