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TOULOUSE-LAUTREC. ll mondo fuggevole – Palazzo Reale, Milano – fino al 18.2.2018

Un viaggio nella vita dell’artista bohemien. Un percorso che vede protagonista la Parigi dei bassifondi  frequentata dall’artista stesso nonostante le sue origini  aristocratiche.

Un’esposizione che prevede oltre 250 opere tra dipinti, litografie, manifesti. Insomma L’intera ricerca artistica di un artista che nel suo piccolo…ha segnalo la storia dell’arte moderna.

www.palazzorealemilano.it

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Al Museo AMO di Verona la grande arte di Fernando Botero

Non conosco ancora questo artista. Sarà mia premura colmare questa lacuna e visitare la mostra allestita a Verona presso il museo AMO. Chissà se a seguito della visità nascerà un nuovo articolo da condividere.

Dove
AMO Arena Museo Opera
Via Abramo Massalongo, 7

Quando
Dal 21/10/2017 al 25/02/2018
Lunedì dalle 14.30 alle 19.30 Dal martedì a domenica dalle 9.30 alle 19.30 (la biglietteria chiude un’ora prima)

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“Sogno di dipingere e poi dipingo il mio sogno”

Sono giorni che mi imbatto in questa frase. Una citazione che mi ha colpito subito. La leggo una volta…due…spunta sempre in quei frammenti di giornata in cui riesco a respirare un attimo tra una corso e l’altro… tra un’asse da levigare e un comodino da accomodare… eccola di nuovo… “Sogno di dipingere e poi dipingo il mio sogno”.

Adesso devo sapere chi è l’autore di questa citazione…
Cerco…
scopro…
sbuffo…
Si sbuffo! Perché????!?!?!

Perché questa frase è del signor Vincent Van Gogh!

Sono un po’ delusa devo dire la verità.

Mi sarei aspettata un visionario pacioccone come Mirò…

Un romanticone mielenso come Chagall…

Invece no. Vincent Van Gogh. Lui. Rozzo, ribelle e asociale come pochi… mi spara sta frase. Ma ti pare! Cerco nuovamente su fonti autorevoli come “aforisticamente.com” o “frasi celebri.it” e niente…è proprio sua.

Sta cosa non mi fa dormire. E’ domenica mattina. Ieri sera sono uscita e fatto l’una tra una cosa e l’altra. Mi sveglio e mi viene in mente sta frase. Ancora una volta. E’ necessario prendere in mano la situazione. Ed eccomi qui…che riprendo le redini del mio blog e ricomincio a scrivere. Mai mi sarei aspettata di riprendere proprio da lui. Ma si sa l’arte è imprevedibile…quindi lasciamoci trasportare da questo raptus Vangogghiano… e procediamo con la ricerca.

Non so se si è capito… a me Van Gogh…mmm…insomma…diciamo che…ecco: diciamo che non rientra esattamente nella mia super classifica show…

Se provo ad analizzare la natura psicologica di questa mia “antipatia” ammetto che è più imputabile alle mostre a lui dedicate che ho avuto modo di visitare negli ultimi anni…più che al povero Vincent e alla sua pittura. Forse è diventato un po’ troppo protagonista di quelle esposizioni dedicate ad una società di massa e non ad un pubblico pensante e sensibile all’arte. Che paroloni…

Mi spiego meglio…esistono secondo me autori che rientrano in una categoria che io definisco “i paraculati dell’arte” in cui la singolarità dell’artista, la sua fama si uniscono al successo a livello di marketing e mass media e una buona dose di trend del momento. Sono i “mai più senza” dell’arte. Sono quell’abito total black che DEVI avere nell’armadio perché ti salva quando vieni colpita dalla sindrome “non ho niente da mettermi”.

Questi artisti sono l’asso nella manica nelle conversazioni medie tra gente media.
– “Ah sono andato alla mostra di Van Gogh ieri”
– “Eh com’è? Anche io vorrei andare!”
– “ah bella!
-“eh allora ci andrò. A me i papaveri di Van Gogh piacciono tantissimo!”
FINE.

Di fronte a queste conversazioni le mie orecchie subiscono una sorta di prolasso…e cadono suicide sul pavimento.
E senza volerlo ci si ricollega ad un famosissimo episodio della vita di Van Gogh. Quando una sera tra una pennellata e l’altra decide di tagliarsi un orecchio. Le versioni legate a questo gesto sono le più disparate. Qualcuno sostiene che dopo essersi amputato l’orecchio, lo avvolse accuratamente in un candido tovagliolo e con amore lo portò ad una donna, forse una prostituta. Altri lo collegano ad un funesto litigio con l’amico Gauguin, altri ancora alla notizia del matrimonio del fratello minore Theo. Lieta novella che Vincent prese benissimo mi dicono.

Ma si sa, la verità sta nel mezzo:
Il giovane Theo, come consuetudine del tempo, chiese al fratello maggiore il benestare alle nozze. Il tenero Vincent anziché gioire per il fratellino, se la prese a morte perché ebbe il timore di perdere il sostegno economico del fratello, giovane mercante d’arte per altro. Il giorno stesso in cui ricevette la lettera del fratello ebbe la famosa litigata con il compagno Gauguin e fomentato da questa lite si mozzò l’orecchio. Nonostante la profonda ferita si recò in una casa di tolleranza, dove consegnò, avvolto in un foglio di carta, il lobo insanguinato a una ragazza, forse una prostituta. In seguito a quell’episodio Van Gogh fu ricoverato e tenuto in isolamento per due settimane. “Presto torneranno i giorni belli, e io ricomincerò a occuparmi di frutteti in fiore”, scrisse al fratello Theo.

