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Artemisia

Oggi faremo insieme un viaggio. Vi porterò nella Roma del Seicento.

Immaginate di passeggiare con me per le strade della città eterna. Fate attenzione a non sbattere contro qualcuno e soprattutto guardate bene dove mettete i piedi! Roma in questo periodo è un cantiere a cielo aperto! Il clero e le più ricche famiglie romane sono diventati una calamita per grandi artisti e architetti che stanno letteralmente rivoluzionando la città!

Guardate davanti a voi! Vedete quelle immense colonne! Lì stanno realizzando il Colonnato di San Pietro!

E dall’altra parte della strada, avete visto quell’uomo con quel viso corrucciato? E’ Caravaggio, incazzato nero perché gli hanno rifiutato l’ennesima opera (Morte della Vergine – 1601-1605/1606). Vagherà per locande e per i vicoli più malfamati in cerca di qualche rissa, finchè, lo sappiamo, ci scapperà il morto…e lui sarà costretto a fuggire lasciando Roma e tutta una serie di artisti suoi seguaci, che hanno sviluppato negli anni a seguire lo stile cosiddetto Caravaggesco.

Tra questi seguaci troviamo Orazio Gentileschi padre della grande Artemisia: la donna “Caravaggio”.

Durante questo viaggio incontriamo lei. Una bambinetta che corre svelta. Artemisia ha il passo deciso, non è come le sue coetanee che saltellano, giocano. Lei va dritta, sicura verso il percorso che la vita le ha designato. Ha appena perso la sua mamma. E’ stato tutto così assurdo. Un attimo prima attendevano insieme con trepidazione la nascita del nuovo fratellino, quello dopo il silenzio, la morte. Ha mescolato lacrime di gioia per la nascita del piccolino con quelle del dolore più immenso che una bambina della sua età possa mai provare. “La mamma è morta Artemisia”. I suoi occhi si spalancano in un urlo di dolore e scappa via. Non sa dove andare. Smarrita, sola, travolta da una sofferenza troppo grande da sostenere. Per non cadere decide di correre. Scappare per le vie di quella città in subbuglio. In cui gli uomini iniziano già a guardarla con interesse, con quello sguardo lascivo che lei ancora non contempla, non permette. Artemisia vuole solo la sua mamma. Dopo ore di cammino, torna a casa. Si arma di foglio e grafite e inizia a disegnare, sfogando così nell’arte il suo dolore. Dimostra una dote naturale, acquisita dal padre che la accoglie nella sua bottega. Qui lavora e cresce circondata dai sei fratelli e da altri illustri pittori che le insegneranno l’arte del disegno e della pittura. Tra questi Agostino Tassi, amico del padre prima di tutto e poi maestro di prospettiva della stessa Artemisia. Agostino Tassi: l’uomo che strapperà ad Artemisia l’ultimo lembo di fanciullezza, l’uomo dello stupro, quel gesto che segnerà per sempre la sua esistenza e anche il suo ricordo a venire.

Artemisia non è una donna come le altre. Il suo corpo è lacerato dalla violenza, ma il suo animo no. Confessa al padre il sopruso subito. Ci vorrà un anno prima che Orazio si convinca a denunciare Tassi. All’epoca dovevano essere i coniugi (o in tal caso il padre) a vendicare l’onta subita. La violenza non era considerata un’offesa alla donna bensì all’uomo che la possedeva, di cui ne era proprietario.

Il processo fu un ulteriore condanna. Artemisia accetta di testimoniare sotto tortura, viene sottoposta alla sibilla, supplizio progettato per i pittori, che consiste nel fasciare loro le dita delle mani con delle funi fino a farle sanguinare. Alla fine il Tassi ne risulterà indenne, pur riconosciuto colpevole tornò in libertà dopo meno di un anno. Saranno i Gentileschi a subire notevoli danni morali. Prima fra tutti ovviamente la nostra Artemisia, ricordata più per questo devastante episodio che per la sua arte. La “pittora” (così si faceva chiamare), la prima donna ammessa all’Accademia delle arti del disegno di Firenze, città cui sarà destinata a seguito di un matrimonio riparatore con un pittore fiorentino, anche lui poco entusiasta di avere per moglie un’artista così dotata e assolutamente poco affabile alle pratiche domestiche.

Firenze sarà per lei una rivalsa. La rinascita di una donna così intimamente legata alla sua pittura da renderla indipendente grazie alle importanti commissioni ricevute dalle famiglie fiorentine (Medici compresi) e dalle amicizie degne di nota con altri rivoluzionari dell’epoca come Galileo Galilei che nutre per lei grande stima.

Artemisia sarà la prima artista donna a guadagnarsi, pennellata dopo pennellata, la sua autonomia. Non avrà bisogno della dote di famiglia per vivere ne di quella del marito. La sua emancipazione è un esempio di forza e caparbietà. Il suo amore e desiderio viscerale di dipingere saranno la sua ancora di salvezza. Stimolo continuo per un riscatto prima di tutto morale.

I suoi dipinti sono una denuncia continua. L’unica arma a sua disposizione. Artemisia non può restare in silenzio. Deve gridare al mondo intero quello che una donna può subire ma anche e soprattutto quello che è in grado di fare.

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Veste i panni di Giuditta e sfodera la spada per tagliare la testa al suo carnefice. Impassibile, glaciale, infonde la lama in profondità e vendica con la morte la violenza subita. La brutalità di questo gesto non si addice ad una donna, ma Artemisia non ha paura di sporcarsi le mani. I suoi colori, sono il sangue mai versato, la tela la giustizia mai concessa. La rabbia, il senso di abbandono, le ferite ancora aperte, le parole non dette prendono vita nella sua arte e lei di conseguenza sopravvive.

