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#iononsonograssa

Ogni progetto creativo racchiude sempre una parte di me.  I miei lavori non nascono mai per caso. Dietro ci sono esperienze, ricordi, persone. Insomma la mia vita. Ho sempre pensato che un artista debba lasciare un pezzettino di se stesso nelle opere che realizza e nel caso di #iononsonograssa si tratta di una parte che fino ad oggi ho rivelato a pochi, anzi pochissimi.  L’idea #iononsonograssa nasce dal mio rapporto personale con il peso. Non sono mai stata una silfide, tutt’altro. Vanto un bel 3 kg e 900g alla nascita con crescita esponenziale nella curva del peso e un blocco precoce per l’altezza ferma all’età di 12 anni. Ergo un metro e mezzo circa…per…una cinquantina di kg (anche di più) …insomma un piccolo barattolino Sammontana.

Tutta questa leggerezza nell’affrontare questo argomento (sottile gioco di parole) è frutto di un percorso durato una vita intera, forse non del tutto concluso. Da ragazzina ero in sovrappeso. Andavo raramente a fare shopping per ovvi motivi. Nei camerini provavo gli abiti preferiti con la consapevolezza che non sarei riuscita ad indossarli perchè la mia taglia non era disponibile. Sono arrivata alla 48, stretta. Nei camerini vivevo quel momento come una sconfitta. Mi sentivo brutta, grassa, informe, INADEGUATA. Mi guardavo allo specchio e mi facevo schifo. Piangevo nascondendo me stessa da un’immagine, la mia, che mi faceva ribrezzo. Capitava che le commesse aiutassero mia madre a trovare un abito che potesse andare bene per me. Purtroppo il più delle volte l’esito era negativo quindi dovevo optare per abiti o pantaloni da signora e non da bambina. La commessa il più delle volte super figa, mi guardava con aria di sufficienza, misto pena. Io avrei voluto sparire. Magari per sempre.

Durante il liceo le cose non sono migliorate. Il mio senso di inadeguatezza ora doveva misurarsi anche con la bellezza e non soltanto la “forma”. Il mio aspetto non era particolarmente curato o quantomeno interessante. Rispondevo perfettamente al clichè “Com’è la tua amica – Simpatica”. Ergo un water che cammina, cesso ambulante, bagno chimico, così per rendere l’idea… Fortunatamente la cerchia dei miei amici non è mai stata troppo interessata al mio aspetto fisico, ma desiderava la mia compagnia a prescindere. Il nostro stare insieme andava bel oltre all’estetica almeno inerente al corpo. Sull’outfit…beh questa è un altra storia!  Sono stata fortunata ad avere degli amici così. Non è per nulla scontato. Forse è anche merito loro se ho saputo trasformare ad un certo punto della mia vita questo tasto dolente in una nota di autoironia.

Prima di arrivare a questo lieto fine però c’è stata  l’ultima parentesi. Quella più dolorosa e più pericolosa. Durante il periodo dell’università, soprattutto l’ultimo anno ho avuto un tracollo non indifferente. Con la scusa che dovevo preparare la tesi di laurea più noiosa del secolo (iconografia dell’Arcangelo Michele nell’Alto Medioevo…parliamone…), passavo moltissimo tempo in biblioteca a studiare e a fare ricerche su ricerche. Il mio pranzo era a base di cappuccino. La sera a casa inventavo mille scuse per non cenare o per mangiare il minimo indispensabile. Quelle volte che non riuscivo a saltare anche la cena il mio senso di colpa era talmente lancinante da portarmi al gesto più triste che potessi mai fare. Rinchiudermi in bagno e vomitare. Grazie a Dio è capitato poche volte. Mi sono ritrovata nel mezzo di un vero e proprio duello tra la me sana e quella malata. Osservavo da fuori le argomentazioni che le due me stessa infierivano l’una all’altra. Il duello ha avuto una vincitrice. Quella che vi sta scrivendo ora. Non è la Chiara sana nè tanto meno quella malata. E’ la Chiara consapevole. Quella che riconosce il suo corpo come casa, come luogo in cui rifugiarsi e non da cui scappare. Che cerca di amarlo in tanti modi diversi. Con una bella abbuffata, felice del cibo che gusta con piacere ed immensa gioia senza sensi di colpa. Con dei pasti più sani ma non per questo meno buoni. Con dello sport (quello molto di rado ahimè…ma ci sto lavorando).

Ho rischiato di toccare il fondo sul serio. Ho rischiato di perdere la lucidità e farmi travolgere da un meccanismo che poteva anche essere letale. Sì perchè di queste malattie si muore e non c’è un cazzo da fare. Non ci sono cure reali. Ci sei solo tu. Tu che decidi. Tu che scegli.

Io ho scelto la vita. La gioia della condivisione. Ho scelto di trasformare un argomento doloroso in un sorriso. Ho scelto l’ironia come chiave per andare oltre. Per superrare i miei limiti e riderci sù. Denigrare l’inadeguatezza, il mio essere estremamente goffa e renderlo elemento di unicità e forza.

Non è stato facile. Non lo è tutt’ora.Ma sono fiera di me stessa perchè…

#IONONSONOGRASSA

Questo dovrebbe essere il nostro mantra. Noi che abbiamo un corpo mutevole, le cui curve cambiano direzione più o meno come una bandiera nei giorni di libeccio.

Noi che abbiamo imparato a difenderci come una pianta grassa. Che abbiamo le spine per protezione ma “un cuore tenero da rompere con un grissino” (che divoriamo al minuto 1 dello spot autoreferenziale).