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E qui si ritorna alla sua doppia personalità. Al suo evidente malessere. Leggo, mi documento e scopro che l’antipatico Vincent viene considerato il “pittore malato” per eccellenza! Sono sorpresa e sinceramente dispiaciuta. Continuo la mia ricerca. “Vittima di periodi di crisi caratterizzate da allucinazioni e attacchi di tipo epilettico che lo portavano poi in periodi di profonda depressione, ansia e confusione mentale. Ci sono stati molti studi sulla malattia di Van Gogh. Tra questi è quella proposta da Arnold (1992), il quale riscontra nei sintomi dichiarati dal pittore una somiglianza con quelli propri di una rara malattia eridataria: la porfiria acuta intermittente.” (per chi volesse approfondire l’argomento).

Leggendo queste pagine scopro un nuovo Van Gogh. Riesco finalmente a vedere oltre a quell’artista sfruttato da certi curatori di mostre (non faccio nomi) per incassare soldi più che per educare persone. Scopro un uomo profondamente turbato, sofferente, angustiato da una malattia che non gli da tregua ma che per ironia della sorte gli permette di dipingere capolavori.

Scopro Vincent Van Gogh e la sua sensibilità imprigionata. Che grida attraverso pennellate vorticose, tormentate, dense di colore. Attraverso prospettive distorte, allucinate. E non posso far altro che provare profonda tenerezza per un uomo che ha combattuto una vita contro i fantasmi di una mente malata che ha trovato come canale di vita l’arte. La sua pittura che è rimasta al suo fianco fino alla morte, voluta e compiuta nel “suo” campo di grano.

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Oggi faccio una promessa a me stessa e a te caro Vincent. Leggerò altre pagine a te dedicate. Osserverò i tuoi dipinti con occhi diversi. Proverò a guardarli con i tuoi occhi, dalla tua prospettiva. Farò miei i tuoi turbamenti per entrare nella tua arte. Sentirne il sapore. Parlerò di te con entusiasmo. E chissà magari qualcuno che sta leggendo queste righe in questo momento proverà le stesse mie emozioni e si avvicinerà a te e ai tuoi capolavori con una nuova riflessione.

 

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Tocchi di Femminilità

Inizialmente l’articolo della settimana doveva parlare di un artista la cui mostra è stata inaugurata a Milano qualche giorno fa… poi sabato ho partecipato ad un incontro organizzato dal festival Tocchi di Femminilità e ho deciso che era doveroso raccontarvi brevemente questa esperienza attraverso il mio blog e fare una piccola e deviazione.
Il nome completo del festival è TOCCHI DI FEMMINILITA’ – Ris – volti di letteratura e arte. Si tratta di un Festival della letteratura e delle arti al femminile proposto nella mia città, Brescia dal 4 al 26 marzo. Il programma è caratterizzato da una serie di eventi legati appunto alla donna nelle sue infinite sfaccettature. Il festival è alla sua prima edizione e personalmente mi ha già conquistata. Tocchi di femminilità

Ieri pomeriggio presso lo Spazio Aref in piazza Loggia (BS) ho assistito all’incontro dal titolo Questo non è Amore – un evento sul tema della violenza sulle donne presentato attraverso l’arte (a cura di Michela Pedrana), il lessico (a cura di Maria Sofia Sabato) ed infine la realtà a noi più vicina con le parole di Chiara Rossini del centro antiviolenza Casa delle Donne. Il tema trattato pare quasi una moda dettata prevalentemente dai media che quotidianamente ci propinano fatti di cronaca nera in cui il femminicidio è ormai all’ordine del giorno. Ieri ho imparato però che non si tratta di un’emergenza sociale degli ultimi anni. La violenza sulle donne c’è sempre stata…e le opere esposte dalla professoressa Pedrana nell’ambito della storia dell’arte l’hanno chiaramente dimostrato. Il dato positivo, come spiegava la dottoressa Chiara Rossini è che oggi questi casi vengono finalmente riconosciuti come crimini di violenza e non come episodi di normale e consueta vita coniugale e familiare. Questa piaga sociale fa parte della nostra storia da sempre ed i fatti di cronaca non fanno altro che evidenziare un dato positivo. Ovviamente non è positivo che ad ogni TG si parli di una donna uccisa dal compagno o ex compagno. Questo è chiaro. Il positivo sta nel fatto che questo scempio venga denunciato e affrontato. Il mio compito nel blog non è quello di parlare di questo argomento. Affido a voi l’interesse di approfondire la tematica soprattutto vi invito a partecipare ai prossimi eventi del festival e a conoscere meglio la realtà del centro Casa delle donne. Così vicino a noi e così fondamentale per la nostra società.

Le relatrici mi hanno fatto riflettere sul ruolo della donna non come vittima ma come eroina della propria vita. Nel salotto di TraMe l’Arte parla di sé e questa settimana vorrei dedicare la mia e la vostra attenzione su alcune donne protagoniste della storia dell’arte. Coloro che hanno dato una svolta alle pagine della nostra storia non solo artistica ma anche sociale. Non ho scelto volutamente le più note proprio perché ritengo interessante scoprire personalità e volti che troppo spesso continuano a rimanere nell’ombra.

