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Frida: Passionale resilienza

La scorsa settimana ho visitato la mostra dedicata a Frida Kahlo. Confesso di non amare la sua pittura e a seguito della mostra confermo che i suoi dipinti non mi entusiasmano. Perchè? Dicono che le persone del segno della Bilancia come me siano amanti dell’estetica, del bello. Partendo da questo presupposto posso certamente affermare che il mio non amore per l’arte di Frida è esattamente legato ad un senso prettamente estetico. Lei protagonista dei suoi dipinti, con il suo monociglio, la sua peluria, la sua maniera di dipingere un po’ primitiva non rientrano esattamente nei miei “canoni di bellezza”.

Nonostante questa premessa apparentemente negativa posso affermare senza pudore di essermi innamorata di Lei, Frida.

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Conoscevo la sua storia a tratti, a dire il vero l’ho sempre un po’ snobbata proprio perchè non sono attratta dalla sua pittura. Al termine del percorso però ho imparato a leggere la sua arte attraverso il suo vissuto e cambiando prospettiva si sa, cambiano anche le sensazioni e le emozioni.

Frida è l’emblema della forza, della tenacia, della perseveranza. Una combattente, una rivoluzionaria e non solo sotto l’aspetto politico. Il suo destino fu segnato fin da bambina, quando all’età di sei anni le diagnosticarono la poliomelite. Questa la fonte ufficiale. Alcuni biografi sostengono invece che fosse affetta da spina bifida, una malattia genetica che la famiglia per questioni di buona reputazione preferì nascondere. Nel corso della sua vita subì 32 operazioni e considerando che morì a soli 47 anni possiamo dire che il dolore fisico fu una costante esistenziale.

La storia della spina bifida o poliomelite non è niente rispetto a quello che le accadde nel 1925, quando rimase vittima di un disastroso incidente stradale. L’autobus su cui viaggiava si scontrò rovinosamente con un tram. Frida fu trafitta da un palo di ferro dalla schiena al bacino. Perse così la sua verginità, perforata da un palo.

Era il 1925 e ovviamente la medicina non aveva i mezzi e le risorse di oggi. Mi chiedo quindi come sia stato possibile sopravvivere a una tale tragedia. Scoprendo passo dopo passo la sua vita (infelice gioco di parole), penso che Frida incarni perfettamente la credenza che esiste un destino già scritto per ciascuno di noi. Un disegno prestabilito, da qualcosa o qualcuno di immenso. Un disegno che letteramente divenne linfa vitale per Frida. Costretta a letto per un tempo infinito trovò nel disegno e nella pittura la sua ancora di salvezza. Quello spiraglio di vita a cui potersi aggrappare con tutte le sue forze.

Lei divenne il soggetto principale della sua arte. Prima di tutto per una questione prettamente tecnica…inchiodata a letto non vedeva altro che se stessa riflessa nello specchio fatto installare dalla madre sul suo letto a baldacchino. Questa condizione la portò inevitabilemnte a riflettere non solo la sua immagine ma anche il suo dolore, fisico e psicologico.

 

A seguito dell’incidente Frida imparò di nuovo a camminare, a reggersi sulle proprie gambe e a quel busto che dovette indossare per tutta la vita. Un busto rigido, pesante che divenne come una seconda pelle, come una delle tante cicatrici che il suo corpo fu costretto a sopportare e nascondere. Da questa condizione, unita anche al suo impegno sociale, vicino al popolo, nasce la volontà di indossare gli abiti tradizionali messicani, le ampie gonne, fondamentali per coprire le gambe malate e le coloratissime camicie. Un corpo turbato dal male fisico avvolto in tessuti dai colori sgargianti, allegri. Un contrasto quasi grottesco che trasformarono Frida in una vera icona.

Frida è conosciuta non soltanto attraverso i suoi dipinti ma anche attraverso la fotografia. Grazie all’influenza del padre fotografo, Frida capì ben presto le potenzialità del suo aspetto. Una femminilità primitiva, lo sguardo fermo, imperturbabile, quasi inespressivo.  Un atteggiamento che sembra sfidare il fruitore, ma che in realtà si pone in una condizione di isolamento, mostra una distanza tra lei e il resto del mondo, una distanza che rispecchia la sua solitudine interiore, quella tristezza ormai radicata nella sua anima.

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Dipingere per Frida diventa uno stato di necessità. Sulla tela esprime le sue ossessioni. L’arte è lo specchio dei suoi drammi. La sua immagine la cornice di cui si vestono i suoi dolori.

Quasi a prendersi gioco di loro, in un connubio di colori, stravaganze, eccessi, Frida appare alle persone che la conosceranno come una donna allegra, vivace, inebriante. Con il suo aspetto così colorato sembra farsi beffa della vita che la mette costantemente alla prova.frida ride

Innamorata dell’Amore, di Diego Rivera. Disperatamente innamorata di lui, del desiderio di diventare madre. I due lati opposti della medaglia. La gioia dell’amore, della passione, dell’arte che li ha fatti conoscere e unire per la vita. Dall’altra parte il tradimento, gli aborti. Schiaffi violenti che la vita le  riserba, come a farle ricordare con prepotenza che ad ogni gioia equivale un dolore, una prova.