Qualcuno sostiene che Artemisia Gentileschi non sarebbe l’artista che conosciamo se non avesse subito quella violenza. Così come Frida non sarebbe Frida senza l’incidente.

Non so dare una risposta a queste affermazioni. Penso solo che non esiste un’Artemisia, una Frida…

Ognuna di noi può essere ciò che desidera. Sempre e comunque. Non esistono uomini o donne che possono ostacolare o veicolare le nostre scelte.

Non esiste violenza più grave dei limiti che imponiamo a noi stesse.

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#compagnidiviaggio

In questi giorni, costretta a ore di riposo per Gino (il ginocchio malconcio…) mi sono dedicata ad una serie di preventivi che avevo in arretrato… Progetti da inviare…e nuove ricerche da fare.

Quando mi occupo di questo genere di attività accanto a me (oltre a Nina ovviamente…e sporadicamente Gaspare…) ci sono sempre loro:  i miei insostituibili compagni di viaggio…
“Signora Agenda” by La Nave di Teseo e “Desiderio” il Quaderno dei desideri by Buffetti

Elementi del quotidiano di cui non potrei più farne a meno. I “mai più senza” per dirla alla Enzo Miccio.  Loro mi seguono ogni santo giorno, nei miei infiniti spostamenti, mi aspettano accoccolati l’uno all’altro nel mio zaino/valigia, si aprono con entusiasmo ogni qual volta devo annotare qualcosa di importante e sembrano sorridere soddisfatti quando percepiscono una certo entusiasmo nel mio modo di scrivere. Signora Agenda e Quaderno dei desideri sono parte di me. Senza di loro mi sento come se mi mancasse un arto. *Nota bene: programmare una seduta dalla psicologa per approfondire attaccamento viscerale e morboso a cose inanimate.

Oggi vi presento Signora Agenda.

Signora Agenda è la più anziana dai due…sì perchè sono ormai devota a questa edizione da ben 3 anni, e ovviamente anche il 2019 mi vedrà tra i suoi adepti.

La scelta di un’agenda è un’attività molto complessa a mio avviso. Non puoi affidarti al caso. A quella che ti attira maggiormente dagli scaffali. L’agenda è come la scelta di una casa, di un abito da sposa (per chi si sposa).

PEM! Grande affermazione! Ma pensateci bene.

La nostra agenda in qualche modo ci rappresenta. In lei troviamo lo spazio di cui abbiamo bisogno. Le pagine bianche che desideriamo colmare di appunti e promemoria. Il profumo della carta, la consistenza dei fogli, il colore delle pagine, della copertina, come sono organizzati i giorni della settimana (pagina intera, mezza pagina…), la dimensione (tascabile, enorme, via di mezzo), elegante, minimal, pacchiana, sobria, esuberante.

Insomma ci sono una serie infinita di dettagli fondamentali che portano alla proclamazione della NOSTRA AGENDA.

Non so voi ma personalmente quando giunge il momento del “SI LA VOGLIO”, c’è sempre quella gioia e soddisfazione (del tipo “ce l’ho fatta non mi sembra vero!) mista a incredulità…DUBBIO. Quel dubbio che alla cassa ti fa esitare un attimo. La commessa pronuncia l’importo e tu pensi “Dai tutto sommato non ho speso tanto…” e subito il dubbio incalza…”Ma se hai speso così poco alla fine avrai comprato un’agenda che non vale niente…”. Quindi resti li. Con lo sguardo proiettato nell’universo cosmico delle incertezze e non molli la carta di credito. La voce implorante della ragazza ti riporta nel mondo dei vivi e con un sorriso ti invita a pagara sto caspita di agenda.

Un ultimo sguardo alla povera commessa, un respiro ed ecco. Ora l’agenda è tua. Accuratamente riposta nel suo sacchetto di carta reciclata è li che non vede l’ora di essere ufficialmente accolta nella tua incasinatissima vita ordinaria.

Ovviamente il dubbio non ti ha ancora abbandonato. Esci dal negozio e proponi SUBITO un caffè. Prima di tutto perchè la scelta ti ha spossato completamente, secondo perchè DEVI RICONTROLLARE E RIVALUTARE PER LA MILIONESIMA VOLTA CHE LEI SIA L’AGENDA GIUSTA PER TE!

Qualcuno la chiama precisione, attenzione, altri la definiscono indecisione, i più diretti mania, gli amici veri PATOLOGIA. Fatto sta che al termine ti tutto questo estenuante iter di valutazione io la mia agenda l’ho trovata! Ed è perfetta!

Colorata, allegra, ordinata, ma allo stesso tempo fonte di attimi di introspezione potenti, sì perchè l’agenda de La Nave di Teseo sceglie una tematica diversa ogni anno e raccoglie una serie di pensieri del celebre scrittore Paulo Coelho.

E niente…questa è la storia di Signora Agenda. Io la adoro. E non la cambierei per nulla al mondo. Ormai vado sul sicuro. I tempi dell’indecisione sono ormai parte di un passato assai remoto. Ora navigo spavalda sulla nave delle conferme. Entro con passo svelto e sicuro in libreria, la vedo da lontano, lei mi sorride, sa che sto andando a prenderla, e non appena la tengo fra le mani e respiro il suo profumo sento una sensazione di pace e serenità indescrivibile, che solo le agende del cuore ti possono dare.

Il 2018 sta per finire ed io non vedo l’ora di acquistare la nuova edizione 2019.

E tu hai la tua agenda del cuore?

 

 

 

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A volte ritornano

Sopravvissuta egregiamente ad una rovinosa caduta su me stessa, mi sono trovata, una domenica d’autunno, in uno stato di immobilità temporanea.