Buon appetito ❤

 

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Il giorno dopo

Oggi ti racconto del mio pride. Il mio PRIMO PRIDE. Per la prima volta nella mia vita, mannaggia a me, ieri sono scesa in piazza per dire la mia, a modo mio. Non avevo cartelloni, non ho scritto frasi, ho semplicemente preso per mano la mia compagna e ho camminato per le vie della mia città a suon di musica e colori. Confesso che inizialmente eravamo entrambe parecchio agitate. “Ma poi per cosa” – mi sono detta. Non stiamo partecipando ad un’insurrezione popolare armate di fumogeni e bombe carta. Abbiamo la nostra maglietta con i colori dell’arcobaleno, scarpe comode e acqua fresca nello zaino. Di cosa potremmo mai avere paura.

Tempo 5 minuti esatti. In cammino verso il punto di ritrovo del corteo ed eccola qui la prima doccia gelata. Ferme al semaforo pedonale una coppia di adolescenti in motorino ci guardano, notano la maglia e iniziano a sgommare e a BESTEMMIARE contro di noi. L’atteggiamento era nervoso e veramente cattivo. La mia reazione è stata l’INDIFFERENZA. Ma che fatica! Dentro la rabbia era immensa. Confesso di avergli augurato di schiatarsi di li a poco e farsi sufficientemente male a quella bocca immonda  per evitare che pronunciassero nuovamente IL NOME DI DIO INVANO.

Ma veramente due ragazze che camminano per strada possono provocare tanta violenza? E se questi due fossero stati a piedi come noi? Si sarebbero limitati alle parole o avrebbero osato anche altro? Io proprio non lo so. E posso assicurarvi che il solo pensiero mi spaventa.

Ho sentito una fitta all’altezza del cuore. No tranquilli non mi è venuto un infarto. Ma quei bulli senza palle mi hanno ferita nel profondo. Nel punto esatto da cui partiva la mia scelta di partecipare al pride. Dal cuore.

Avrei tanto voluto che li accanto a noi ci fossero i nostri genitori pronti a difenderci a spada tratta, come quando eravamo bambine. Ho desiderato davvero che la mia mamma e quella di Claudia fossero lì con noi. A prenderci per mano, a proteggerci, a sostenerci.

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Siamo arrivate in piazza. C’era tanta gente. Dopo pochi passi abbiamo incontrato un gruppo di amici. Poi altri ancora e ancora. Non eravamo più da sole. Quella piazza era diventata un posto sicuro. La gente sorrideva, ballava. Era un proliferare di baci e abbracci. Io in quel momento ho RINGRAZIATO DIO. Perchè dietro l’angolo mi ha fatto sentire accolta. Mi ha fatto ritrovare quel terreno che per un minuto non ho sentito sotto i piedi tanto era lo sconforto che avevamo appena provato. Ho visto centinaia e poi migliaia di persone. Di tutte le età ed etnie.

Il corteo ha camminato per due ore per il centro della città. Un fiume di 15.000 persone ha inondato di colori e di gioia la nostra Brescia. Io mi guardavo intorno, incredula. C’ero anche io, stavo partecipando ad un evento importantissimo, dal significato sociale e umano davvero importante.

Cercavo gli occhi dei miei compagni di viaggio. La Felicità! Cercavo gli occhi degli spettatori. Eh qui…lo scenario è un pò cambiato. Ho trovato gli inquisitori; I Ponzio Pilato; i puritani che di fronte ad un ragazzo con le chiappe al vento scuotevano la testa e aggrottavano la fronte annullando tutte le altre 14.999 e archiviando solo lui nel suo micro cervello stracolmo di pregiudizi. Mi domando se avrebbe avuto la stessa espressione ascoltando le bestemmie di quei ragazzini.

Ho incontrato i complici, i divertiti, gli entusiasti, i neutri e i terrorizzati. Gente che dalla finestra del suo appartamento della Brescia Radical Chic al 4° piano di corso Zanardelli osserva lo spettacolo all’ombra di una tenda sporca di perbenismo. Cara mia il tuo con sguardo allibito e giudicante è emerso come uno spinacio tra i denti.

Al termine del corteo ci sono stati gli interventi dei vari rappresentanti delle associazioni intervenute e di Laura Castelletti come rappresentante dell’amministrazione comunale che questa volta ha dato il suo PATROCINIO per l’evento.

A seguire festa e musica in Carmine.

Al termine della nostra serata, sudatissime e felici, abbiamo incontrato una coppia di amiche. Ci siamo confrontate sull’esito della manifestazione e degli eventi correlati. Poi con una nota di ironica malinconia ho detto loro “BENVENUTI A UTOPIA”. Si perché il vero Pride non è solamente la parata dell’anno. E’ portare avanti ogni giorno valori imprescindibili per una società inclusiva ed equilibrata. Sono giorni che leggo sui social una serie infinita di INSULTI per noi DIVERSI. Gente incazzata che dietro ad uno schermo si gonfia la gola di parole come “Ma che cosa vogliono ancora questi qua che tanto hanno ottenuto tutto” – “Blasfemi e pervertiti ecco cosa siete”  e potrei proseguire intasando il mio povero blog di tutta sta merda.

Il mio primo Pride rimarrà una delle esperienze più emozionanti della mia vita. Perché metterci la faccia è molto, molto difficile. Perché diventare protagonisti e non più spettatori è un dovere prima che un diritto. Perché si può nascere etero, gay o lesbiche ma CORAGGIOSI SI DIVENTA.