Lei stessa disse: “L’angoscia e il dolore. Il piacere e la morte non sono nient’altro che un processo per esistere”

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Ma Frida è una tosta. E’ una donna piena di misteriose pulsioni, la sua essenza è dirompente, è fatta di contrasti e di sogni. Frida sembra capire che vivere è un mistero da gustare più che da capire e impara a considerare la sua infermità come un “luogo” nel quale coltivare lo spirito, in cui la creatività diventa arma di difesa per il tempo, per il dolore, per quella sensazione di morte che aleggia continuamente nella sua vita e che arriverà definitivamente il 13 luglio del 1954. Durante la notte Frida si abbandona alla morte, ufficialmente a causa di edema polmonare, più probabilmente è lei ad imporsi questa volta.  Decide di dire basta. Decide di salvarsi, una volta per tutte. E grazie ad un’overdose di Demoral, derivato della morfina chiude gli occhi per sempre. Frida si congeda dalla vita e chiude il sipario. Lascia alle sue spalle un mondo di sofferenza per rinascere una seconda volta. In quella Frida che conosciamo noi, nella sua arte, il suo viso.frida-kahlo-mostre-milano-2018-mudec-internettuale

La definirei come la Madonna dei nostri tempi. Un po’ forte come paragone, me ne rendo conto. Ma Frida si presenta come un’apparizione con la sua figura inconfondibile. Lei ti guarda e tu non puoi fare a meno di chiederti chi sia questa strana donna. Cosa si cela dietro il suo sguardo. La storia è affascinante, ricca di colpi di scena, episodi drammatici e altri dal sapore quasi fiabesco. Potrei scrivere per ore e raccontare la sua storia, la sua biografia. Ma il mio compito non è quello di darvi delle nozioni accademiche sulla sua vita. Troppo noioso. Spero invece che queste poche righe possano aver aperto il vostro cuore ad una donna straodinaria, che con la sua arte e il suo ardente amore per la vita ci sia da esempio, da musa, per sentire quanto il tempo che abbiamo a disposizione, per quanto doloroso e crudele sia, valga sempre la pena di essere vissuto pienamente, fino all’ultima goccia di colore.

 

 

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Confiscati e Fotografati

Capita spesso che l’Arte faccia un passo indietro e si tolga le vesti da protagonista per lasciare i riflettori puntati su altri argomenti di ben altra natura. Lo si potrebbe definire quasi come un atto di umiltà. Mi piace pensare che l’arte, così come una persona, possa avere in sè dei valori e dei principi morali e che spesso divenga paladina di tali principi partecipando attivamente ad iniziative di grande sensibilità sociale. E’ questo il caso del concorso Confiscati e Fotografati, il primo concorso fotografico in Lombardia sul riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie, organizzato dal coordinamento bresciano di LIBERA. L’arte, intesa come fotografia, abbraccia la nobile causa dell’associazione LIBERA, per informare, denunciare e stimolare la comunità pubblica su un argomento ancora poco conosciuto: la presenza di realtà mafiose anche nel nostro territorio.

Ma andiamo per gradi. Che cos’è Libera.

Libera è un’associazione che intende perseguire attivamente verso una società libera dalle mafie, dalla corruzione e da ogni forma d’illegalità. Una fitta rete di associazioni, cooperative, sindacati, diocesi è attiva su tutto il territorio nazionale e non solo, per combattere costantemente i fenomeni di criminalità organizzata. Il senso di Libera non è solamente quello di togliere il potere alle mafie, ma anche e soprattutto realizzare un’opera di riscatto e rinascita di beni macchiati da questo male sociale.

Come sostiene il Referente provinciale di Libera, Giuseppe Giuffrida: “C’è bisogno di legalità come c’è bisogno dell’aria, del pane, del sorriso, della felicità, dello star bene. C’è bisogno di un’armonia nei comportamenti, di un riscatto nella dignità di ciascun individuo”

La legalità diventa quindi un bisogno primario, necessario all’uomo per mantenere la sua libertà di individuo. In questo concorso l’arte si presta come mezzo, come ponte tra Libera e la gente comune che deve, inteso come dovere morale, essere a conoscenza di certe situazioni.

Il concorso prevede due categorie: 1. Categoria Beni confiscati e riutilizzati: il partecipante deve raccontare una storia attraverso 3 scatti fotografici, con lo scopo di mettere in luce ed esprimere al meglio il riutilizzo del bene; 2. Categoria Beni confiscati e non riutilizzati: il partecipante deve raccontare una storia attraverso 3 scatti che metta in luce il non riutilizzo del bene oppure le potenzialità del bene stesso proponendo una possibile idea di riutilizzo sociale;

La fotografia intesa come riflesso di legalità ritrovata, come manifesto di rivincita. Oppure come espressione creativa per dare idee, riflessioni e spunti soprattutto per quei beni confiscati non ancora riutilizzati.