Una condizione che ha riportato subito la mia mente a questo blog, vittima dello stesso intoppo. Ed eccomi di nuovo qui, con la mia sporta di buone intenzioni, pronta a rompere il silenzio. A raccontare cose, riprendere argomenti, recuperare spazio e tempo per questa attività del tutto irrilevante nella mia esistenza, ma che in qualche modo rappresenta una piccola esigenza “fisiologica”.

Lo confesso. Anche io vorrei condividere storie avvincenti su instagram. Riprenderrmi mentre guido senza cinture di sicurezza, inebetita davanti al cellulare, in preda alle smorfie più fighe per catturare l’interesse del mio numerosissimo pubblico…

Avere il mio coraggio di mettere in primo piano la mia faccia e tenere dietro le quinte i miei pensieri.

Ma in questo momento della mia vita, nonostante abbia fatto alcuni miseri tentativi, proprio non ce la faccio. Il mio genuino accento bresciano non aiuta. Ve lo dico.

Ho scelto di scrivere. Probabilmente se la mia insegnante di italiano delle medie sapesse di questo blog inizierebbe a ridere a crepa pelle… e cadrebbe esanime su se stessa (un po’ come è successo a me domenica).

Causa del decesso: picco di ilarità spasmodica.

A parte esorcizzare traumi adolescenziali, il mio intento è quello di proseguire con quella che è diventata negli ultimi anni, la mia sfida personale, una sorta di missione:

Toccare le corde più profonde dell’animo umano attraverso l’arte. Portarla sul vostro schermo, lasciarvi catturare dal suo sublime potere e magari risvegliare cervelli assopiti…

Il mio vista l’ora sta prendendo quella direzione…

Ma domani è un altro giorno…

Come diceva la Ross🤟🏻

Buonanotte Tramini😴

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Frida: Passionale resilienza

La scorsa settimana ho visitato la mostra dedicata a Frida Kahlo. Confesso di non amare la sua pittura e a seguito della mostra confermo che i suoi dipinti non mi entusiasmano. Perchè? Dicono che le persone del segno della Bilancia come me siano amanti dell’estetica, del bello. Partendo da questo presupposto posso certamente affermare che il mio non amore per l’arte di Frida è esattamente legato ad un senso prettamente estetico. Lei protagonista dei suoi dipinti, con il suo monociglio, la sua peluria, la sua maniera di dipingere un po’ primitiva non rientrano esattamente nei miei “canoni di bellezza”.

Nonostante questa premessa apparentemente negativa posso affermare senza pudore di essermi innamorata di Lei, Frida.

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Conoscevo la sua storia a tratti, a dire il vero l’ho sempre un po’ snobbata proprio perchè non sono attratta dalla sua pittura. Al termine del percorso però ho imparato a leggere la sua arte attraverso il suo vissuto e cambiando prospettiva si sa, cambiano anche le sensazioni e le emozioni.

Frida è l’emblema della forza, della tenacia, della perseveranza. Una combattente, una rivoluzionaria e non solo sotto l’aspetto politico. Il suo destino fu segnato fin da bambina, quando all’età di sei anni le diagnosticarono la poliomelite. Questa la fonte ufficiale. Alcuni biografi sostengono invece che fosse affetta da spina bifida, una malattia genetica che la famiglia per questioni di buona reputazione preferì nascondere. Nel corso della sua vita subì 32 operazioni e considerando che morì a soli 47 anni possiamo dire che il dolore fisico fu una costante esistenziale.

La storia della spina bifida o poliomelite non è niente rispetto a quello che le accadde nel 1925, quando rimase vittima di un disastroso incidente stradale. L’autobus su cui viaggiava si scontrò rovinosamente con un tram. Frida fu trafitta da un palo di ferro dalla schiena al bacino. Perse così la sua verginità, perforata da un palo.

Era il 1925 e ovviamente la medicina non aveva i mezzi e le risorse di oggi. Mi chiedo quindi come sia stato possibile sopravvivere a una tale tragedia. Scoprendo passo dopo passo la sua vita (infelice gioco di parole), penso che Frida incarni perfettamente la credenza che esiste un destino già scritto per ciascuno di noi. Un disegno prestabilito, da qualcosa o qualcuno di immenso. Un disegno che letteramente divenne linfa vitale per Frida. Costretta a letto per un tempo infinito trovò nel disegno e nella pittura la sua ancora di salvezza. Quello spiraglio di vita a cui potersi aggrappare con tutte le sue forze.

Lei divenne il soggetto principale della sua arte. Prima di tutto per una questione prettamente tecnica…inchiodata a letto non vedeva altro che se stessa riflessa nello specchio fatto installare dalla madre sul suo letto a baldacchino. Questa condizione la portò inevitabilemnte a riflettere non solo la sua immagine ma anche il suo dolore, fisico e psicologico.

 

A seguito dell’incidente Frida imparò di nuovo a camminare, a reggersi sulle proprie gambe e a quel busto che dovette indossare per tutta la vita. Un busto rigido, pesante che divenne come una seconda pelle, come una delle tante cicatrici che il suo corpo fu costretto a sopportare e nascondere. Da questa condizione, unita anche al suo impegno sociale, vicino al popolo, nasce la volontà di indossare gli abiti tradizionali messicani, le ampie gonne, fondamentali per coprire le gambe malate e le coloratissime camicie. Un corpo turbato dal male fisico avvolto in tessuti dai colori sgargianti, allegri. Un contrasto quasi grottesco che trasformarono Frida in una vera icona.

