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#iononsonograssa

Ogni progetto creativo racchiude sempre una parte di me.  I miei lavori non nascono mai per caso. Dietro ci sono esperienze, ricordi, persone. Insomma la mia vita. Ho sempre pensato che un artista debba lasciare un pezzettino di se stesso nelle opere che realizza e nel caso di #iononsonograssa si tratta di una parte che fino ad oggi ho rivelato a pochi, anzi pochissimi.  L’idea #iononsonograssa nasce dal mio rapporto personale con il peso. Non sono mai stata una silfide, tutt’altro. Vanto un bel 3 kg e 900g alla nascita con crescita esponenziale nella curva del peso e un blocco precoce per l’altezza ferma all’età di 12 anni. Ergo un metro e mezzo circa…per…una cinquantina di kg (anche di più) …insomma un piccolo barattolino Sammontana.

Tutta questa leggerezza nell’affrontare questo argomento (sottile gioco di parole) è frutto di un percorso durato una vita intera, forse non del tutto concluso. Da ragazzina ero in sovrappeso. Andavo raramente a fare shopping per ovvi motivi. Nei camerini provavo gli abiti preferiti con la consapevolezza che non sarei riuscita ad indossarli perchè la mia taglia non era disponibile. Sono arrivata alla 48, stretta. Nei camerini vivevo quel momento come una sconfitta. Mi sentivo brutta, grassa, informe, INADEGUATA. Mi guardavo allo specchio e mi facevo schifo. Piangevo nascondendo me stessa da un’immagine, la mia, che mi faceva ribrezzo. Capitava che le commesse aiutassero mia madre a trovare un abito che potesse andare bene per me. Purtroppo il più delle volte l’esito era negativo quindi dovevo optare per abiti o pantaloni da signora e non da bambina. La commessa il più delle volte super figa, mi guardava con aria di sufficienza, misto pena. Io avrei voluto sparire. Magari per sempre.

Durante il liceo le cose non sono migliorate. Il mio senso di inadeguatezza ora doveva misurarsi anche con la bellezza e non soltanto la “forma”. Il mio aspetto non era particolarmente curato o quantomeno interessante. Rispondevo perfettamente al clichè “Com’è la tua amica – Simpatica”. Ergo un water che cammina, cesso ambulante, bagno chimico, così per rendere l’idea… Fortunatamente la cerchia dei miei amici non è mai stata troppo interessata al mio aspetto fisico, ma desiderava la mia compagnia a prescindere. Il nostro stare insieme andava bel oltre all’estetica almeno inerente al corpo. Sull’outfit…beh questa è un altra storia!  Sono stata fortunata ad avere degli amici così. Non è per nulla scontato. Forse è anche merito loro se ho saputo trasformare ad un certo punto della mia vita questo tasto dolente in una nota di autoironia.

Prima di arrivare a questo lieto fine però c’è stata  l’ultima parentesi. Quella più dolorosa e più pericolosa. Durante il periodo dell’università, soprattutto l’ultimo anno ho avuto un tracollo non indifferente. Con la scusa che dovevo preparare la tesi di laurea più noiosa del secolo (iconografia dell’Arcangelo Michele nell’Alto Medioevo…parliamone…), passavo moltissimo tempo in biblioteca a studiare e a fare ricerche su ricerche. Il mio pranzo era a base di cappuccino. La sera a casa inventavo mille scuse per non cenare o per mangiare il minimo indispensabile. Quelle volte che non riuscivo a saltare anche la cena il mio senso di colpa era talmente lancinante da portarmi al gesto più triste che potessi mai fare. Rinchiudermi in bagno e vomitare. Grazie a Dio è capitato poche volte. Mi sono ritrovata nel mezzo di un vero e proprio duello tra la me sana e quella malata. Osservavo da fuori le argomentazioni che le due me stessa infierivano l’una all’altra. Il duello ha avuto una vincitrice. Quella che vi sta scrivendo ora. Non è la Chiara sana nè tanto meno quella malata. E’ la Chiara consapevole. Quella che riconosce il suo corpo come casa, come luogo in cui rifugiarsi e non da cui scappare. Che cerca di amarlo in tanti modi diversi. Con una bella abbuffata, felice del cibo che gusta con piacere ed immensa gioia senza sensi di colpa. Con dei pasti più sani ma non per questo meno buoni. Con dello sport (quello molto di rado ahimè…ma ci sto lavorando).