Non è necessario essere fotografi professionisti per partecipare, basta avere una particolare sensibilità al senso sociale di questa iniziativa. Usare l’obiettivo per guardare oltre le stanze vuote, per dare una prospettiva di futuro e di speranza.

“Mettete dei fiori nei vostri cannoni” diceva una famosa canzone. E’ esattamente quello che Libera intende fare e sta già facendo dal 1995, anno della sua fondazione.

Con questo concorso anche noi possiamo dare il nostro contributo attivo a questa lotta quotidiana. Abbiamo l’opportunità di aprire gli occhi e soprattutto la mente di fronte a realtà che spesso manteniamo a debita distanza, talvolta per ignoranza (nel senso letterale del termine), talvolta per convenienza.

Quindi amici diamo un contributo concreto a questa battaglia. Mettiamoci in prima linea con i nostri occhi digitali. Mostriamo attraverso le nostre fotografie quello che possiamo fare e ottenere come cittadini liberi e consapevoli!

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Ecco qualche indicazione tecnica relativa al concorso:

Per iscriversi è necessario compilare la “scheda di iscrizione”.

L’elenco dei beni (immobili/terreni) di cui è possibile scattare immagini destinate al concorso sarà fornito dall’organizzazione, il 29 gennaio, previa sottoscrizione della clausola di riservatezza all’atto di iscrizione.

Indirizzo mail dedicato al concorso fotografico: confiscatiefotografati@gmail.com Eventuali informazioni di carattere generale possono essere richieste al Coordinamento provinciale di Libera alla mail: brescia@libera.it 

Il termine per la presentazione degli elaborati sarà il 31 marzo 2018. Una giuria specializzata selezionerà i 10 migliori elaborati che saranno protagonisti di una mostra allestita presso la biblioteca di Concesio in data 19 aprile in occasione della quale saranno proclamati anche 3 vincitori, uno per categoria e il miglior scatto.

 

 

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Il colore del 2018 – Ultra Violet

Anno nuovo colore nuovo! Questa è da sempre la regola di una famosissima azienda statunitense il cui nome suonerà familiare a molti di voi. L’azienda in questione è la Pantone Inc. Qualcuno ai tempi della scuola avrà utilizzato l’omonimo pennarello per disegni tecnici o di grafica, altri avranno visto il marchio Pantone su complementi d’arredo, fatto sta che il sistema Pantone fa parte delle nostre vite da oltre 50 anni. Inizialmente questo metodo è stato messo a punto per poter classificare i colori e “tradurli” nel linguaggio di stampa a quadricromia CMYK (ciano, magenta, giallo e nero) semplicemente grazie a un codice. A partire dal 2000, Pantone sceglie un colore come rappresentativo dell’anno nuovo.

E per l’anno 2018…the winner is….Ultra Violet (codice: 18-3838)!

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Quidi preparatevi, presto saremo circondati da Ultra Violet! Sarà il colore di tendenza soprattutto per la moda e il design.
Lee Eisenman, il direttore esecutivo del Pantone Color Institute, durante la presentazione del nuovo paladino dell’azienda ha commentato: “Il viola è un colore complesso. E noi viviamo un’epoca complessa; l’Ultra Violet è inoltre un colore che induce alla meditazione da praticare sempre più spesso nella frenesia della quotidianità moderna”.

Il 2018 avrà quindi come sfondo un colore “complesso e contemplativo”. Una sorta di augurio per trovare la luce in fondo al tunnel. In quest’epoca così ricca di contrasti e scontri si sente la necessità di immergersi fino in fondo, in una profondità cromatica in cui il blu intenso degli abissi del mare si unisce al rosso fuoco del centro della terra. La loro unione porta al viola. Il colore che va oltre il caos, che supera il marasma e cerca la tranquillità, la pace, la meditazione appunto.

Se andiamo a ricercare le origini e le associazioni psicologiche legate a questo colore scopriremo alcuni aspetti davvero interessanti.

Tutti sanno che il viola viene spesso associato alla sfortuna. Le origini di questa interpretazione risalgono al medioevo. In quel tempo durante la Quaresima il viola era considerato un colore sacro. Sacro per tutti tranne per quei poveri artisti di teatro che si ritrovavano al verde…(sempre per stare sul pezzo) a causa del divieto di rappresentare spettacoli pubblici.  Per questo motivo il colore viola divenne odiato dagli artisti e vietato in teatro. Con il passare del tempo è diventato simbolo della controcultura, della rottura delle regole e del talento artistico, basti pensare a popstar come Prince e la sua Purple rain e all’architetto Frank Lloyd Wright, che portava un mantello viola per sentirsi più creativo.