Frida è conosciuta non soltanto attraverso i suoi dipinti ma anche attraverso la fotografia. Grazie all’influenza del padre fotografo, Frida capì ben presto le potenzialità del suo aspetto. Una femminilità primitiva, lo sguardo fermo, imperturbabile, quasi inespressivo.  Un atteggiamento che sembra sfidare il fruitore, ma che in realtà si pone in una condizione di isolamento, mostra una distanza tra lei e il resto del mondo, una distanza che rispecchia la sua solitudine interiore, quella tristezza ormai radicata nella sua anima.

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Dipingere per Frida diventa uno stato di necessità. Sulla tela esprime le sue ossessioni. L’arte è lo specchio dei suoi drammi. La sua immagine la cornice di cui si vestono i suoi dolori.

Quasi a prendersi gioco di loro, in un connubio di colori, stravaganze, eccessi, Frida appare alle persone che la conosceranno come una donna allegra, vivace, inebriante. Con il suo aspetto così colorato sembra farsi beffa della vita che la mette costantemente alla prova.frida ride

Innamorata dell’Amore, di Diego Rivera. Disperatamente innamorata di lui, del desiderio di diventare madre. I due lati opposti della medaglia. La gioia dell’amore, della passione, dell’arte che li ha fatti conoscere e unire per la vita. Dall’altra parte il tradimento, gli aborti. Schiaffi violenti che la vita le  riserba, come a farle ricordare con prepotenza che ad ogni gioia equivale un dolore, una prova.

Lei stessa disse: “L’angoscia e il dolore. Il piacere e la morte non sono nient’altro che un processo per esistere”

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Ma Frida è una tosta. E’ una donna piena di misteriose pulsioni, la sua essenza è dirompente, è fatta di contrasti e di sogni. Frida sembra capire che vivere è un mistero da gustare più che da capire e impara a considerare la sua infermità come un “luogo” nel quale coltivare lo spirito, in cui la creatività diventa arma di difesa per il tempo, per il dolore, per quella sensazione di morte che aleggia continuamente nella sua vita e che arriverà definitivamente il 13 luglio del 1954. Durante la notte Frida si abbandona alla morte, ufficialmente a causa di edema polmonare, più probabilmente è lei ad imporsi questa volta.  Decide di dire basta. Decide di salvarsi, una volta per tutte. E grazie ad un’overdose di Demoral, derivato della morfina chiude gli occhi per sempre. Frida si congeda dalla vita e chiude il sipario. Lascia alle sue spalle un mondo di sofferenza per rinascere una seconda volta. In quella Frida che conosciamo noi, nella sua arte, il suo viso.frida-kahlo-mostre-milano-2018-mudec-internettuale

La definirei come la Madonna dei nostri tempi. Un po’ forte come paragone, me ne rendo conto. Ma Frida si presenta come un’apparizione con la sua figura inconfondibile. Lei ti guarda e tu non puoi fare a meno di chiederti chi sia questa strana donna. Cosa si cela dietro il suo sguardo. La storia è affascinante, ricca di colpi di scena, episodi drammatici e altri dal sapore quasi fiabesco. Potrei scrivere per ore e raccontare la sua storia, la sua biografia. Ma il mio compito non è quello di darvi delle nozioni accademiche sulla sua vita. Troppo noioso. Spero invece che queste poche righe possano aver aperto il vostro cuore ad una donna straodinaria, che con la sua arte e il suo ardente amore per la vita ci sia da esempio, da musa, per sentire quanto il tempo che abbiamo a disposizione, per quanto doloroso e crudele sia, valga sempre la pena di essere vissuto pienamente, fino all’ultima goccia di colore.

 

 

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Confiscati e Fotografati

Capita spesso che l’Arte faccia un passo indietro e si tolga le vesti da protagonista per lasciare i riflettori puntati su altri argomenti di ben altra natura. Lo si potrebbe definire quasi come un atto di umiltà. Mi piace pensare che l’arte, così come una persona, possa avere in sè dei valori e dei principi morali e che spesso divenga paladina di tali principi partecipando attivamente ad iniziative di grande sensibilità sociale. E’ questo il caso del concorso Confiscati e Fotografati, il primo concorso fotografico in Lombardia sul riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie, organizzato dal coordinamento bresciano di LIBERA. L’arte, intesa come fotografia, abbraccia la nobile causa dell’associazione LIBERA, per informare, denunciare e stimolare la comunità pubblica su un argomento ancora poco conosciuto: la presenza di realtà mafiose anche nel nostro territorio.

Ma andiamo per gradi. Che cos’è Libera.

Libera è un’associazione che intende perseguire attivamente verso una società libera dalle mafie, dalla corruzione e da ogni forma d’illegalità. Una fitta rete di associazioni, cooperative, sindacati, diocesi è attiva su tutto il territorio nazionale e non solo, per combattere costantemente i fenomeni di criminalità organizzata. Il senso di Libera non è solamente quello di togliere il potere alle mafie, ma anche e soprattutto realizzare un’opera di riscatto e rinascita di beni macchiati da questo male sociale.

Come sostiene il Referente provinciale di Libera, Giuseppe Giuffrida: “C’è bisogno di legalità come c’è bisogno dell’aria, del pane, del sorriso, della felicità, dello star bene. C’è bisogno di un’armonia nei comportamenti, di un riscatto nella dignità di ciascun individuo”

La legalità diventa quindi un bisogno primario, necessario all’uomo per mantenere la sua libertà di individuo. In questo concorso l’arte si presta come mezzo, come ponte tra Libera e la gente comune che deve, inteso come dovere morale, essere a conoscenza di certe situazioni.