Ho rischiato di toccare il fondo sul serio. Ho rischiato di perdere la lucidità e farmi travolgere da un meccanismo che poteva anche essere letale. Sì perchè di queste malattie si muore e non c’è un cazzo da fare. Non ci sono cure reali. Ci sei solo tu. Tu che decidi. Tu che scegli.

Io ho scelto la vita. La gioia della condivisione. Ho scelto di trasformare un argomento doloroso in un sorriso. Ho scelto l’ironia come chiave per andare oltre. Per superrare i miei limiti e riderci sù. Denigrare l’inadeguatezza, il mio essere estremamente goffa e renderlo elemento di unicità e forza.

Non è stato facile. Non lo è tutt’ora.Ma sono fiera di me stessa perchè…

#IONONSONOGRASSA

Questo dovrebbe essere il nostro mantra. Noi che abbiamo un corpo mutevole, le cui curve cambiano direzione più o meno come una bandiera nei giorni di libeccio.

Noi che abbiamo imparato a difenderci come una pianta grassa. Che abbiamo le spine per protezione ma “un cuore tenero da rompere con un grissino” (che divoriamo al minuto 1 dello spot autoreferenziale).

Buon appetito ❤

 

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Il giorno dopo

Oggi ti racconto del mio pride. Il mio PRIMO PRIDE. Per la prima volta nella mia vita, mannaggia a me, ieri sono scesa in piazza per dire la mia, a modo mio. Non avevo cartelloni, non ho scritto frasi, ho semplicemente preso per mano la mia compagna e ho camminato per le vie della mia città a suon di musica e colori. Confesso che inizialmente eravamo entrambe parecchio agitate. “Ma poi per cosa” – mi sono detta. Non stiamo partecipando ad un’insurrezione popolare armate di fumogeni e bombe carta. Abbiamo la nostra maglietta con i colori dell’arcobaleno, scarpe comode e acqua fresca nello zaino. Di cosa potremmo mai avere paura.

Tempo 5 minuti esatti. In cammino verso il punto di ritrovo del corteo ed eccola qui la prima doccia gelata. Ferme al semaforo pedonale una coppia di adolescenti in motorino ci guardano, notano la maglia e iniziano a sgommare e a BESTEMMIARE contro di noi. L’atteggiamento era nervoso e veramente cattivo. La mia reazione è stata l’INDIFFERENZA. Ma che fatica! Dentro la rabbia era immensa. Confesso di avergli augurato di schiatarsi di li a poco e farsi sufficientemente male a quella bocca immonda  per evitare che pronunciassero nuovamente IL NOME DI DIO INVANO.

Ma veramente due ragazze che camminano per strada possono provocare tanta violenza? E se questi due fossero stati a piedi come noi? Si sarebbero limitati alle parole o avrebbero osato anche altro? Io proprio non lo so. E posso assicurarvi che il solo pensiero mi spaventa.

Ho sentito una fitta all’altezza del cuore. No tranquilli non mi è venuto un infarto. Ma quei bulli senza palle mi hanno ferita nel profondo. Nel punto esatto da cui partiva la mia scelta di partecipare al pride. Dal cuore.

Avrei tanto voluto che li accanto a noi ci fossero i nostri genitori pronti a difenderci a spada tratta, come quando eravamo bambine. Ho desiderato davvero che la mia mamma e quella di Claudia fossero lì con noi. A prenderci per mano, a proteggerci, a sostenerci.

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Siamo arrivate in piazza. C’era tanta gente. Dopo pochi passi abbiamo incontrato un gruppo di amici. Poi altri ancora e ancora. Non eravamo più da sole. Quella piazza era diventata un posto sicuro. La gente sorrideva, ballava. Era un proliferare di baci e abbracci. Io in quel momento ho RINGRAZIATO DIO. Perchè dietro l’angolo mi ha fatto sentire accolta. Mi ha fatto ritrovare quel terreno che per un minuto non ho sentito sotto i piedi tanto era lo sconforto che avevamo appena provato. Ho visto centinaia e poi migliaia di persone. Di tutte le età ed etnie.