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E il caro Franck aveva ragione. Si dice infatti che grazie alla sua influenza e vicinanza si ottiene un accrescimento di creatività e ispirazione. Quindi amici artisti indossate il viola e il vostro estro subirà un’evoluzione mistica! Attenzione però, va bene per gli abiti ma non per le pareti! Secondo la teoria del feng shui è ideale per elementi decorativi da inserire nello studio, nella stanza da lettura o di meditazione, in quanto portatore sano di comunicazione, intelletto e stimolo ad aprirsi a nuove scoperte.

Conoscere il colore dell’anno per me è diventato una sorta di rituale, come ascoltare a tutto volume dalla tv la marcia di Radetzky il primo dell’anno. Ammetto che il viola non rientra esattamente nella mia top five. Ma sono sicura che mi regalerà delle piacevoli sorprese.

Ognuno ha il “suo” colore,  quella tinta che ti prende, che senti familiare, intima. Il colore preferito è come una cassa di risonanza di noi stessi. Altri colori invece li sentiamo ostili, lontani dal nostro modo di essere. Tra noi e i colori deve crearsi empatia. Sono le affinità elettive che ci congiungono a frammenti di noi stessi sparsi in giro per l’universo.  Quando il nostro sguardo incontra il colore nasce armonia. Un giorno è il colore della calma, il giorno dopo quello della rabbia, il giorno dopo ancora il colore dell’amore. Ogni colore include in sè una proprietà, una sorta di formula magica.

Chissà magari un giorno al posto delle farmacie ci saranno le botteghe del colore, in cui ognuno di noi andrà alla ricerca del colore necessario per curare la sua spiritualità, coltivale il suo intelletto e cullare le proprie idee trasformando così la propria vita in una tavolozza di colori.

 

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“Nise – Il cuore della follia” – Non aver paura dell’inconscio

E’ il primo giorno dell’anno e ho già ricevuto un regalo inaspettato. Tardo pomeriggio after pulizie di casa, relax sul divano, consultiamo Netflix e un titolo ci colpisce: Nise – Il cuore della follia. La trama dice: In questo film tratto da una storia vera, una psichiatra si oppone all’elettroshock come cura per la schizofrenia e incoraggia i suoi pazienti a dedicarsi all’arte.

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Perfetto direi. Il film inizia con un’immagine stupenda. Un inchino al direttore della fotografia. Una donna di spalle, vestita con un tailleur rosso ruggine, bussa insistentemente alla porta sorda di un edificio freddo e austero. Quella donna è la Dottoressa Nise da Silveria e quell’edificio è il Centro Psichiatrico Pedro II di Rio de Janeiro.

Di origine brasiliana, fu la prima donna psichiatra a rifiutare i metodi cruenti usati all’epoca per curare la schizzofrenia. Era circondata da colleghi (tutti uomini) sostenitori di “grandi innovazioni scientifiche” come l’utilizzo della lobotomia e dell’elettroshock. Disorientata da tanta violenza decise di perseguire la cura alla schizzofrenia con un suo metodo che aveva come capisaldi l’affetto e l’arte. Ovviamente il suo operato fu subito criticato ed ostacolato il più possibile. Se si fosse trovata durante i secoli della caccia alle streghe non avrebbe avuto scampo. Fortunatamente ai suoi tempi, si parla del secondo dopo guerra, nonostante le difficoltà che incontrò ed i pochissimi mezzi che aveva a disposizione, trasformò vecchie e luride sale ospedaliere in atelier di pittura e scultura, laboratori di cucito e di giardinaggio.

Allieva della scuola di Jung mise al centro delle sue cure l’attenzione al paziente, prima di tutto considerandolo e trattandolo come essere umano estremamente fragile, viste le condizioni in cui questi poveri disgraziati si trovavano. Condizioni psichiche aggravate notevolmente dall’ambiente in cui erano reclusi e dai metodi che dovevano subire.

Nise divenne una sorta di madrina di questi uomini e donne afflitti da patologie oscure e vorticose in cui il loro senno sembrava completamente disperso. Con l’aiuto di validi collaboratori, dotati anch’essi di una particolare sensibilità umana, riuscì ad utilizzare l’arte come canale per liberare il torbido che ormai si era sedimentato nell’inconscio dei suoi pazienti.

Attraverso i colori e la creta i pazienti esprimevano liberamente il loro stato interiore, il loro inconscio. Partendo inizialmente da segni confusi e compulsivi, passarono poi a forme geometriche più precise e delineate, fino ad arrivare alla rappresentazione della realtà. Una realtà interiore. I fantasmi e i traumi del passato, spesso causa del loro ricovero, iniziarono ad emergere sulla tela, ad essere vivi attarverso la materia. I progressi furono sorprendenti. Tanto da portare qualcuno di loro alla guarigione.

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La produzione di questi atelier fu sottoposta ad un famoso critico d’arte brasiliano Mario Pedrosa, che volle fortemente divulgare  questa nuova ed entusiasmante forma d’arte al di fuori dell’ospedale psichiatrico.