 

Per chi volesse conoscere meglio il Pride. Andare oltre i colori e la musica può trovare delle risposte in questi link.

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Il primo approccio non si scorda mai

Cari Tramini! Ho deciso di utilizzare la rubrica del mio blog #dailytrame per raccontarvi il mio lavoro. Parlerò sia della tecnica che dell’aspetto creativo e umano delle diverse commissioni che ho l’onore di realizzare. Sì perchè quando qualcuno ti sceglie per realizzare un oggetto fatto a mano si tratta di una vera e propria conquista. Si afffida a te e alle tue mani, nel senso letterale del termine.

Il primo contatto è fondamentale. E’ come una stretta di mano. Se bella vigorosa sai che hai di fronte una persona decisa, intraprendente, sveglia. Se la mano è floscia…è altamente probabile che stai per conoscere una persona insipida, insicura, molle. Questo è quello che ho imparato. Il primo approccio, il primo appuntamento. Sono le sensazioni di pancia che contano. Almeno per quel che mi riguarda.

Nel mio lavoro i social sono spesso il primo veicolo di contatto tra me e il mio potenziale cliente. Molto spesso scatta il messaggino come frutto di un preziosissimo passaparola. Le referenze sono il miglior biglietto da visita che un artigiano possa avere.

“Un mio amico mi ha detto che realizzi cose…”  = sei circondato da buoni!

“Una mia amica mi ha parlato molto bene di te…” = sei circondato da ottimi amici!

“Mi hanno regalato una tua creazione e siccome mi è piaciuta un sacco vorrei anche io fare un regalo speciale” = Top!

Vi presento la top 5 del cliente tipo.

RIGHELLO – approccio didascalico, un pò freddo e distaccato. Ci sta non ci conosciamo. Poi se scatta la scintilla sembra quasi di parlare con qualcuno che conosci da sempre.

RICCADONNA – Come uno degli spumanti più scadenti in commercio schiumano entusuamo da tutti i pori. Attenzione tali personaggi si rivelano spesso dei casi umani, con estremo bisogno di sedute di psicoterapia spinta. Affetti dalla temibile sindrome del BIDONE VAGANTE. TENERE FUORI DALLA PORTATA DEGLI ARTIGIANI. Possono causare irritazione cutanea, gastrite, prolasso.

CLOCHARD – Ti chiedono se puoi realizzare un battistero in argilla. Ma attenzione non dispongono di liquidità ne ora ne mai. “Quando puoi con calma, mattone dopo mattone. Tanto adesso non potrei pagarti” BENISSIMO. Il concorrete che deve uscire dalla casa è…! TENERE FUORI DALLA PORTATA DEGLI ARTIGIANI. Possono causare irritazione cutanea, gastrite, prolasso.

OTTIMISTI/SOGNATORI – Quantità di pezzi inenarrabili, decorazioni pari alle miniature medievali il tutto per…DOMANI! Ci troviamo di fronte ad un rarissimo esemplare di “SIMPATICO UMORISTA”. Il tipico cliente che cela dietro il suo invidiabile ottimismo una faccia da schiaffi che nemmeno Bud Spencer…

STALKER – Lontano parente del Clochard, anche lo stalker millanta pazienza, comprensione, benevolenza. Se nel primo caso abbiamo una propensione eterna per l’attesa…per lo stalker l’attesa termina al minuto 2 dalla richiesta. Seguono messaggini Contenuti carini e coccolosi. Frequenza: 2/3 al giorno inizialmente ad orari consoni al decoro, poi… Contenuti spasmodici, ansiotici, psichiatrici. Frequenza: 2/3 al minuto h24. ATTENZIONE NON AGITARE PRIMA DEL CONTATTO. CI PENSANO DA SOLI. TENERE FUORI DALLA PORTATA DEGLI ARTIGIANI. Possono causare RICOVERO COATTO.

e tu che stai leggendo…se ti riconosci negli ultimi 4 profili…stammi lontano! Per favore!

Eviteremo un inutile spargimento di sangue.

Se invece fai parte dei primi esemplari…beh…quando vuoi! Sarò lieta di creare qualcosa di davvero speciale per te! TVB.

 

 

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Schiava di Picasso

Sono ancora nel vortice Picasso. Lo ammetto. Credo sia impossibile uscirne. Una volta che entri in contatto con lui e la sua arte vieni completamente rapito dalla sua complessità, di uomo e d’artista. E’ un gioco di seduzione che ti introduce in un ritmo incalzante fatto d’amore, odio, passione, curiosità, disprezzo, rabbia. Come in una danza lui ti guida. Il punto è, fino a dove arrivare? Fino a che punto lasciarsi travolgere.

Oggi si direbbe…Smetto quando voglio. Ma con Picasso non è possibile. Dora disse di lui: «Solo io so quello che lui è …è uno strumento di morte …non è un uomo, è una malattia».

Questa settimana ho terminato la lettura di un romanzo che narra la “storia d’amore” (difficile definirla tale)…tra Picasso e Dora Maar.

schiava di picasso

Schiava di Picasso” di  Osvaldo Guerrieri edito da Neri Pozza

Lei ha 29 anni. Lui 54. Lei è una fotografa, alterna la fotografia sperimentale a quella commerciale. Lui è Pablo Picasso.

Dora realizza foto di nudi, pubblicità e moda. Esegue ritratti, fotomontaggi e molte fotografie di gente della strada. Dora osserva il mondo e la sua vita quotidiana, sbircia nelle vite degli altri, crea mondi, illusioni ed entra a far parte del gruppo surrealista.