La prima che vorrei citare e che i più non conosceranno è la monaca del cinquecento Suor Plautilla Nelli, la prima pittrice fiorentina. A lei è attualmente dedicata una mostra presso la Galleria degli Uffizi che grazie al direttore Eike Schmidt, ha inizio proprio da quest’anno una rassegna ideata per riscoprire le donne artiste nei secoli.
Nel ‘500 le donne che desideravano occuparsi d’arte dovevano far fronte ad una serie di ostacoli non indifferenti. Per loro l’unico modo per accedere al mondo della pittura era solamente la vita monacale. Anche qui però la pratica non era ben vista. Il riformatore Girolamo Savonarola infatti promuoveva la pratica artistica solamente “per sfuggire all’indolenza…” non certo per incentivare ed elogiare le qualità e capacità di alcune religiose come fu il caso appunto di Suor Plautilla.
Suor Plautilla Nelli ebbe una formazione artistica prettamente da autodidatta. Non potendo usufruire di alcun tipo di educazione artistica, basò la sua produzione sulla copia di disegni e dipinti dei grandi della pittura fiorentina (tra cui Leonardo Da Vinci, Domenico Ghirlandaio e Andrea del Sarto). È curioso sapere che le sue opere, pur rappresentando scene religiose popolate soprattutto da uomini, presentano figure con sembianze e lineamenti prettamente femminili. Suor Plautilla infatti non conosceva l’anatomia maschile (entrò in convento all’età di 14 anni) e prese spunto dai corpi, le proporzioni e tratti fisionomici delle altre suore del convento.

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Compianto sul Cristo morto
Annunciazione
L’Annunciazione

Oggi il suo nome non rientra nei libri di storia dell’arte, confesso che nemmeno io conoscevo l’esistenza di questa suora pittrice. All’epoca però godette di grande stima fra i suoi contemporanei. Questo perché le opere di una suora non avevano soltanto un valore spirituale, ma anche una valenza quasi magica, mistica, e possederne una era considerato un simbolo di prestigio. Chissà se anche oggi nei nostri conventi magari tra quelli di clausura, si nascondono delle valide e appassionate artiste…

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Andando oltre con i secoli vorrei citare un’altra donna degna di nota. Questa volta ci troviamo in Francia con la pittrice impressionista Berthe Morisot. Cognata e musa di Eduard Manet non godette mai della stessa fama dei colleghi impressionisti. All’epoca si riteneva disdicevole per una donna intraprendere la carriera di pittrice. Questi pregiudizi le diedero molte difficoltà nella pratica della pittura en plein air tipica del suo gruppo, tanto da renderla indifferente ed estranea alle questioni sociali che agitavano la vita parigina in quei decenni. Berthe quindi spostò la sua attenzione sulla rappresentazione di scene domestiche ponendo un’attenzione privilegiata al mondo femminile, in particolare alle donne della media ed alta borghesia, le vere protagoniste della sua produzione artistica.

Berthe Morisot
Il suo era un talento naturale coltivato grazie alle sua famiglia di origine appartenente ad un ceto sociale agiato. Il giardino di famiglia era frequentato da personaggi quali Degas, Baudelaire, Tissot. Da qui nascerà l’amicizia con Manet che le dedicherà una serie di ritratti. Questo legame la portò ad essere considerata come “la donna dell’Impressionismo (…) accolta senza riserve e considerata un modello d’indipendenza e di talento oltre che di grazia”.

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Ritratto di Berthe Morisot – Manet, 1872

La peculiarità di Berthe Morisot fu di vivere la sua pittura e di dipingere la sua vita rappresentando immagini ispirate al proprio universo familiare, intimo, il cui taglio fotografico la avvicina notevolmente alle opere dell’amico Degas.

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Lezioni di cucito – Berthe Morisot, 1884

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Potrei proseguire con l’elenco di altre artiste donne. Tra le più note Artemisia Gentileschi, Frida Kahlo, Tamara De Lempika, Gina Pane e Marina Abramovic.

L’intento dell’articolo di oggi è quello di fornirvi uno spunto, la curiosità di approfondire e magari conoscere più da vicino le vite e le opere di queste icone. Aprire una piccola finestra su un mondo, quello dell’arte, in cui anche qui le donne hanno subito discriminazioni, limiti e sono state sottoposte a quella violenza subdola, di cui ci ha parlato la professoressa Maria Sofia Sabato, che è quella verbale. Quella delle parole. Chissà quante di loro si sono sentite dire…”Non sei in grado..” – “Sei solo una donna, cosa pensi di fare” – “Il ruolo di una donna per bene non è quello di dipingere”.

Ecco queste donne hanno saputo, nonostante tutto, perseguire la loro indole, la loro natura, quella di generare…Arte.

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Sara Gusberti – Riflesso o Essenza? Autore o fruitore?

In occasione della festa delle donna vorrei presentare ai lettori del Salotto di TraMe l’artista bresciana Sara Gusberti. Conosciuta attraverso le immagini dei suoi dipinti e schizzi su facebook, seguo quotidianamente l’evoluzione artistica e personale di questa donna dotata di una capacità comunicativa singolare. A Sara basta una matita ed un foglio di carta per parlare di se e raccontare il mondo che le sta intorno…l’universo che le sta dentro.

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Un animo in divenire. Uno spirito che scalpita e si sprigiona solo attraverso il disegno, la tela, il tratto. L’esigenza viscerale di esprimersi attraverso l’arte è per Sara come la necessità naturale e fisiologica del respiro! Guardando le sue opere si sente l’anelito di un animo imprigionato che trova ristoro e sfogo solamente sulla tela. Una continua ricerca. Uno studio continuo di gesti, sguardi, posture che la vedono protagonista delle sue opere. Di Sara ammiro la costanza. La capacità di disegnare ogni giorno qualcosa di nuovo. Anche un piccolissimo frammento di vita. Nella sua arte Sara si presenta come essere emozionale che si lascia trasportare dalle sensazioni di donna e madre inglobata in una dimensione parallela. Il suo studio è la sua casa. Il suo nido. Dove nascono opere d’arte degne di nota. Dove nasce e rinasce Sara. Attraverso il segno, il colore, la materia. Il mio è un invito a scoprire le opere di questa giovane artista. Un invito a leggere tra le righe. A capire un artista che si mette a nudo, nel vero senso della parola, di fronte ad uno specchio. Che siamo noi, o la donna/artista.