Nel 1952 fu organizzata una mostra che successivamente evolverà in un museo.  L’abbondante produzione artistica di questi nuovi talenti è in continua crescita. Nel gennaio del 1981 la sua collezione riuniva circa 160 mila documenti tra pitture su tela, su diverse tipologie di carte, disegni o modellazioni.

Il museo oggi è un centro vivo di studi e ricerche sulle immagini dell’inconscio, aperto a tutti gli studiosi di tutte le scuole psichiatriche.

Grazie a questo metodo il malato subisce un mutamento. Non solo psichico ma anche umano. La sua malattia si trasforma in talento. Il mondo interiore, invisibile e spesso spaventoso, si apre attraverso l’arte. Emerge senza paura, senza limiti, senza restrizioni. Esplode nei colori, nei segni tracciati dal pennello, nelle forme plasmate dalle mani. E’ un linguaggio puro, complesso, essenziale, intenso. E’ il linguaggio dell’incoscio che ognuno di noi conserva dentro di sé, come in una scatola dei segreti.

Alcuni di essi sono sconosciuti persino a noi stessi. E’ il sorprendente potere della mente. Lucida e irriverente. Tutti noi abbiamo in dono un pizzico di follia. Così come la rabbia, la paura, la passione sono sfumature del nostro essere anche la pazzia ci appartiene. Se è vero che esiste il suo opposto per ogni cosa…potremmo dire che non c’è gioia senza dolore così come non esiste ragione senza follia.

E’ il primo giorno dell’anno e questo film mi ha regalato delle emozioni molto forti e soprattutto un grande senso di speranza. La speranza che ognuno di noi sia sufficientemente pazzo da trovare nella vita la sua personale forma d’arte. Quella pratica che tocca le corde del proprio inconscio liberandolo da gabbie inutili che ci impediscono solamente di mostrare il nostro talento più grande, quello di essere semplicemente noi stessi.

 

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Il “Destino” di Walt Disney e Salvador Dalì

“Prendi una buona idea, mantienila, inseguila e lavoraci  

fino a quando non funziona bene”

 Walt Disney

Non si sa esattamente quando Walt Disney pronunciò questa frase. Si sa per certo però che ebbe una delle sue “favolose” idee nel 1945 quando decise di invitare presso i suoi Studios l’artista Salvador Dalì. Probabilmente come accadde in altre innumerevoli occasioni il suo staff fu contrario a questa decisione. In quel periodo Dalì era un pezzo grosso nello scenario artistico americano. Nello stesso anno  collaborò con Hitchcock per la realizzazione della sequenza del sogno nel fim “Io ti salverò”. Noto per la sua genialità, megalomania, piacere nel generare scandalo e provocazioni, Dalì non rispondeva esattamente ai canoni fiabeschi del regno disneyano, ma il caro Walt è sempre stato un uomo molto caparbio e sopratutto un visionario. Fu proprio questa caratteristica, evidentemente comune ai due protagonisti di questa storia, che portò al loro incontro e sodalizio.

Salvador Dalì, “l’uomo dei sogni”, che con straordinaria lucidità descriveva delirio e mistero del mondo onirico, colui che presentava al mondo intero le sue ossessioni, i suoi incubi più profondi, si trova di fronte ad un ometto distinto, con dei timidi baffetti (quasi ridicoli in confronto ai suoi, così stravaganti e…Surreali).   Si incontrano nel suo ufficio e dopo un paio di convenevoli Walt gli pronuncia le parole magiche “I sogni son desideri”… e niente il gioco è fatto!

Parte immediatamente un trip daliniano che nemmeno lui riesce a controllare! Inizia così la loro collaborazione per la realizzazione di un cortometraggio in cui surrealismo e sensibilità creativa diventano una combinazione inaspettatamente perfetta,  come la vodka e le caramelle gommose… (da provare…)

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Questi incontri non accadono mai per caso. Possiamo dire che qualcuno o qualcosa aveva già tracciato le loro vite fino a farli incontrare. C’e chi sostiene che sia opera di Dio o di altre forze sovrannaturali e chi invece li reputa semplicemente protagonisti del proprio Destino.

Ed è proprio “Destino” il titolo di questo cortometraggio. Per otto mesi li vide impegnati nella stesura dello storyboard. Dalì realizzò centinaia di disegni e bozzetti, lavorando a quella che per lui divenne una nuova sfida. Ora doveva fare i conti con un target ben definito, un pubblico diverso, non abituato alle sue provocazioni e che, invece, si aspettava l’animazione di un classico sogno disneyano a lieto fine. Dalì non delude il pubblico né tantomeno se stesso, sia ben inteso.  Già negli schizzi dello storyboard si presenta una sintesi perfetta tra il riconoscibile linguaggio degli studi Disney e l’iconografia, i luoghi, i colori e le metamorfosi daliniane. La colonna sonora, da cui è tratto anche il titolo stesso del cortometraggio, aiuta a dare una linea narrativa alle immagini e momenti di pathos cinematografico.