Nel 1937 si incontrano per la prima volta in un bar di Parigi. Lo ama. Follemente. Perde la testa. Lo segue. Lo insegue. Lei diventa OGGETTO della sua arte. Lui SOGGETTO delle sue fotografie. E’ grazie a Dora che oggi possiamo ammirare il genio all’opera mentre realizza il suo dipinto più famoso, Guernica. Dora è li con lui. Lo rende protagonista delle sue fotografie, della sua vita. Crea per lui un diario fotografico celebre e unico. Lui lo sa che Dora è una grande fotografa. Per la prima volta nella sua vita sceglie una donna alla sua altezza, dal punto di vista intellettuale. Era molto bella, altera, di un’intelligenza acuta e soprattutto indipendente. Picasso rimase affascinato da Dora quando la vide per la prima volta. E’ consapevole di avere al suo fianco una donna diversa da tutte le altre. Dora è un’artista. Ma nella loro relazione lei non può emergere. La convince ad abbandonare la fotografia e di provare la strada della pittura. Che mossa da maestro. Ancora una volta è lui che decide. In modo subdolo la allontana dalla sua arte per intrappolarla in un mondo che non le appartiene, ma che ovviamente appartiene a Picasso.

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Lui la critica. “Tanti segni per non dire niente”. Questo il suo giudizio. La umilia. La distrugge. Lei cerca di resistere ma la sua forza si spegne. Inghiottita dalla depressione mentre lui incontra una nuova e giovane amante. Il copione è sempre lo stesso. Abbanmdona le sue donne come carta straccia. Le sostituisce con nuovi volti, nuove tele, nuove opere.

Dora viene ricoverata in un ospedale prsichiatrico. Viene curata con l’elettroshock, poi la psicoanalisi. Dovranno passare due anni prima che possa ritrovare l’equilibrio e la forza di ricominciare la sua vita. “Tutti pensavano che mi sarei uccisa dopo il suo abbandono, anche Picasso se lo aspettava. Il motivo principale per non farlo è privarlo di questa soddisfazione”.

All’età di 70 anni riprende la fotografia, il suo vero amore.

Fino alla fine dei suoi giorni Dora si tiene lontana dalla vita di società, sia per vanità, che per un desiderio di reclusione. Più tardi dirà nei lunghi anni trascorsi in totale solitudine, da autoreclusa dirà: “Non sono stata l’amante di Picasso. Era solo il mio padrone»

L’osteoporosi l’aveva incurvata e rimpicciolita, e lei che tanta importanza aveva dato il suo aspetto, non voleva che i suoi amici la vedessero in quello stato. Dora muore sola, in grandi ristrettezze, nel 1997. Nel ricovero in cui è ospitata nessuno sa chi sia. Non lascia eredi ed il suo immenso patrimonio di inestimabile valore viene messo all’asta.

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Modigliani. L’ultimo Romantico

Ultimamente mi piace giocare con voi sulla scelta del libro da leggere. Un piccolo sondaggio per conoscere le vostre curiosità e i vostri interessi rispetto all’arte e agli artisti. E’ interessante scoprire quando siamo sulla stessa lunghezza d’onda e quando invece le nostre scelte sono distanti.

I due libri che vi ho proposto sono molto diversi tra loro. Da una parte “Schiava di Picasso” di Osvaldo Guerrieri e dall’altra “Modigliani. L’ultimo romantico” di Corrado Augias.

Ho cercato nelle vostre risposte il coraggio per scegliere un artista a me sconosciuto come Amedeo Modigliani. Avevo bisogno in qualche modo del vostro consenso. L’ho sempre ammirato da lontano. Senza mai approfondire pienamente la sua arte ma soprattutto la sua vita. Ho sperato che anche voi foste dalla mia parte, invece il 60% del pubblico votante ha scelto ancora lui, Picasso.

Nonostante questa vostra presa di posizione ho voluto seguire il mio istinto. Consapevole che la lettura di Guerrieri sarà indubbiamente più accattivante e scorrevole ho sfidato un pò me stessa e ho intrapreso la via di Modigliani, ma soprattutto di Augias.

A differenza di Modì, conosco Augias. Ho letto diversi libri suoi. Dei pipponi atomici. Estremamente interessanti e talvolta anche illuminanti devo dire. “Sai quello che ti aspetta” mi sono detta. Un respiro profondo e via. Ebbene quel vecchio volpone non si è smentito nemmeno questa volta.

Sono circa a metà volume e ho capito ormai i passi di danza previsti per arrivare fino alla fine. Augias ama intervallare la biografia di Amedeo con infiniti dettagli su personaggi a lui vicini e contesti storici che nemmeno chi li ha vissuti in prima persona saprebbe raccontarli con tale dovizia di particolari.

Confesso che ogni tanto perdo il filo e quando ricompare il nome di Modigliani ritorno sul pezzo e capisco che sto ancora leggendo il volume a lui dedicato. A parte questi intervalli, un tantino prolissi per i miei gusti, quando i versi sono interamente dedicati a Modì pare quasi di vederlo camminare per le vie di Parigi, con quel suo atteggiamento tanto affascinante quanto maledetto che lo accompagnerà per il resto della sua breve vita.

Morirà infatti a soli 35 anni.