Riflesso o Essenza? Autore o fruitore?

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Pubblicato in: Artisti contemporanei, L'Arte parla di sè

Keith Haring: About Art

“Io penso che l’artista contemporaneo abbia una responsabilità verso l’umanità. Deve continuare la sua celebrazione; deve opporsi alla disumanizzazione della nostra cultura”

In questa citazione ritrovo pienamente l’artista scoperto ieri nella mostra che lo vede protagonista presso le sale del Palazzo Reale a Milano. Si tratta del giovane artista statunitense Keith Haring. Giovane perché anche lui come l’amico Basquiat, ebbe vita breve. Morì di AIDS a soli 32 anni.

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E’ la prima volta che vedo e conosco da vicino la sua arte e la sua storia. Risultato: Amore allo stato puro!

Può sembrare eccessivo ma a volte mi capita che un artista e le sue opere riescano a colpirmi a tal punto da crearmi uno stato di entusiasmo tale da farmi sentire incredibilmente Felice. Vieni accolto nel suo mondo. Nella sua visione della vita, dell’arte, dell’uomo e l’unico desiderio che hai è quello di ascoltare e riascoltare la sua storia infinite volte. Come un bambino che non smetterebbe mai di farsi raccontare la sua fiaba preferita. Questa è l’emozione che l’arte di Keith Haring e lui stesso mi hanno regalato.

Keith Haring per la massa è l’artista degli omini colorati. Quelli che si trovano stampati sui poster, riprodotti in tutte le salse dai complementi per la casa all’abbigliamento. Keith Haring è quel buffo ragazzo con gli occhiali, ricciolino, un po’ sfigato visto così ma che grazie alla sua sensibile attitudine al genere umano è diventato uno dei più importanti esponenti del Graffitismo Americano.

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Le opere di Haring sono popolate da sagome senza volto ne forma. Linee nette e allo stesso tempo sinuose vanno a comporre figure stilizzate che comunicano tra di loro in una danza di emozioni e di rimandi sociali, politici e alla storia dell’arte. Ci troviamo di fronte a dei fantocci volutamente privati da ogni identità ma che paradossalmente ne creano una del tutto nuova, inedita. Sono lo specchio del singolo individuo, dell’artista stesso, del suo fruitore, fino a creare il riflesso dell’umanità intera. Il suo è un linguaggio universale fatto di immagini semplici e comprensibili a tutti, questa scelta denota la sua profonda attenzione e delicatezza d’animo. Keith Haring è un artista estremamente sensibile.

“Il puro intelletto senza sentimenti è inutile e addirittura potenzialmente pericoloso”

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Ogni soggetto seppur anonimo sembra dotato di questi sentimenti tanto cari a Keith. Le sue figure stilizzate “abbracciano”, “amano”, “danzano”. Nei disegni realizzati nelle stazioni della metropolitana, negli spazi dedicati ai bambini come asili e ospedali e nelle opere pubbliche all’aperto, emerge un carattere gioioso e infantile, talvolta umoristico che vanno in contrasto con la realtà sociale di quegli anni (razzismo, disastro nucleare…)  e personale (AIDS).

Questa sua sensibilità emerge anche nel suo approccio con gli artisti da cui trae ispirazione: tra questi Jean Dubuffet, Jackson Pollock ed il contemporaneo Andy Warhol.

“Spero di non essere presuntuoso pensando che potrei esplorare possibilità che artisti come Stuart Davis, Jackson Pollock, Jean Dubuffet e Pierre Alechinsky hanno avviato ma non hanno portato a termine. Le loro idee sono idee vive. Non possono esaurirsi ma solo essere esplorate sempre più a fondo. Mi conforta il pensiero che stavano perseguendo la stessa ricerca. In un certo senso non sono solo. Lo percepisco quando vedo la loro opera. Le loro idee continuano a vivere e aumentano di potenza ogni volta che vengono esplorate e riscoperte. Non sono solo, come essi non lo erano, perché nessuno nella comunità degli artisti è mai stato né sarà mai solo. Quando sono consapevole di questa unità, e rifiuto di lasciare che si intromettano i dubbi e la mancanza di autostima, provo una delle sensazioni più meravigliose che abbia mai sperimentato. Sono una parte necessaria di un’importante ricerca che non ha fine.”

Mi colpisce molto questa sua affermazione. “Non sono solo…perché nessuno della comunità degli artisti è mai stato né sarà mai solo”. Si sente parte di una comunità. Desidera ardentemente farne parte. Vuole entrare nel tessuto sociale come membro di una famiglia che non è solo quella artistica ma è quella urbana, della gente. Vuole unirsi a questo gruppo di persone che è il genere umano comunicando attraverso le sue immagini. Ma cosa vuole dire esattamente? Che messaggi racchiudono le sue opere?

La risposta la ritroviamo nelle sue stesse parole:

“Dipingo immagini che sono il risultato delle mie esplorazioni personali. Lascio ad altri il compito di decifrarle, di capire i simbolismi e le implicazioni. Io sono solo il tramite. Traduco queste informazioni in una forma visibile attraverso l’uso di immagini e oggetti. A questo punto ho svolto il mio compito. È  responsabilità dello spettatore o dell’interprete che riceve le mie informazioni farsi le proprie idee e interpretazioni a riguardo”.

Keith Haring lascia quindi che il suo lavoro sia aperto a diverse interpretazioni. Lascia che il suo segno sia libero.