Quanto alla trama si tratta dell’incontro tra un uomo e una donna, il destino di un amore che, come quelli raccontati nelle opere pittoriche di Dalì, sono amori complessi, contrastati. Muri che si ergono fra gli amanti, ostacoli che talvolta avvicinano, ma molto più spesso separano. Il tutto proiettato nel linguaggio disneyano. La protagonista femminile per esempio impersonifica esattamente le principesse Disney, nei tratti e nei movimenti sinuosi del corpo. Fanno da sfondo poi i must del mondo daliniano, elefanti con zampe di giraffa, formiche, l’unione di immagini che rivelano una doppia natura. È talmente percepibile la sua presenza che ci si aspetta di vederlo comparire tra i protagonisti magari nelle vesti di un mago bislacco o di un cicerone disorientato.

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Fin qui tutto è perfetto, tutto rispecchia il copione delle Fabie Disney. Peccato però che la grande crisi economica legata alla seconda guerra mondiale mise un punto fermo a questo meraviglioso sogno ed il corto non venne terminato.

Il Destino però ha voluto che nel 1999, il nipote di Walt, Roy Disney, durante la realizzazione di “Fantasia 2000”, trovò il progetto del corto e decise di concluderlo e portarlo alla luce. Per il completamento del corto, vennero incaricati gli Studios Disney di Parigi. Una squadra di circa 25 animatori decifrarono gli storyboard criptici di Dalì, grazie agli scritti dell’artista stesso, di Gala, sua moglie, e soprattutto grazie ai ricordi dell’animatore che lavorò al suo fianco in quel periodo agli Studios.
Per tentare di ricostruire un corto vicino alle intenzioni dei due ideatori, oltre agli schizzi, allo storyboard vi erano delle certezze dettate dall’inconfondibile stile di Walt, ovvero: tutti sapevano che Disney avrebbe usato ogni mezzo tecnologico a disposizione per rendere al meglio l’animazione. E nel 2000 non poteva che essere utilizzata la computer grafica adoperata, tuttavia, nel rispetto del periodo in cui il progetto venne ideato. Così, Destino riuscì ad essere compiuto e…

vissero tutti felici e contenti….

Buona visione!

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The family of man

In questi giorni mi trovo in Lussemburgo. Meta insolita per trascorrere il weekend. Eppure in questo piccolo fazzoletto di mondo si nasconde un tesoro. Una sorta di oasi nel deserto. Si perché diciamolo…in Lussemburgo non ci sono molte attrazioni turistiche o musei d’arte degni di nota. A parte un paesaggio molto caratteristico, deliziose casette e castelli sparsi qua e là, questa terra di mezzo non offre molto al turista straniero. Allora perché decidere di prendere un aereo, sfidare il freddo e una lingua incomprensibile? La risposta è La famiglia. Non certo la mia d’origine che a quest’ora sarà riunita a casa della mamma per il consueto pranzo domenicale.

Si tratta di una famiglia decisamente più numerosa, quella che il signor Edward Steichen decise di radunare in quella che diventerà la più grande raccolta fotografica mai realizzata al mondo. Ebbene sì oggi vi parlo di fotografia. Metto subito le mani avanti e confesso di non esserne un’esperta né un’appassionata. Oggi scrivo da curiosa, neofita e affascinata. Vorrei raccontarvi di questa perla che la maggior parte di noi probabilmente non conosce. Mi piacerebbe mettervi quella pulce nell’orecchio che prima o poi vi farà balenare l’idea di organizzare una piccola gita da queste parti e visitare questa chicca.

Partiamo dall’inizio. Chi era Edward Steichen?
– fotografo e pittore lussemburghese, prima fotografo di guerra poi di moda. Divenne famoso grazie ad una fotografia scattata alla splendida Greta Garbo nel 1928, immagine scelta successivamente nel 1955 per la copertina della rivista Life. Ed eccola qui. Non è meravigliosa?!

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Nello stesso anno in veste di direttore della fotografia al MoMa di New York cura la realizzazione di THE FAMILY OF MAN. Un’esposizione fotografica che mostra tutte le esperienze e gli istanti di vita dell’uomo. Steichen raccolse quasi 2 milioni di foto scattate in 68 paesi da 273 fotografi diversi. Alla fine riuscì a selezionare “solo” 503 scatti che diedero vita a questo immenso album di famiglia. Dal 24 gennaio 1955 ad oggi la mostra fece il giro del mondo. Dopo New York fu allestita in diverse nazioni tra cui anche l’Italia nel 1959 e conta ad oggi più di 10 milioni di visitatori.
Nel 1964 il Governo americano acconsente alla richiesta di Steichen di donare al Lussemburgo, sua terra d’origine, l’ultima versione della rassegna. Dopo una serie di presentazioni parziali, nel 1994 trova la sua sistemazione permanente negli spazi del Château di Clervaux.