Il concorso prevede due categorie: 1. Categoria Beni confiscati e riutilizzati: il partecipante deve raccontare una storia attraverso 3 scatti fotografici, con lo scopo di mettere in luce ed esprimere al meglio il riutilizzo del bene; 2. Categoria Beni confiscati e non riutilizzati: il partecipante deve raccontare una storia attraverso 3 scatti che metta in luce il non riutilizzo del bene oppure le potenzialità del bene stesso proponendo una possibile idea di riutilizzo sociale;

La fotografia intesa come riflesso di legalità ritrovata, come manifesto di rivincita. Oppure come espressione creativa per dare idee, riflessioni e spunti soprattutto per quei beni confiscati non ancora riutilizzati.

Non è necessario essere fotografi professionisti per partecipare, basta avere una particolare sensibilità al senso sociale di questa iniziativa. Usare l’obiettivo per guardare oltre le stanze vuote, per dare una prospettiva di futuro e di speranza.

“Mettete dei fiori nei vostri cannoni” diceva una famosa canzone. E’ esattamente quello che Libera intende fare e sta già facendo dal 1995, anno della sua fondazione.

Con questo concorso anche noi possiamo dare il nostro contributo attivo a questa lotta quotidiana. Abbiamo l’opportunità di aprire gli occhi e soprattutto la mente di fronte a realtà che spesso manteniamo a debita distanza, talvolta per ignoranza (nel senso letterale del termine), talvolta per convenienza.

Quindi amici diamo un contributo concreto a questa battaglia. Mettiamoci in prima linea con i nostri occhi digitali. Mostriamo attraverso le nostre fotografie quello che possiamo fare e ottenere come cittadini liberi e consapevoli!

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Ecco qualche indicazione tecnica relativa al concorso:

Per iscriversi è necessario compilare la “scheda di iscrizione”.

L’elenco dei beni (immobili/terreni) di cui è possibile scattare immagini destinate al concorso sarà fornito dall’organizzazione, il 29 gennaio, previa sottoscrizione della clausola di riservatezza all’atto di iscrizione.

Indirizzo mail dedicato al concorso fotografico: confiscatiefotografati@gmail.com Eventuali informazioni di carattere generale possono essere richieste al Coordinamento provinciale di Libera alla mail: brescia@libera.it 

Il termine per la presentazione degli elaborati sarà il 31 marzo 2018. Una giuria specializzata selezionerà i 10 migliori elaborati che saranno protagonisti di una mostra allestita presso la biblioteca di Concesio in data 19 aprile in occasione della quale saranno proclamati anche 3 vincitori, uno per categoria e il miglior scatto.

 

 

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Il colore del 2018 – Ultra Violet

Anno nuovo colore nuovo! Questa è da sempre la regola di una famosissima azienda statunitense il cui nome suonerà familiare a molti di voi. L’azienda in questione è la Pantone Inc. Qualcuno ai tempi della scuola avrà utilizzato l’omonimo pennarello per disegni tecnici o di grafica, altri avranno visto il marchio Pantone su complementi d’arredo, fatto sta che il sistema Pantone fa parte delle nostre vite da oltre 50 anni. Inizialmente questo metodo è stato messo a punto per poter classificare i colori e “tradurli” nel linguaggio di stampa a quadricromia CMYK (ciano, magenta, giallo e nero) semplicemente grazie a un codice. A partire dal 2000, Pantone sceglie un colore come rappresentativo dell’anno nuovo.

E per l’anno 2018…the winner is….Ultra Violet (codice: 18-3838)!

PANTONE 18-3838- Ultra Violet

Quidi preparatevi, presto saremo circondati da Ultra Violet! Sarà il colore di tendenza soprattutto per la moda e il design.
Lee Eisenman, il direttore esecutivo del Pantone Color Institute, durante la presentazione del nuovo paladino dell’azienda ha commentato: “Il viola è un colore complesso. E noi viviamo un’epoca complessa; l’Ultra Violet è inoltre un colore che induce alla meditazione da praticare sempre più spesso nella frenesia della quotidianità moderna”.

Il 2018 avrà quindi come sfondo un colore “complesso e contemplativo”. Una sorta di augurio per trovare la luce in fondo al tunnel. In quest’epoca così ricca di contrasti e scontri si sente la necessità di immergersi fino in fondo, in una profondità cromatica in cui il blu intenso degli abissi del mare si unisce al rosso fuoco del centro della terra. La loro unione porta al viola. Il colore che va oltre il caos, che supera il marasma e cerca la tranquillità, la pace, la meditazione appunto.

Se andiamo a ricercare le origini e le associazioni psicologiche legate a questo colore scopriremo alcuni aspetti davvero interessanti.

Tutti sanno che il viola viene spesso associato alla sfortuna. Le origini di questa interpretazione risalgono al medioevo. In quel tempo durante la Quaresima il viola era considerato un colore sacro. Sacro per tutti tranne per quei poveri artisti di teatro che si ritrovavano al verde…(sempre per stare sul pezzo) a causa del divieto di rappresentare spettacoli pubblici.  Per questo motivo il colore viola divenne odiato dagli artisti e vietato in teatro. Con il passare del tempo è diventato simbolo della controcultura, della rottura delle regole e del talento artistico, basti pensare a popstar come Prince e la sua Purple rain e all’architetto Frank Lloyd Wright, che portava un mantello viola per sentirsi più creativo.

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E il caro Franck aveva ragione. Si dice infatti che grazie alla sua influenza e vicinanza si ottiene un accrescimento di creatività e ispirazione. Quindi amici artisti indossate il viola e il vostro estro subirà un’evoluzione mistica! Attenzione però, va bene per gli abiti ma non per le pareti! Secondo la teoria del feng shui è ideale per elementi decorativi da inserire nello studio, nella stanza da lettura o di meditazione, in quanto portatore sano di comunicazione, intelletto e stimolo ad aprirsi a nuove scoperte.