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L’albero della vita -1986

È un artista estremamente consapevole delle proprie capacità comunicative. Keith Haring si pone tra le pagine della storia dell’arte con lo stesso impatto con cui i colori accessi e la fluidità del suo tratto irrompono davanti ai nostri occhi e ci rapisco all’interno di un vortice di connessioni visive ed emozionali. Di fronte alle sue opere noi siamo curiosi di capire cosa andranno mai a comporre quelle linee. Quante figure appaiono? Che cosa stanno facendo? Ogni opera è una scoperta, una storia. Ogni figura racconta un episodio di vita, rimanda ad archetipi, a simboli.

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Il suo atteggiamento a me arriva con una purezza di intenti pari a quella di un bambino. Le sue figure ci riportano alla nostra infanzia, ad una visione pulita della realtà così com’è. Nuda e molto spesso anche cruda. Il suo tratto è controllato. La precisione con cui i suoi soggetti “parlano” tra di loro è impressionante. Non esiste uno studio preliminare. Esiste solo la sua spontaneità.

 “Io dipingo spontaneamente le sagome colorate e poi applico direttamente le linee nere, anche queste spontaneamente, in relazione alle forme del colore ( e spesso ispirato ad esse)”.

“Le cose che esprimo sono genuine perché vengono onestamente fuori da me stesso”.

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Ed è proprio così. Onesto in tutte le sue opere esibisce ogni lato della sua personalità. Anche quello più oscuro e irriverente. La sua arte mostra la complessità e allo stesso tempo la purezza del suo animo. All’ingresso della mostra ci troviamo di fronte ad una riproduzione di un suo autoritratto. Sembra la caricatura di un nerd emarginato e asociale. Poi si apre un mondo. Il mondo di Keith Haring.

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Claude Monet, tra impressionismo e fotografia

Il 21 e 22 febbraio presso la Multisala Wiz a Brescia verrà proiettato il film “Io, Claude Monet”. In occasione di questo evento vorrei darvi alcuni spunti per conoscere meglio l’artista, gli impressionisti e le correlazioni con l’avvento della fotografia.
Era il 15 aprile 1874 e nello studio del fotografo Felix Nadar un gruppo di giovani artisti esordì sulla scena parigina con la loro prima esposizione.
Questo gruppo era composto da personalità differenti fra loro per indole e per idee. Essi proponevano una nuova concezione del fare artistico in netta opposizione con le tradizionali istituzioni accademiche, fino ad allora considerate incontestabili.
Tra di loro Claude Monet, colui che aprirà ai suoi compagni la strada della pittura “en plein air”.  Monet insieme a Renoir, Sisley, Pissarro e Morisot costituiscono il gruppo degli impressionisti puri, i protagonisti della pittura di paesaggio “all’aria aperta”, intesa come principio compositivo su cui basavono le loro opere. Monet primo fra tutti, elaborò una tecnica tesa a rendere “l’istantaneità” dell’impressione. Ed è proprio dal termine Impressione, derivante dal titolo di un’opera dello stesso Monet “Impressione, Sol nascente” del 1872, che venne coniato il nome del movimento artistico del gruppo. Gli Impressionisti.

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Impressione, sol nascente – Claude Monet, 1892

L’opera venne esposta per la prima volta proprio in occasione della mostra del 1874.  In questo dipinto Monet coglie gli elementi naturali del paesaggio con sorprendente capacità di sintesi. Descrive perfettamente l’atmosfera registrando l’impressione nella sua verità istantanea, dimostrando quella necessità sempre più incalzante di individuare e rappresentare l’essenziale. Una vera e propria sfida nel cogliere l’attimo, rapirlo e impressionarlo sulla tela. Siamo di fronte ad uno scontro tra l’artista Monet, il tempo, la luce e i fenomeni atmosferici, impegnato in una foga pittorica senza pari. E’ necessario però fare una piccola precisazione..(e ne sfatiamo anche un po’ il mito…) i suoi quadri non venivano realizzati in una sola seduta. Spesso ritroviamo Monet lavorare a più dipinti contemporaneamente.

Le opere di Monet sembrano voler ritrarre la magia di un istante che un attimo dopo svanirà per sempre. Questa sensazione è data anche dal modo in cui egli impugnava il pennello. Utilizzato come se fosse una bacchetta magica (afferrandone la parte più sottile lontana dalle setole), egli sembrava incidere la tela con macchie di colore creando quella voluta imprecisione del segno che andava a ricomporsi in maniera perfetta allontanandosi dal quadro.  La sua tavolozza era gremita di colori “puri”, brillanti. Non esistevano velature, miscugli di tinte. I colori venivano organizzati in linee, macchie, puntini, lasciando allo sguardo dello spettatore il compito di creare i toni intermedi, sostenendo che i colori dovevano mescolarsi solo nell’occhio di chi osserva.

Gli impressionisti furono straordinari innovatori capaci di usare il colore in un modo rivoluzionario, valorizzando l’elemento luce con una potenza fino ad allora sconosciuta.
Ed è proprio nella luce che ritroviamo uno dei primi punti di unione tra la pittura e la fotografia. Il termine stesso“fotografia” deriva dal greco phos, “luce”, e grapho, “scrivere”, ossia “scrivere con la luce”.

Il rapporto quindi tra le due è imprescindibile. Due arti con un grandissimo debito l’una verso l’altra.
Se si osservano ad esempio alcune fotografie del tempo l’influsso della pittura impressionista è così evidente che si fatica a capire se siamo di fronte ad un quadro o ad una fotografia.

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Affascinata da questo percorso parallelo ho iniziato da poco a seguire la storia della fotografia e i suoi protagonisti. Mi sono spesso ritrovata ad ascoltare storie di fotografi che nascevano inizialmente come pittori accademici (tra questi per citarne uno fra tanti Gustave Le Gray). Osservare la loro evoluzione verso lo studio e l’uso della fotografia per poi terminare la loro carriera ancora una volta tra colori e pennelli. Lo trovo estremamente curioso e in qualche modo divertente. E’ come se questi artisti, uomini fedeli all’olio su tela…abbiano preso una sonora sbandata per la nascente e fascinosa fotografia. Tipo Ulisse con le Sirene.