Queste continue parentesi dell’autore però mi riportano continuamente a personaggi conosciuti e approfonditi nelle recenti letture che vi ho consigliato (vedi sezione libri del blog). Ho ritrovato il pittore Utrillo e il suo ambiguo rapporto con la madre, anch’essa pittrice (una delle protagoniste del libro “Quando anche le donne si misero a dipingere) e poi ancora una volta l’onnipresente Picasso che all’epoca in cui Modigliani viveva a Parigi, frequentava Fernande Olivier, una delle sue storiche amanti (Le amanti di Picasso).

Insomma leggere Augias non è un’mpresa semplice. Ci vuole coraggio. Ma se il fine è conoscere un uomo come Modigliani, ne vale sicuramente la pena.

 

 

 

 

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Io non ti ho scelto

Qualche tempo fa una nuova e carissima amica mi ha prestato un libro. Premetto che per me accettare questo gesto è assai raro e fuori dal mio rigido schema mentale riguardo i libri. Ammetto di essere molto possessiva nei loro riguardi. Un libro diventa parte di me, della mia casa, della mia famiglia. Il prestito l’ho sempre considerato un lascito troppo doloroso da permettere a me stessa e dall’altra parte una bene troppo prezioso da custodire.

Questa volta invece ho accettato. L’entusiasmo e l’affetto di quel gesto hanno sconfitto ogni mia arma di difesa e ho accolto a casa questo libro dal titolo “PICCOLO SELVAGGIO” di Alexandre Jardin.

Inutile dire che la scelta del libro mi ha colpita in pieno. Sì perchè ormai io e la mia Amica abbiamo scoperto una tale empatia in fatto di libri (e non solo), che difficilmente si sbaglia la mira.

Oggi non vorrei raccontarvi nello specifico la trama di questo libro. Lui è stato il mezzo per una riflessione davvero importante. Ieri sera a seguito di una serie di episodi personali che mi hanno provato nel profondo ho sentito con tutta me stessa l’esigenza di seguire le orme del Piccolo Selvaggio, o almeno in parte.

Alexandre Eiffel è un uomo di 38 anni, che ad un certo punto della sua vita decide di cambiare radicalmente registro. Desidera tornare a vivere le emozioni, la spontaneità e la veemenza di un bambino di otto anni, quel bambino che veniva chiamato dal suo papà Piccolo Selvaggio.  La sua necessità di cambiamento è radicale e sotto ogni punto di vista. Io non ho questa esigenza. Ma sento indubbiamente che qualcosa in me è scattato. Quel click che ti fa accendere una luce sulle parti più buie della tua vita, quelle che ti fanno più male, che soffocano la tua serenità. Ho fatto delle considerazioni. Le ho dette ad alta voce, forse per la prima volta, e grazie a questo primo passo di liberazione, ho capito che la direzione da prendere è una sola.

In questa vita vorrei sentirmi comoda. Non accomodante. Molto spesso, troppo spesso, mi sono ritrovata a ricoprire il ruolo di pacere, di mediatore. MI SONO DATA (e lo sottolineo a caratteri cubitali)  l’infausto compito  di ricucire degli strappi che non erano alla mia portata o molto più semplicemente di mia competenza. Sono amante dell’equilibrio. Non amo gli eccessi. Adoro gli entusiasmi sì, i picchi di felicità ma non sopporto le urla, l’aggressività, l’astio e il rancore. Forse dico una banalità? Chi può amare la rabbia e il risentimento. Ebbene… esistono elementi, che ad oggi difficilmente reputo persone, che vivono, o forse è meglio dire, sopravvivono di tali sentimenti. La loro è una ricerca continua e spasmodica. Costruiscono castelli di menzogne pur di raggiungere la vetta del loro vittimismo cosmico. Per loro diventa ormai una missione. Non ho ancora capito se più o meno inconsciamente questi meccanismi diventano il motore della loro esistenza. Che spreco di tempo. Che spreco di energie.

Questi meccanismi ahimè li conosco molto bene, non certo perchè fanno parte di me. Chi mi conosce lo sa…come diceva qualcuno. Adesso che sono grande ho finalmente la capacità di riconoscere questi pericolosi ingranaggi da cui, inizialmente, mi facevo travolgere in un turbinio di insulti, accuse, cattiverie gratuite. Io mi sono sempre ritrovata in mezzo. Come un muro di gomma che serviva per attutire il colpo. Quella membrana che protegge in qualche modo, che cerca di salvare il salvabile.

Nessuno me l’ha chiesto. E’ stata una mia scelta. Perchè in fondo si desidera sempre il benessere delle persone che abbiamo accanto e forse ancor di più  un’armonia familiare che è sempre più utopia e meno realtà. E così ho perseguito in questo ruolo. Prima ascoltando sfoghi velenosi, dopo, con un briciolo di maturità e intelligenza, cercando, di far ragionare, spesso invano, i soggetti in causa. Mi sono resa conto, purtroppo che questo abito da giudice di pace non mi appartiene più. E’ un fardello troppo pesante da indossare. Quindi ho deciso. Si cambia registro.

Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

Volto le spalle. Sì. Ho scelto questa direzione. E non è certo una scelta facile. Ho imparato a mio discapito che ci sono dei limiti che non bisogna superare. La salute prima di tutto, ci insegnano… Ecco la mia salute a causa di certi atteggiamenti, che definirei senza troppo contegno, subdoli e meschini, nuociono gravemente alla mia salute. Psicologica e di conseguenza fisica.  Il nostro corpo è un ricettacolo di emozioni.

Ho deciso di mettere un punto fermo con certi legami che non ho scelto. Sono così stanca di sentirmi in dovere di rispondere a dei legami di sangue che non fanno altro che succhiarmi letteralmente energie vitali. Corrodono la mia essenza.