Conoscere il colore dell’anno per me è diventato una sorta di rituale, come ascoltare a tutto volume dalla tv la marcia di Radetzky il primo dell’anno. Ammetto che il viola non rientra esattamente nella mia top five. Ma sono sicura che mi regalerà delle piacevoli sorprese.

Ognuno ha il “suo” colore,  quella tinta che ti prende, che senti familiare, intima. Il colore preferito è come una cassa di risonanza di noi stessi. Altri colori invece li sentiamo ostili, lontani dal nostro modo di essere. Tra noi e i colori deve crearsi empatia. Sono le affinità elettive che ci congiungono a frammenti di noi stessi sparsi in giro per l’universo.  Quando il nostro sguardo incontra il colore nasce armonia. Un giorno è il colore della calma, il giorno dopo quello della rabbia, il giorno dopo ancora il colore dell’amore. Ogni colore include in sè una proprietà, una sorta di formula magica.

Chissà magari un giorno al posto delle farmacie ci saranno le botteghe del colore, in cui ognuno di noi andrà alla ricerca del colore necessario per curare la sua spiritualità, coltivale il suo intelletto e cullare le proprie idee trasformando così la propria vita in una tavolozza di colori.

 

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“Nise – Il cuore della follia” – Non aver paura dell’inconscio

E’ il primo giorno dell’anno e ho già ricevuto un regalo inaspettato. Tardo pomeriggio after pulizie di casa, relax sul divano, consultiamo Netflix e un titolo ci colpisce: Nise – Il cuore della follia. La trama dice: In questo film tratto da una storia vera, una psichiatra si oppone all’elettroshock come cura per la schizofrenia e incoraggia i suoi pazienti a dedicarsi all’arte.

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Perfetto direi. Il film inizia con un’immagine stupenda. Un inchino al direttore della fotografia. Una donna di spalle, vestita con un tailleur rosso ruggine, bussa insistentemente alla porta sorda di un edificio freddo e austero. Quella donna è la Dottoressa Nise da Silveria e quell’edificio è il Centro Psichiatrico Pedro II di Rio de Janeiro.

Di origine brasiliana, fu la prima donna psichiatra a rifiutare i metodi cruenti usati all’epoca per curare la schizzofrenia. Era circondata da colleghi (tutti uomini) sostenitori di “grandi innovazioni scientifiche” come l’utilizzo della lobotomia e dell’elettroshock. Disorientata da tanta violenza decise di perseguire la cura alla schizzofrenia con un suo metodo che aveva come capisaldi l’affetto e l’arte. Ovviamente il suo operato fu subito criticato ed ostacolato il più possibile. Se si fosse trovata durante i secoli della caccia alle streghe non avrebbe avuto scampo. Fortunatamente ai suoi tempi, si parla del secondo dopo guerra, nonostante le difficoltà che incontrò ed i pochissimi mezzi che aveva a disposizione, trasformò vecchie e luride sale ospedaliere in atelier di pittura e scultura, laboratori di cucito e di giardinaggio.

Allieva della scuola di Jung mise al centro delle sue cure l’attenzione al paziente, prima di tutto considerandolo e trattandolo come essere umano estremamente fragile, viste le condizioni in cui questi poveri disgraziati si trovavano. Condizioni psichiche aggravate notevolmente dall’ambiente in cui erano reclusi e dai metodi che dovevano subire.

Nise divenne una sorta di madrina di questi uomini e donne afflitti da patologie oscure e vorticose in cui il loro senno sembrava completamente disperso. Con l’aiuto di validi collaboratori, dotati anch’essi di una particolare sensibilità umana, riuscì ad utilizzare l’arte come canale per liberare il torbido che ormai si era sedimentato nell’inconscio dei suoi pazienti.

Attraverso i colori e la creta i pazienti esprimevano liberamente il loro stato interiore, il loro inconscio. Partendo inizialmente da segni confusi e compulsivi, passarono poi a forme geometriche più precise e delineate, fino ad arrivare alla rappresentazione della realtà. Una realtà interiore. I fantasmi e i traumi del passato, spesso causa del loro ricovero, iniziarono ad emergere sulla tela, ad essere vivi attarverso la materia. I progressi furono sorprendenti. Tanto da portare qualcuno di loro alla guarigione.

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La produzione di questi atelier fu sottoposta ad un famoso critico d’arte brasiliano Mario Pedrosa, che volle fortemente divulgare  questa nuova ed entusiasmante forma d’arte al di fuori dell’ospedale psichiatrico.

Nel 1952 fu organizzata una mostra che successivamente evolverà in un museo.  L’abbondante produzione artistica di questi nuovi talenti è in continua crescita. Nel gennaio del 1981 la sua collezione riuniva circa 160 mila documenti tra pitture su tela, su diverse tipologie di carte, disegni o modellazioni.

Il museo oggi è un centro vivo di studi e ricerche sulle immagini dell’inconscio, aperto a tutti gli studiosi di tutte le scuole psichiatriche.

Grazie a questo metodo il malato subisce un mutamento. Non solo psichico ma anche umano. La sua malattia si trasforma in talento. Il mondo interiore, invisibile e spesso spaventoso, si apre attraverso l’arte. Emerge senza paura, senza limiti, senza restrizioni. Esplode nei colori, nei segni tracciati dal pennello, nelle forme plasmate dalle mani. E’ un linguaggio puro, complesso, essenziale, intenso. E’ il linguaggio dell’incoscio che ognuno di noi conserva dentro di sé, come in una scatola dei segreti.