La fotografia, nuovo miracolo della tecnica creato all’incirca negli stessi anni, non poteva che attrarre spiriti così attenti all’innovazione nel trattamento della luce. Assisteremo quindi ad una sorta di scissione stilistica. Da una parte alcuni pittori accademici si tuffano a bomba nel mare sconosciuto della fotografia, altri “semplicemente” influenzati, cambieranno radicalmente il modo di fare arte delineando l’inizio dell’arte moderna.

Non a caso la loro prima esposizione fu proprio all’interno dello studio di un fotografo. Come recitava una vignetta del tempo, Nadar «elevò la fotografia all’altezza dell’arte». Gli impressionisti cercavano una rappresentazione basata sulla percezione visiva della realtà. La fotografia quindi si proponeva come uno strumento estremamente utile per la realizzazione delle loro opere. Innanzitutto per l’analisi della composizione scenica. La capacità della fotografia di “fermare” le scene da ritrarre era un elemento di grande importanza per artisti che dipingevano quasi sempre all’aperto e che quindi erano condizionati dal cambiamento continuo delle condizioni di luce. Dall’altra parte alcuni fotografi dell’epoca sostenevano che una fotografia per essere considerata opera d’arte non doveva essere una mera copia della realtà ma una sua semplice trascrizione. Questo presupponeva l’intervento della mano del fotografo in fase di stampa e quindi di una rielaborazione dell’immagine a volte anche in chiave pittorica. Si scoprì quindi la possibilità di modificare l’immagine, di esaltarne alcuni particolari o di eliminarne altri. La fotografia divenne così una vera e propria forma d’arte tanto da essere presentata come tale nell’Esposizione di Belle Arti, a Parigi, nel 1859.

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Fotografia ritoccata con colori ad olio, particolare

Ecco quindi come le due arti diventano complici l’una dell’altra. Tracciando un percorso di riflessi e rimandi, luci e ombre, impressioni ed espressioni di un’epoca che si stava affacciando al nuovo secolo, il ‘900 e alle sue avanguardie.
Questo trait d’union prosegue ancora oggi. Basta pensare ad esempio alla pittura iperrealista, in cui, lo dice il termine stesso, l’artista tende ad esasperare (iper) la riproduzione fotografica rappresentando la realtà con una tale perfezione tecnica da confondere e in qualche modo anche ingannare il fruitore.
Ma questa è un’altra storia…

Pubblicato in: Artisti contemporanei, L'Arte parla di sè

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Il 26 febbraio chiuderanno un paio di mostre dedicate a due artisti molto rilevanti per la storia dell’arte contemporanea: Andy Warhol, presso il Palazzo Ducale di Genova e Jean-Michel Basquiat al Mudac di Milano.

Vorrei visitare entrambe queste esposizioni e controllando appunto le date ho notato questa coincidenza. Da qui l’idea di parlare di questi eccentrici personaggi che con la loro storia hanno delineato i confini dell’arte contemporanea da quella moderna. Altro aspetto che mi ha spinto a scrivere questo articolo è il rapporto personale tra Andy e Jean-Michel. Legame che ha influenzato non solo la carriera ma soprattutto la vita di entrambi.

Ma andiamo con ordine. Chi era Andy Warhol? Chi era Basquiat?

Warhol è indubbiamente tra gli artisti contemporanei più conosciuti al mondo. Le riproduzioni delle sue serigrafie con il volto di Marylin hanno invaso le pareti di migliaia di case, uffici, show room, senza parlare degli innumerevoli gadgets e ninnoli vari che riportano come soggetto le sue opere più famose. Quindi possiamo dire che tutti sapete, almeno vagamente, di chi stiamo parlando.

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Mariylin – 1967

Il successo di Andy fu infatti la riproducibilità in serie delle sue opere. Il suo intento era infatti quello di produrre immagini in massa, allo stesso modo in cui le industrie capitalistiche producono in massa prodotti per i consumatori. Questa fu anche la base della sua ricerca artistica che portò alla nascita della Pop Art.

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Andy Warhol

Andy Warhol nasce in Pennsylvania il 6 agosto 1928 da genitori di origine polacca. La sua formazione artistica inizia frequentando la Carnegie Institute of Technology di Pittsburgh dove nel 1949 consegue la laurea in disegno e decorazione. Terminati gli studi si trasferirà a New York, la Grande Mela, dove avrà inizio la sua avventura.

Il successo bussa subito alla porta grazie alle collaborazioni con riviste del calibro di Vogue e Glamour, diventando in pochi anni il più ricercato illustratore di accessori femminili di New York.
Nel 1962 al quinto piano del 231 East 47th Street, a Midtown Manhattan, apre il suo primo studio, la famosa The Factory. Uno spazio dedicato all’arte in cui inizialmente Warhol lavorerà giorno e notte. Una volta raggiunto il successo e per garantire la creazione costane delle sue opere, decise di ingaggiare una serie di collaboratori occupati appunto nella produzione seriale delle sue serigrafie e litografie. E fin qui nulla di strano penserete voi…
L’aspetto curioso sta nella scelta di questi collaboratori. Warhol si circondò infatti di un entourage di attori di film per adulti, drag queen, personaggi mondani, drogati, musicisti e liberi pensatori divenuti famosi come le Superstar di Warhol. Veri e propri “operai dell’arte” coinvolti a 360° nell’intera produzione artistica di Warhol che comprendeva non soltanto dipinti ma anche film, sculture, fotografie. Andy e le sue Superstar crearono l’atmosfera per certi versi quasi idilliaca che gravitava intorno alla Factory. Idillio dovuto soprattutto alle feste all’avanguardia e all’uso di anfetamine. La Factory era Pop anche per le droghe utilizzate in quel periodo.
Nel 1968 la Factory e tutto il suo seguito venne trasferita al sesto piano del Decker Building, al 33 Union Square West.