Qualcuno li chiama vampiri energetici, io li reputo semplicemente dei rompi coglioni. Gente completamente immersa nel proprio liquame di insoddisfazione e frustrazione che vomita tutto questo malessere sugli altri con ogni mezzo a loro disposizione.

Quello che confesso in queste righe è molto forte. Ne sono consapevole. Come il Piccolo Selvaggio ho raggiunto un punto di saturazione. Consapevole di questo salvo me stessa e vaffanculo.

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“Le amanti di Picasso” – Harmony a regola d’arte

Titolo: Le amanti di Picasso. Quando il genio diventa crudeltà
Autore: Paula Izquierdo
Editore: Cavallo di ferro

Pablo Diego José Francisco de Paula Juan Nepomuceno Maria de los Remedios Cipriano de la Santísima Trinidad Ruiz y Picasso. Già dal nome possiamo intuire la complessità di quest’uomo che è stato indubbiamente il più grande artista del XX secolo.

Picasso era un uomo contraddittorio, in perenne conflitto con se stesso, appassionato, instancabile lavoratore, a volte carnefice delle proprie opere e non solo.. altre volte incredibilmente tenero.

La sua vita, soprattutto sessuale, è intimamente legata alla sua creazione. Le sue mani accarezzano, toccano con ardore quelle donne che poi saranno oggetto della sua arte, oltre che delle sue ossessioni.  Lo dimostrano le migliaia di quadri in cui rappresentò le 13 donne più importanti della sua esistenza.

Picasso faceva l’amore, creava le sue donne attraverso l’arte, per poi, a un certo momento, distruggerle con la sua stessa pittura.

Questo libricino può avere le sembianze di un Harmony. Effettivamente parla d’amore. Del grande amatore Picasso e delle donne che hanno subito…è proprio il caso di dirlo, la sua travolgente passionalità.

Un genio crudele viene definito nel libro. Io direi anche…uno stronzo seriale.

Buona lettura amici!

P.S. Se il grande Picasso stuzzica la vostra curiosità ecco alcuni libri più o meno abbordabili…che ho letto su di lui:

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Berthe Morisot

14 gennaio 1841 –  è una giornata fredda, la neve copre i tetti delle case e il cielo riflette questo candore luminoso e avvolgente. Siamo nella città di Bourges, un paesino situato nella Valle della Loira, e la famiglia Morisot è in trepidante attesa. Mamma Marie-Joséphine-Cornélie sta per dare alla luce la piccola Berthe.

Questa luce, così intensa, fragrante e vivida la ritroveremo protagonista delle sue tele. Sì perchè la nostra Berthe da grande farà la pittrice. Ancora da bambinetta dimostrò le sue attitudini e fu incoraggiata all’arte della pittura dal padre. Successivamente quando la famiglia al completo (sorelle e fratello compresi) si trasferì nei pressi di Parigi, venne seguita privatamente da una serie di maestri. Ebbene sì, si trattava esattamente di lezioni private. Non con il metodo CEPU, recupero anni scolastici. Berthe fu “costretta” ad avere maestri privati perchè all’epoca l’École des Beaux-Arts non ammetteva le donne.

Unitevi con me in un gaudioso applauso per i coniugi Morisot, che nonostante questo ostacolo le diedero l’opportunità di esprimere la sua vera essenza attraverso la pittura e a noi più tardi di godere di tanta beltà.

Tra i suoi maestri più importati ci fu il celebre Jean-Baptiste Camille Corot, che suggerisco di approfondire agli amanti del paesaggio. Lui fu infatti uno dei massimi esponenti di questo genere. Il buon Corot da amante della natura non fece altro che introdurla nella sua passione facendole conoscere il meraviglioso mondo della pittura en plein air.

Fortunatamente il caro papà, fece costruire per lei e le sorelle (anche loro aspiranti artiste) un piccolo atelier nel giardino di casa, in modo tale che potesse sperimentare e studiare meglio il mutare della luce sulla natura.  Dico fortunatamente perchè ancora una volta il connubio donna/artista diede ulteriori problemi a Berthe. L’arte per le donne non sa da fare, recarsi allegramente in un parco pubblico per dipingere è un oltraggio. Facile intuire la frustrazione della nostra Berthe che trovava ad ogni angolo un muro che impediva alla suo talento di fiorire nel modo più naturale possibile.

Spesso in preda alla depressione è perennemente scontenta delle sue opere. La sua autocritica e logorante pignoleria saranno però la chiave della sua tenacia. Era pur sempre del segno del Capricorno! Divenne in poco tempo un modello d’indipendenza, tenacia e di talento anche per i colleghi maschi. Cocciuta e testarda cambiò direzione e accolse nelle sue tele altre tematiche a lei molto care, la figura della donna in primis, l’ambiente domestico e i bambini.

Berthe Morisot ritratto

Tra i suoi colleghi ricordiamo in particolar modo Eduard Manet. Il loro legame fu molto intenso. Lo testimoniano scritti privati e confidenze che entrambi fecero ad altre persone. Non mancarono i gossip. Lui sposato, lei giovane e bella artista che tenta di entrare nel gruppo degli impressionisti grazie a certe “referenze” … Sicuramente la loro storia avrebbe potuto essere sulle copertine delle odierne riviste specializzate quali “Novella 2000”, “Gente”, “Chi” e il bollettino parrocchiale.