In qualche modo ci si chiede il perché di tutto questo successo. Oltre ovviamente al coinvolgimento di illustri fotografi quali Robert Capa, Henri Cartier Bresson e altri…271…più o meno famosi, personalmente mi sono chiesta, da ignorante in materia, come degli scatti fotografici possano davvero attirare milioni e milioni di persone.

La risposta è arrivata in modo del tutto naturale, come lo sono le immagini esposte. Attimi di vita, che racchiudono l’essenza di ciascun uomo, di ciascuno di noi. Ogni stanza corrisponde ad una fase, ad un capitolo. È come se passeggiando tra le opere esposte si potesse attraversare una vita intera. Passo dopo passo i nostri occhi possono vivere e rivivere emozioni, sentimenti, passaggi obbligati a cui l’essere umano è sottoposto. L’Amore, la fede, la fatica, la disperazione, il ritmo della musica, il ridere di gusto, la felicità per la nascita di un figlio, il dolore tagliente per la morte di un proprio caro, la tenerezza di un padre, le cure della nonna, il fervore per il rispetto dei propri diritti, la spensieratezza di un bambino. Ognuno a suo modo, ognuno a seconda delle sue origini, vive un percorso già segnato con quelle sfumature che appartengono al nostro destino e che rendono la propria vita unica ed inimitabile.

The Family of man mostra tutto questo ma intende soprattutto portare il fruitore ad una condizione di unione e vicinanza globale, che va oltre le etnie, le culture, le ideologie. The Family of man ci regala un senso di appartenenza e di familiarità così intenso da sentirne quasi la mancanza appena si realizza la fine della visita. È uno specchio su noi stessi, il nostro passato, presente e futuro. È un tenersi per mano, tra sconosciuti che diventano per un attimo membri insostituibili della propria famiglia, dei fratelli ritrovati, genitori desiderati. È un punto di partenza e di arrivo. È il tuo viaggio attraverso la vita, vista da fuori, da spettatore. A tratti ti senti rassicurato, consapevole, in altri momenti fortunato, in altri ancora impaurito. È tutto lì, in bianco e nero. Un girotondo di emozioni in cui tutti siamo coinvolti in questa meravigliosa giostra chiamata Vita.

 

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TOULOUSE-LAUTREC. ll mondo fuggevole – Palazzo Reale, Milano – fino al 18.2.2018

Un viaggio nella vita dell’artista bohemien. Un percorso che vede protagonista la Parigi dei bassifondi  frequentata dall’artista stesso nonostante le sue origini  aristocratiche.

Un’esposizione che prevede oltre 250 opere tra dipinti, litografie, manifesti. Insomma L’intera ricerca artistica di un artista che nel suo piccolo…ha segnalo la storia dell’arte moderna.

www.palazzorealemilano.it

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Al Museo AMO di Verona la grande arte di Fernando Botero

Non conosco ancora questo artista. Sarà mia premura colmare questa lacuna e visitare la mostra allestita a Verona presso il museo AMO. Chissà se a seguito della visità nascerà un nuovo articolo da condividere.

Dove
AMO Arena Museo Opera
Via Abramo Massalongo, 7

Quando
Dal 21/10/2017 al 25/02/2018
Lunedì dalle 14.30 alle 19.30 Dal martedì a domenica dalle 9.30 alle 19.30 (la biglietteria chiude un’ora prima)

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“Sogno di dipingere e poi dipingo il mio sogno”

Sono giorni che mi imbatto in questa frase. Una citazione che mi ha colpito subito. La leggo una volta…due…spunta sempre in quei frammenti di giornata in cui riesco a respirare un attimo tra una corso e l’altro… tra un’asse da levigare e un comodino da accomodare… eccola di nuovo… “Sogno di dipingere e poi dipingo il mio sogno”.

Adesso devo sapere chi è l’autore di questa citazione…
Cerco…
scopro…
sbuffo…
Si sbuffo! Perché????!?!?!

Perché questa frase è del signor Vincent Van Gogh!

Sono un po’ delusa devo dire la verità.

Mi sarei aspettata un visionario pacioccone come Mirò…

Un romanticone mielenso come Chagall…

Invece no. Vincent Van Gogh. Lui. Rozzo, ribelle e asociale come pochi… mi spara sta frase. Ma ti pare! Cerco nuovamente su fonti autorevoli come “aforisticamente.com” o “frasi celebri.it” e niente…è proprio sua.

Sta cosa non mi fa dormire. E’ domenica mattina. Ieri sera sono uscita e fatto l’una tra una cosa e l’altra. Mi sveglio e mi viene in mente sta frase. Ancora una volta. E’ necessario prendere in mano la situazione. Ed eccomi qui…che riprendo le redini del mio blog e ricomincio a scrivere. Mai mi sarei aspettata di riprendere proprio da lui. Ma si sa l’arte è imprevedibile…quindi lasciamoci trasportare da questo raptus Vangogghiano… e procediamo con la ricerca.