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The Factory

Ma indovinate chi ritroviamo tra le Superstar di Andy? Ebbene sì, tra i tanti spicca lui, il giovane e bello Jean-Michel Basquiat.
Definito da molti come il Black Picasso, Basquiat si colloca nella storia dell’arte contemporanea tra i massimi esponenti del graffitismo americano che insieme all’amico Keith Haring portano questo movimento dalle strade metropolitane alle più famose gallerie d’arte di New York.

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Jean-Michel Basquiat

La vita di Basquiat seppur breve (muore infatti a soli 27 anni) ci ha regalato una consistente produzione di opere d’arte, si contano infatti più di mille disegni e altrettanti dipinti. Influenzato dall’Art Brut di Dubuffet le sue opere sono caratterizzate da immagini rozze, infantili quasi primordiali. L’elemento che però lo contraddistingue maggiormente è l’utilizzo delle parole che diventano parte integrante dei suoi dipinti. Basquiat scrive sulla tela come se fosse un foglio per gli appunti. Scrive e cancella, a volte anche per attirare l’attenzione dello spettatore. Se vi capiterà di vedere qualcuna delle sue opere dal vivo sfido chiunque a non essere incuriosito dallo scoprire le parole celate da quello scarabocchio di colore…
Basquiat diventa un vero e proprio fenomeno! Da graffitista di strada a protagonista indiscusso nell’olimpo delle star, tanto che Il New York Times Magazine nel febbraio 1985 gli dedica la copertina.

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Ma cosa lega Basquiat a Warhol? Entrambi sono fautori di un linguaggio che rompe gli equilibri e invade le pieghe della società patinata, le loro opere si fanno spazio all’interno di un’epoca inafferrabile, intrisa di falsità e speculazione. Da una parte Warhol con il suo charme provocatorio influenza il mondo dell’arte segnando per sempre la linea di confine tra moderno e contemporaneo. Dall’altra Basquiat, irrompe con il suo spirito impulsivo quasi irriverente, scontrandosi con le icone della moda e del consumismo del tempo.
Entrambi rivoluzionano il mercato dell’arte, con prezzi che schizzano alle stelle in pochissimo tempo.
Durante il periodo della “Factory 2.0” chiamata dai suoi adepti Silver Factory, i due iniziano una proficua collaborazione che li porterà ad allestire una loro mostra personale il cui manifesto li ritrae come protagonisti di un incontro di boxe. Le opere vengono realizzate a 4 mani attraverso un metodo compositivo in uso presso i surrealisti: il cadavres exquis. Questo processo di creazione artistica prevede che ciascun artista dipinga senza sapere cosa dipingono gli altri. Il risultato è ovviamente sorprendente. Entrambi infatti riescono ad esprimere il loro personale tratto distintivo, l’universo immaginario a cui appartengono e nello stesso tempo le peculiarità di ciascuno si amalgamano perfettamente con quelle dell’altro. Siamo di fronte ad una vera e propria unione e oserei dire fecondazione artistica! E’ un termine un po’ forte ma secondo me rende perfettamente l’idea della forza compositiva di queste opere. E’ la nascita di un lavoro inedito, unico e travolgente.

Andy utilizzerà la consueta tecnica serigrafica per trasportare sulla tela annunci pubblicitari, immagini e lettere tipografiche, marchi di fabbrica di grandi dimensioni, mantenendo quello stile un pò impersonale che distingueva i suoi lavori. Dall’altra parte abbiamo Jean-Michel che contrappone la sua pittura popolata da figure antropomorfe, il suo violento cromatismo e le pennellate dal tratto aggressivo che cancellano parzialmente le immagini di Warhol.

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6,99$ – 1985
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Felix the new cat – 1985

La loro unione però ebbe vita breve…nel senso letterale del termine. Andy Warhol morì a seguito di un intervento chirurgico alla cistifellea. Da tempo infatti era tormentato da forti dolori addominali, decide di farsi ricoverare senza nemmeno avvertire il suo staff convinto di assentarsi giusto un paio di giorni per poi tornare in attività. Morì il giorno dopo l’intervento, il 22 febbraio 1987. Come da sua volontà sulla sua lapide compare la sola scritta “FIGMENT”. A vent’anni dalla sua morte, il The Andy Warhol Museum ha lanciato, in collaborazione con EarthCam, un’iniziativa intitolata The Figment Project, una serie di riprese live, garantite da una webcam installata proprio di fronte la lapide, che trasmettono, 24 su 24 e 7 giorni su 7, disponibile all around the world, il cui senso risiede nella parola Figment = Immaginazione, concetto chiave della citazione incisa sulla medesima pietra:

“Never understood why when you died, you didn’t just vanish, and everything could just keep going on the way it was only you just wouldn’t be there. I always thought I’d like my own tombstone to be blank. No epitaph and no name.    Well, actually, I’d like it to say “figment.”
Andy Warhol

E dopo la morte di Andy che ne è stato di Jean-Michel…? Niente di buono purtroppo. Basquiat personaggio oscuro e incapace di bilanciare il successo artistico con i propri demoni interiori, dopo la morte di Warhol, diventa sempre più depresso e paranoico. Muore a soli 27 anni il 12 agosto 1988. Venne trovato nel suo loft newyorkese stroncato da un mix di cocaina ed eroina (in slang, speedball). In uno degli ultimi appunti prima della morte lascia una riflessione proprio sul successo:

“Da quando avevo 17 anni, ho sempre pensato che sarei diventato una star. Dovrei pensare ai miei eroi, Charlie Parker, Jimi Hendrix… avevo un’idea romantica di come le persone diventassero famose”.