Non mi sono soffermata molto su questo aspetto della sua vita. Mi limito a pensare che il destino mise sul cammino di questa donna un grande artista, che fu il suo mentore, collega, amico e poi anche cognato. Berthe sposò Eugène Manet, il fratello di Eduard. Divenne quindi la signora Manet. Impressionista di dato e di fatto.

Vi invito a scoprire le sue opere, la loro vibrante sensibilità prima di tutto di donna e poi d’artista. Osservate le sue pennellate, quanto sono intense?! Ammirate i suoi soggetti, quanto è percepibile la loro umanità? Ascoltate la sua forza. Siate alleati insieme a me delle sue battaglie. Berthe ha vissuto in una società che le chiudeva le porte di un parco PUBBLICO perchè una donna NON PUO’ DIPINGERE. Come se quel gesto fosse un atto osceno.

La culla

Quando morì si limitarono a incidere sulla pietra “vedova di Eugene Manet”, senza alcun riferimento alla sua professione. Come se quella parte della sua vita…che era a tutti gli effetti LA SUA VITA non fosse degna di nota.

Forse può sembrare che questo ultimo smacco abbia sancito una vittoria a favore di quella società stolta e chiusa. Invece no, tutt’altro. Berthe oggi è ricordata sui libri di scuola, le sue opere abitano nelle sale dei più grandi musei al mondo e a Parigi le hanno pure dedicato un giardino…guarda un pò.

Hai vinto tu cara Berthe! E noi con te!

Grazie!

 

 

 

 

 

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2019

Ed eccoci di nuovo qui con un bagaglio di obiettivi da raggiungere. Chi di noi si sente immune da questo marasma di buoni propositi?

Il povero 2019 è appena iniziato ed io l’ho già caricato di pensieri e progetti di ogni forma e colore. I miei occhi proiettano sogni, il mio cuore scalpita e la mia mente rimbalza da un pensiero all’altro. Insomma l’anno nuovo ha solo dieci giorni e in casa TraMe Arte è già un gran casino!

Ma si sa, ogni cambiamento presuppone una rivoluzione.

Durante gli ultimi giorni dell’anno ho scritto sul mio nuovo quaderno dei desideri, l’elenco degli obiettivi/progetti che vorrei portare a termine o quantomeno iniziare nel 2019. Sono pochi ma molto ambiziosi.

Poi un bel giorno ho deciso di partecipare ad un workshop tenuto dalla fantastica Business Coach Roberta Moretti e da pochi progetti ambiziosi ne sono uscita con UN MACRO OBIETTIVO SUPER AMBIZIOSO. Quest’idea torna continuamente a farmi visita. Spesso si nasconde sotto mentite spoglie ma in fondo è sempre lei che bussa alla mia porta. Chissà che questa sia la volta buona…o meglio…LA SVOLTA BUONA.

Grazie alle indicazioni di Roberta ho sviscerato il progetto in piccoli passi, necessari per arrivare alla meta, quella fantomatica vetta che dal punto di vista in cui mi trovo ora sembra lontana anni luce. So di non essere sola in questo pellegrinaggio esistenziale. Ognuno di noi ha un cassetto brulicante di sogni. Qualcuno non ha il coraggio di sfiorare nemmeno il pomello di sto benedetto cassetto, altri si tengono alla larga anche dalla sola IDEA di cassetto, figuriamoci pensare che dentro ci siano dei sogni!

Quanta confusione, quante paure si palesano al nostro cospetto. Non so esattamente quale sia la chiave per andare oltre a questa gabbia di titubanze ma una cosa è certa, ascoltarsi è il primo passo da compiere sempre e comunque. Porre attenzione non significa però frenare il nostro cammino. Significa analizzare le corde più intime di noi stessi, conoscere queste paure, ri-conoscerle e farle nostre alleate. Trasformarle in fionde e non in catene. Dobbiamo usare tutta la nostra forza unita ad una buona dose di sana incoscenza e compiere questa magia.

Il “mi piacerebbe”, “vorrei tanto ma” sono frasi da falliti cronici. Ogni volta che sento queste parole i miei nervi iniziano a ballare la taranta. Il punto è, rimanere vittime di se stessi o essere motivo di orgoglio e magari esempio per gli altri?

Io non so se riuscirò a raggiungere il mio super obiettivo ma so che ho già iniziato a lavorare per poterlo trasformare finalmente in realtà. Un passo alla volta. Ho scelto come compagne di viaggio “Costanza”  e “Tenacia”. Le trovo perfette. Sono entrambe molto socievoli, divertenti e al tempo stesso serie e precise. Giusto quello di cui ho bisogno.

Non mi resta che augurare anche a te che stai leggendo di aprire gli occhi un giorno e renderti conto che quello che vedi non è un sogno ma la tua vita.

 

 

Pubblicato in: L'Arte parla di sè

Artemisia

Oggi faremo insieme un viaggio. Vi porterò nella Roma del Seicento.

Immaginate di passeggiare con me per le strade della città eterna. Fate attenzione a non sbattere contro qualcuno e soprattutto guardate bene dove mettete i piedi! Roma in questo periodo è un cantiere a cielo aperto! Il clero e le più ricche famiglie romane sono diventati una calamita per grandi artisti e architetti che stanno letteralmente rivoluzionando la città!

Guardate davanti a voi! Vedete quelle immense colonne! Lì stanno realizzando il Colonnato di San Pietro!