Non so se si è capito… a me Van Gogh…mmm…insomma…diciamo che…ecco: diciamo che non rientra esattamente nella mia super classifica show…

Se provo ad analizzare la natura psicologica di questa mia “antipatia” ammetto che è più imputabile alle mostre a lui dedicate che ho avuto modo di visitare negli ultimi anni…più che al povero Vincent e alla sua pittura. Forse è diventato un po’ troppo protagonista di quelle esposizioni dedicate ad una società di massa e non ad un pubblico pensante e sensibile all’arte. Che paroloni…

Mi spiego meglio…esistono secondo me autori che rientrano in una categoria che io definisco “i paraculati dell’arte” in cui la singolarità dell’artista, la sua fama si uniscono al successo a livello di marketing e mass media e una buona dose di trend del momento. Sono i “mai più senza” dell’arte. Sono quell’abito total black che DEVI avere nell’armadio perché ti salva quando vieni colpita dalla sindrome “non ho niente da mettermi”.

Questi artisti sono l’asso nella manica nelle conversazioni medie tra gente media.
– “Ah sono andato alla mostra di Van Gogh ieri”
– “Eh com’è? Anche io vorrei andare!”
– “ah bella!
-“eh allora ci andrò. A me i papaveri di Van Gogh piacciono tantissimo!”
FINE.

Di fronte a queste conversazioni le mie orecchie subiscono una sorta di prolasso…e cadono suicide sul pavimento.
E senza volerlo ci si ricollega ad un famosissimo episodio della vita di Van Gogh. Quando una sera tra una pennellata e l’altra decide di tagliarsi un orecchio. Le versioni legate a questo gesto sono le più disparate. Qualcuno sostiene che dopo essersi amputato l’orecchio, lo avvolse accuratamente in un candido tovagliolo e con amore lo portò ad una donna, forse una prostituta. Altri lo collegano ad un funesto litigio con l’amico Gauguin, altri ancora alla notizia del matrimonio del fratello minore Theo. Lieta novella che Vincent prese benissimo mi dicono.

Ma si sa, la verità sta nel mezzo:
Il giovane Theo, come consuetudine del tempo, chiese al fratello maggiore il benestare alle nozze. Il tenero Vincent anziché gioire per il fratellino, se la prese a morte perché ebbe il timore di perdere il sostegno economico del fratello, giovane mercante d’arte per altro. Il giorno stesso in cui ricevette la lettera del fratello ebbe la famosa litigata con il compagno Gauguin e fomentato da questa lite si mozzò l’orecchio. Nonostante la profonda ferita si recò in una casa di tolleranza, dove consegnò, avvolto in un foglio di carta, il lobo insanguinato a una ragazza, forse una prostituta. In seguito a quell’episodio Van Gogh fu ricoverato e tenuto in isolamento per due settimane. “Presto torneranno i giorni belli, e io ricomincerò a occuparmi di frutteti in fiore”, scrisse al fratello Theo.

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E qui si ritorna alla sua doppia personalità. Al suo evidente malessere. Leggo, mi documento e scopro che l’antipatico Vincent viene considerato il “pittore malato” per eccellenza! Sono sorpresa e sinceramente dispiaciuta. Continuo la mia ricerca. “Vittima di periodi di crisi caratterizzate da allucinazioni e attacchi di tipo epilettico che lo portavano poi in periodi di profonda depressione, ansia e confusione mentale. Ci sono stati molti studi sulla malattia di Van Gogh. Tra questi è quella proposta da Arnold (1992), il quale riscontra nei sintomi dichiarati dal pittore una somiglianza con quelli propri di una rara malattia eridataria: la porfiria acuta intermittente.” (per chi volesse approfondire l’argomento).

Leggendo queste pagine scopro un nuovo Van Gogh. Riesco finalmente a vedere oltre a quell’artista sfruttato da certi curatori di mostre (non faccio nomi) per incassare soldi più che per educare persone. Scopro un uomo profondamente turbato, sofferente, angustiato da una malattia che non gli da tregua ma che per ironia della sorte gli permette di dipingere capolavori.

Scopro Vincent Van Gogh e la sua sensibilità imprigionata. Che grida attraverso pennellate vorticose, tormentate, dense di colore. Attraverso prospettive distorte, allucinate. E non posso far altro che provare profonda tenerezza per un uomo che ha combattuto una vita contro i fantasmi di una mente malata che ha trovato come canale di vita l’arte. La sua pittura che è rimasta al suo fianco fino alla morte, voluta e compiuta nel “suo” campo di grano.

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Oggi faccio una promessa a me stessa e a te caro Vincent. Leggerò altre pagine a te dedicate. Osserverò i tuoi dipinti con occhi diversi. Proverò a guardarli con i tuoi occhi, dalla tua prospettiva. Farò miei i tuoi turbamenti per entrare nella tua arte. Sentirne il sapore. Parlerò di te con entusiasmo. E chissà magari qualcuno che sta leggendo queste righe in questo momento proverà le stesse mie emozioni e si avvicinerà a te e ai tuoi capolavori con una nuova riflessione.