Jean-Michel Basquiat : The Radiant Child

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Brown Spot (Portrait of Andy Wsrhol as a Banana), 1984 _  Jean-Michel Basquiat

Pubblicato in: Artisti contemporanei, L'Arte parla di sè

La follia alla radice della creatività… Gli Artisti Outsider

Nel Salotto di TraMe oggi si parla di outsider. Uomini e donne che,  imprigionati da una vita che li rende schiavi di se stessi e delle loro stesse azioni, hanno trovato nell’arte la loro via di fuga. Sono gli emarginati. Detenuti…in carcere o in cliniche psichiatriche.

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Jean Dubuffet

Nel 1945 il pittore francese Jean Dubuffet coniò il termine Art Brut, inserendo in questa nuova concezione, artisti non “professionisti” che creano al di fuori degli schemi tradizionali dell’arte. Con questa teoria Dubuffet intende quindi tracciare una nuova strada per l’arte, composta da forze artistiche originali nate da persone “completamente digiune di cultura artistica” (così vengono definiti), ma che di fatto trovano nel fare arte il cibo di cui si nutrono avidamente.

E’ l’arte dell’impulso in cui la purezza del gesto non viene intaccato da fini ultimi che la società consumistica impone. La forma espressiva è libera dagli schemi istituzionalizzati e l’artista emerge nella sua spontaneità psichica, o per meglio dire psicotica.

Si tratta di una produzione indipendente. Spontanea. Non esiste tecnica nè modello estetico.

Le regole non esistono. Esiste solo la pura necessità di esprimersi.

Gli artisti outsider sono completamente soggiogati dalla tirannia della loro mente. Rischiano di isolarsi per sempre in balia delle loro pulsioni, ma nel momento in cui riescono a scovare il loro canale espressivo lo trasformano in via di comunicazione primaria, regalando a noi fruitori, affascinanti capolavori di assoluta inconsapevolezza creativa. Travolti da una vocazione inedita, gli outsider creano negli atelier degli ospedali psichiatrici: una paradossale stanza delle meraviglie in cui le inquietudini più profonde emergono spontaneamente.

Gli outsider non hanno pubblico. Creano per se stessi sfiorando i confini tra il conscio e il subconscio. Sfidano il sistema dell’arte ponendo l’istinto al comando delle loro opere.

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Oreste Fernando Nannetti – Nof

Tra gli esponenti dell’Art Brut vi segnalo Oreste Fernando Nannetti noto con lo pseudonimo N.O.F.4 Egli fu pittore graffitista durante la sua reclusione dell’ospedale psichiatrico di Volterra a ridosso degli anni ’60. In quel periodo  incise nelle sue ore d’aria, una serie di graffiti sugli intonaci del complesso, utilizzando le fibbie delle cinture che facevano parte della divisa degli internati.

I graffiti hanno per tema racconti visionari spesso incoerenti e difficilmente interpretabili.

Tra le frasi che sono state riconosciute leggiamo:

«io sono un astronautico ingegnere minerario nel sistema mentale»

«grafico metrico mobile della mortalità ospedaliera 10% per radiazioni magnetiche teletrasmesse 40% per malattie varie trasmesse o provocate 50% per odi e rancori personali provocati o trasmessi»

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Graffiti di Nof presso l’ospedale psichiatrico di Volterra

Vi allego un breve video molto interessante per conoscere più da vicino la vita di questo outsider: Nannetti Oreste Fernando: N.O.F.4

Altro esponente è il siciliano Filippo Bentivegna che nel suo podere creo il “Castello Incantato”. Una sorta di museo all’aperto animato da migliaia di sculture in pietra.

Eccolo qui accoccolato tra le sue opere.

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Filippo Bentivegna nel suo “Castello Incantato” – Sciacca

Oggi gli outsider sono ancora attivi in diverse strutture. Rinchiusi nel loro stato mentale continuano a creare opere che urlano il loro disturbo sotto il silenzioso atto della creazione impulsiva.

Affascinata da questa forma d’arte ho approfondito l’argomento leggendo e ascoltando alcune interviste di alcuni pazienti ricoverati presso l’ospedale psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere.  Vorrei riportarvi qui alcuni estratti:

 “Ho preso l’abitudine di dipingere pensando a delle parole e poi riportando le lettere sulla tela bianca..sulla tela bianca che un po’, dal mio punto di vista, rappresenta l’inconscio. Appena uno si…appena mi guardo..appena guardo la tela bianca ho anche un attimo di soggezione”

“….Niente di tutto ciò che mi passa per la testa è giudicabile e ciò che viene proiettato all’esterno diventa un oggetto e un dato di fatto. Non so se ho mai capito veramente l’essenza dell’arte. E’ proprio il dubbio..quel capire e non capire..quella certezza incertezza..che mi genera..quell’aspetto dell’arte che mi ha sempre affascinato.”

“Per me il disegno è un gioco. Ma come tutti i bambini lo prendo molto, molto sul serio, nel senso che è un modo di organizzare e disorganizzare lo spazio che ho davanti…”

“L’arte per me…l’arte per me è la mia vita. Ma non solo dipingere, l’arte e tutte le forme di arte a me piacciono, perché è espressività, armonia con l’universo.”

Si dice che la follia possa raggiungere le radici della creatività…

Gli outsider paradossalmente sono dei privilegiati. La loro mente scombinata li proietta in un mondo parallelo in cui dialogare con l’arte è l’unico modo per essere realmente liberi.