E dall’altra parte della strada, avete visto quell’uomo con quel viso corrucciato? E’ Caravaggio, incazzato nero perché gli hanno rifiutato l’ennesima opera (Morte della Vergine – 1601-1605/1606). Vagherà per locande e per i vicoli più malfamati in cerca di qualche rissa, finchè, lo sappiamo, ci scapperà il morto…e lui sarà costretto a fuggire lasciando Roma e tutta una serie di artisti suoi seguaci, che hanno sviluppato negli anni a seguire lo stile cosiddetto Caravaggesco.

Tra questi seguaci troviamo Orazio Gentileschi padre della grande Artemisia: la donna “Caravaggio”.

Durante questo viaggio incontriamo lei. Una bambinetta che corre svelta. Artemisia ha il passo deciso, non è come le sue coetanee che saltellano, giocano. Lei va dritta, sicura verso il percorso che la vita le ha designato. Ha appena perso la sua mamma. E’ stato tutto così assurdo. Un attimo prima attendevano insieme con trepidazione la nascita del nuovo fratellino, quello dopo il silenzio, la morte. Ha mescolato lacrime di gioia per la nascita del piccolino con quelle del dolore più immenso che una bambina della sua età possa mai provare. “La mamma è morta Artemisia”. I suoi occhi si spalancano in un urlo di dolore e scappa via. Non sa dove andare. Smarrita, sola, travolta da una sofferenza troppo grande da sostenere. Per non cadere decide di correre. Scappare per le vie di quella città in subbuglio. In cui gli uomini iniziano già a guardarla con interesse, con quello sguardo lascivo che lei ancora non contempla, non permette. Artemisia vuole solo la sua mamma. Dopo ore di cammino, torna a casa. Si arma di foglio e grafite e inizia a disegnare, sfogando così nell’arte il suo dolore. Dimostra una dote naturale, acquisita dal padre che la accoglie nella sua bottega. Qui lavora e cresce circondata dai sei fratelli e da altri illustri pittori che le insegneranno l’arte del disegno e della pittura. Tra questi Agostino Tassi, amico del padre prima di tutto e poi maestro di prospettiva della stessa Artemisia. Agostino Tassi: l’uomo che strapperà ad Artemisia l’ultimo lembo di fanciullezza, l’uomo dello stupro, quel gesto che segnerà per sempre la sua esistenza e anche il suo ricordo a venire.

Artemisia non è una donna come le altre. Il suo corpo è lacerato dalla violenza, ma il suo animo no. Confessa al padre il sopruso subito. Ci vorrà un anno prima che Orazio si convinca a denunciare Tassi. All’epoca dovevano essere i coniugi (o in tal caso il padre) a vendicare l’onta subita. La violenza non era considerata un’offesa alla donna bensì all’uomo che la possedeva, di cui ne era proprietario.

Il processo fu un ulteriore condanna. Artemisia accetta di testimoniare sotto tortura, viene sottoposta alla sibilla, supplizio progettato per i pittori, che consiste nel fasciare loro le dita delle mani con delle funi fino a farle sanguinare. Alla fine il Tassi ne risulterà indenne, pur riconosciuto colpevole tornò in libertà dopo meno di un anno. Saranno i Gentileschi a subire notevoli danni morali. Prima fra tutti ovviamente la nostra Artemisia, ricordata più per questo devastante episodio che per la sua arte. La “pittora” (così si faceva chiamare), la prima donna ammessa all’Accademia delle arti del disegno di Firenze, città cui sarà destinata a seguito di un matrimonio riparatore con un pittore fiorentino, anche lui poco entusiasta di avere per moglie un’artista così dotata e assolutamente poco affabile alle pratiche domestiche.

Firenze sarà per lei una rivalsa. La rinascita di una donna così intimamente legata alla sua pittura da renderla indipendente grazie alle importanti commissioni ricevute dalle famiglie fiorentine (Medici compresi) e dalle amicizie degne di nota con altri rivoluzionari dell’epoca come Galileo Galilei che nutre per lei grande stima.

Artemisia sarà la prima artista donna a guadagnarsi, pennellata dopo pennellata, la sua autonomia. Non avrà bisogno della dote di famiglia per vivere ne di quella del marito. La sua emancipazione è un esempio di forza e caparbietà. Il suo amore e desiderio viscerale di dipingere saranno la sua ancora di salvezza. Stimolo continuo per un riscatto prima di tutto morale.

I suoi dipinti sono una denuncia continua. L’unica arma a sua disposizione. Artemisia non può restare in silenzio. Deve gridare al mondo intero quello che una donna può subire ma anche e soprattutto quello che è in grado di fare.

artemisia-gentileschi-giuditta-uffizi

Veste i panni di Giuditta e sfodera la spada per tagliare la testa al suo carnefice. Impassibile, glaciale, infonde la lama in profondità e vendica con la morte la violenza subita. La brutalità di questo gesto non si addice ad una donna, ma Artemisia non ha paura di sporcarsi le mani. I suoi colori, sono il sangue mai versato, la tela la giustizia mai concessa. La rabbia, il senso di abbandono, le ferite ancora aperte, le parole non dette prendono vita nella sua arte e lei di conseguenza sopravvive.

Qualcuno sostiene che Artemisia Gentileschi non sarebbe l’artista che conosciamo se non avesse subito quella violenza. Così come Frida non sarebbe Frida senza l’incidente.

Non so dare una risposta a queste affermazioni. Penso solo che non esiste un’Artemisia, una Frida…

Ognuna di noi può essere ciò che desidera. Sempre e comunque. Non esistono uomini o donne che possono ostacolare o veicolare le nostre scelte.

Non esiste violenza più grave dei limiti che imponiamo a noi stesse.