Alcuni di essi sono sconosciuti persino a noi stessi. E’ il sorprendente potere della mente. Lucida e irriverente. Tutti noi abbiamo in dono un pizzico di follia. Così come la rabbia, la paura, la passione sono sfumature del nostro essere anche la pazzia ci appartiene. Se è vero che esiste il suo opposto per ogni cosa…potremmo dire che non c’è gioia senza dolore così come non esiste ragione senza follia.

E’ il primo giorno dell’anno e questo film mi ha regalato delle emozioni molto forti e soprattutto un grande senso di speranza. La speranza che ognuno di noi sia sufficientemente pazzo da trovare nella vita la sua personale forma d’arte. Quella pratica che tocca le corde del proprio inconscio liberandolo da gabbie inutili che ci impediscono solamente di mostrare il nostro talento più grande, quello di essere semplicemente noi stessi.

 

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Il “Destino” di Walt Disney e Salvador Dalì

“Prendi una buona idea, mantienila, inseguila e lavoraci  

fino a quando non funziona bene”

 Walt Disney

Non si sa esattamente quando Walt Disney pronunciò questa frase. Si sa per certo però che ebbe una delle sue “favolose” idee nel 1945 quando decise di invitare presso i suoi Studios l’artista Salvador Dalì. Probabilmente come accadde in altre innumerevoli occasioni il suo staff fu contrario a questa decisione. In quel periodo Dalì era un pezzo grosso nello scenario artistico americano. Nello stesso anno  collaborò con Hitchcock per la realizzazione della sequenza del sogno nel fim “Io ti salverò”. Noto per la sua genialità, megalomania, piacere nel generare scandalo e provocazioni, Dalì non rispondeva esattamente ai canoni fiabeschi del regno disneyano, ma il caro Walt è sempre stato un uomo molto caparbio e sopratutto un visionario. Fu proprio questa caratteristica, evidentemente comune ai due protagonisti di questa storia, che portò al loro incontro e sodalizio.

Salvador Dalì, “l’uomo dei sogni”, che con straordinaria lucidità descriveva delirio e mistero del mondo onirico, colui che presentava al mondo intero le sue ossessioni, i suoi incubi più profondi, si trova di fronte ad un ometto distinto, con dei timidi baffetti (quasi ridicoli in confronto ai suoi, così stravaganti e…Surreali).   Si incontrano nel suo ufficio e dopo un paio di convenevoli Walt gli pronuncia le parole magiche “I sogni son desideri”… e niente il gioco è fatto!

Parte immediatamente un trip daliniano che nemmeno lui riesce a controllare! Inizia così la loro collaborazione per la realizzazione di un cortometraggio in cui surrealismo e sensibilità creativa diventano una combinazione inaspettatamente perfetta,  come la vodka e le caramelle gommose… (da provare…)

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Questi incontri non accadono mai per caso. Possiamo dire che qualcuno o qualcosa aveva già tracciato le loro vite fino a farli incontrare. C’e chi sostiene che sia opera di Dio o di altre forze sovrannaturali e chi invece li reputa semplicemente protagonisti del proprio Destino.

Ed è proprio “Destino” il titolo di questo cortometraggio. Per otto mesi li vide impegnati nella stesura dello storyboard. Dalì realizzò centinaia di disegni e bozzetti, lavorando a quella che per lui divenne una nuova sfida. Ora doveva fare i conti con un target ben definito, un pubblico diverso, non abituato alle sue provocazioni e che, invece, si aspettava l’animazione di un classico sogno disneyano a lieto fine. Dalì non delude il pubblico né tantomeno se stesso, sia ben inteso.  Già negli schizzi dello storyboard si presenta una sintesi perfetta tra il riconoscibile linguaggio degli studi Disney e l’iconografia, i luoghi, i colori e le metamorfosi daliniane. La colonna sonora, da cui è tratto anche il titolo stesso del cortometraggio, aiuta a dare una linea narrativa alle immagini e momenti di pathos cinematografico.

Quanto alla trama si tratta dell’incontro tra un uomo e una donna, il destino di un amore che, come quelli raccontati nelle opere pittoriche di Dalì, sono amori complessi, contrastati. Muri che si ergono fra gli amanti, ostacoli che talvolta avvicinano, ma molto più spesso separano. Il tutto proiettato nel linguaggio disneyano. La protagonista femminile per esempio impersonifica esattamente le principesse Disney, nei tratti e nei movimenti sinuosi del corpo. Fanno da sfondo poi i must del mondo daliniano, elefanti con zampe di giraffa, formiche, l’unione di immagini che rivelano una doppia natura. È talmente percepibile la sua presenza che ci si aspetta di vederlo comparire tra i protagonisti magari nelle vesti di un mago bislacco o di un cicerone disorientato.

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Fin qui tutto è perfetto, tutto rispecchia il copione delle Fabie Disney. Peccato però che la grande crisi economica legata alla seconda guerra mondiale mise un punto fermo a questo meraviglioso sogno ed il corto non venne terminato.

Il Destino però ha voluto che nel 1999, il nipote di Walt, Roy Disney, durante la realizzazione di “Fantasia 2000”, trovò il progetto del corto e decise di concluderlo e portarlo alla luce. Per il completamento del corto, vennero incaricati gli Studios Disney di Parigi. Una squadra di circa 25 animatori decifrarono gli storyboard criptici di Dalì, grazie agli scritti dell’artista stesso, di Gala, sua moglie, e soprattutto grazie ai ricordi dell’animatore che lavorò al suo fianco in quel periodo agli Studios.
Per tentare di ricostruire un corto vicino alle intenzioni dei due ideatori, oltre agli schizzi, allo storyboard vi erano delle certezze dettate dall’inconfondibile stile di Walt, ovvero: tutti sapevano che Disney avrebbe usato ogni mezzo tecnologico a disposizione per rendere al meglio l’animazione. E nel 2000 non poteva che essere utilizzata la computer grafica adoperata, tuttavia, nel rispetto del periodo in cui il progetto venne ideato. Così, Destino riuscì ad essere compiuto e…

vissero tutti felici e contenti….

Buona visione!

Destino

 

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The family of man

In questi giorni mi trovo in Lussemburgo. Meta insolita per trascorrere il weekend. Eppure in questo piccolo fazzoletto di mondo si nasconde un tesoro. Una sorta di oasi nel deserto. Si perché diciamolo…in Lussemburgo non ci sono molte attrazioni turistiche o musei d’arte degni di nota. A parte un paesaggio molto caratteristico, deliziose casette e castelli sparsi qua e là, questa terra di mezzo non offre molto al turista straniero. Allora perché decidere di prendere un aereo, sfidare il freddo e una lingua incomprensibile? La risposta è La famiglia. Non certo la mia d’origine che a quest’ora sarà riunita a casa della mamma per il consueto pranzo domenicale.

Si tratta di una famiglia decisamente più numerosa, quella che il signor Edward Steichen decise di radunare in quella che diventerà la più grande raccolta fotografica mai realizzata al mondo. Ebbene sì oggi vi parlo di fotografia. Metto subito le mani avanti e confesso di non esserne un’esperta né un’appassionata. Oggi scrivo da curiosa, neofita e affascinata. Vorrei raccontarvi di questa perla che la maggior parte di noi probabilmente non conosce. Mi piacerebbe mettervi quella pulce nell’orecchio che prima o poi vi farà balenare l’idea di organizzare una piccola gita da queste parti e visitare questa chicca.

Partiamo dall’inizio. Chi era Edward Steichen?
– fotografo e pittore lussemburghese, prima fotografo di guerra poi di moda. Divenne famoso grazie ad una fotografia scattata alla splendida Greta Garbo nel 1928, immagine scelta successivamente nel 1955 per la copertina della rivista Life. Ed eccola qui. Non è meravigliosa?!

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Nello stesso anno in veste di direttore della fotografia al MoMa di New York cura la realizzazione di THE FAMILY OF MAN. Un’esposizione fotografica che mostra tutte le esperienze e gli istanti di vita dell’uomo. Steichen raccolse quasi 2 milioni di foto scattate in 68 paesi da 273 fotografi diversi. Alla fine riuscì a selezionare “solo” 503 scatti che diedero vita a questo immenso album di famiglia. Dal 24 gennaio 1955 ad oggi la mostra fece il giro del mondo. Dopo New York fu allestita in diverse nazioni tra cui anche l’Italia nel 1959 e conta ad oggi più di 10 milioni di visitatori.
Nel 1964 il Governo americano acconsente alla richiesta di Steichen di donare al Lussemburgo, sua terra d’origine, l’ultima versione della rassegna. Dopo una serie di presentazioni parziali, nel 1994 trova la sua sistemazione permanente negli spazi del Château di Clervaux.

In qualche modo ci si chiede il perché di tutto questo successo. Oltre ovviamente al coinvolgimento di illustri fotografi quali Robert Capa, Henri Cartier Bresson e altri…271…più o meno famosi, personalmente mi sono chiesta, da ignorante in materia, come degli scatti fotografici possano davvero attirare milioni e milioni di persone.

La risposta è arrivata in modo del tutto naturale, come lo sono le immagini esposte. Attimi di vita, che racchiudono l’essenza di ciascun uomo, di ciascuno di noi. Ogni stanza corrisponde ad una fase, ad un capitolo. È come se passeggiando tra le opere esposte si potesse attraversare una vita intera. Passo dopo passo i nostri occhi possono vivere e rivivere emozioni, sentimenti, passaggi obbligati a cui l’essere umano è sottoposto. L’Amore, la fede, la fatica, la disperazione, il ritmo della musica, il ridere di gusto, la felicità per la nascita di un figlio, il dolore tagliente per la morte di un proprio caro, la tenerezza di un padre, le cure della nonna, il fervore per il rispetto dei propri diritti, la spensieratezza di un bambino. Ognuno a suo modo, ognuno a seconda delle sue origini, vive un percorso già segnato con quelle sfumature che appartengono al nostro destino e che rendono la propria vita unica ed inimitabile.

The Family of man mostra tutto questo ma intende soprattutto portare il fruitore ad una condizione di unione e vicinanza globale, che va oltre le etnie, le culture, le ideologie. The Family of man ci regala un senso di appartenenza e di familiarità così intenso da sentirne quasi la mancanza appena si realizza la fine della visita. È uno specchio su noi stessi, il nostro passato, presente e futuro. È un tenersi per mano, tra sconosciuti che diventano per un attimo membri insostituibili della propria famiglia, dei fratelli ritrovati, genitori desiderati. È un punto di partenza e di arrivo. È il tuo viaggio attraverso la vita, vista da fuori, da spettatore. A tratti ti senti rassicurato, consapevole, in altri momenti fortunato, in altri ancora impaurito. È tutto lì, in bianco e nero. Un girotondo di emozioni in cui tutti siamo coinvolti in questa meravigliosa giostra chiamata Vita.

 

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TOULOUSE-LAUTREC. ll mondo fuggevole – Palazzo Reale, Milano – fino al 18.2.2018

Un viaggio nella vita dell’artista bohemien. Un percorso che vede protagonista la Parigi dei bassifondi  frequentata dall’artista stesso nonostante le sue origini  aristocratiche.

Un’esposizione che prevede oltre 250 opere tra dipinti, litografie, manifesti. Insomma L’intera ricerca artistica di un artista che nel suo piccolo…ha segnalo la storia dell’arte moderna.

www.palazzorealemilano.it