Il corteo ha camminato per due ore per il centro della città. Un fiume di 15.000 persone ha inondato di colori e di gioia la nostra Brescia. Io mi guardavo intorno, incredula. C’ero anche io, stavo partecipando ad un evento importantissimo, dal significato sociale e umano davvero importante.

Cercavo gli occhi dei miei compagni di viaggio. La Felicità! Cercavo gli occhi degli spettatori. Eh qui…lo scenario è un pò cambiato. Ho trovato gli inquisitori; I Ponzio Pilato; i puritani che di fronte ad un ragazzo con le chiappe al vento scuotevano la testa e aggrottavano la fronte annullando tutte le altre 14.999 e archiviando solo lui nel suo micro cervello stracolmo di pregiudizi. Mi domando se avrebbe avuto la stessa espressione ascoltando le bestemmie di quei ragazzini.

Ho incontrato i complici, i divertiti, gli entusiasti, i neutri e i terrorizzati. Gente che dalla finestra del suo appartamento della Brescia Radical Chic al 4° piano di corso Zanardelli osserva lo spettacolo all’ombra di una tenda sporca di perbenismo. Cara mia il tuo con sguardo allibito e giudicante è emerso come uno spinacio tra i denti.

Al termine del corteo ci sono stati gli interventi dei vari rappresentanti delle associazioni intervenute e di Laura Castelletti come rappresentante dell’amministrazione comunale che questa volta ha dato il suo PATROCINIO per l’evento.

A seguire festa e musica in Carmine.

Al termine della nostra serata, sudatissime e felici, abbiamo incontrato una coppia di amiche. Ci siamo confrontate sull’esito della manifestazione e degli eventi correlati. Poi con una nota di ironica malinconia ho detto loro “BENVENUTI A UTOPIA”. Si perché il vero Pride non è solamente la parata dell’anno. E’ portare avanti ogni giorno valori imprescindibili per una società inclusiva ed equilibrata. Sono giorni che leggo sui social una serie infinita di INSULTI per noi DIVERSI. Gente incazzata che dietro ad uno schermo si gonfia la gola di parole come “Ma che cosa vogliono ancora questi qua che tanto hanno ottenuto tutto” – “Blasfemi e pervertiti ecco cosa siete”  e potrei proseguire intasando il mio povero blog di tutta sta merda.

Il mio primo Pride rimarrà una delle esperienze più emozionanti della mia vita. Perché metterci la faccia è molto, molto difficile. Perché diventare protagonisti e non più spettatori è un dovere prima che un diritto. Perché si può nascere etero, gay o lesbiche ma CORAGGIOSI SI DIVENTA.

 

Per chi volesse conoscere meglio il Pride. Andare oltre i colori e la musica può trovare delle risposte in questi link.

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Il primo approccio non si scorda mai

Cari Tramini! Ho deciso di utilizzare la rubrica del mio blog #dailytrame per raccontarvi il mio lavoro. Parlerò sia della tecnica che dell’aspetto creativo e umano delle diverse commissioni che ho l’onore di realizzare. Sì perchè quando qualcuno ti sceglie per realizzare un oggetto fatto a mano si tratta di una vera e propria conquista. Si afffida a te e alle tue mani, nel senso letterale del termine.

Il primo contatto è fondamentale. E’ come una stretta di mano. Se bella vigorosa sai che hai di fronte una persona decisa, intraprendente, sveglia. Se la mano è floscia…è altamente probabile che stai per conoscere una persona insipida, insicura, molle. Questo è quello che ho imparato. Il primo approccio, il primo appuntamento. Sono le sensazioni di pancia che contano. Almeno per quel che mi riguarda.

Nel mio lavoro i social sono spesso il primo veicolo di contatto tra me e il mio potenziale cliente. Molto spesso scatta il messaggino come frutto di un preziosissimo passaparola. Le referenze sono il miglior biglietto da visita che un artigiano possa avere.

“Un mio amico mi ha detto che realizzi cose…”  = sei circondato da buoni!

“Una mia amica mi ha parlato molto bene di te…” = sei circondato da ottimi amici!

“Mi hanno regalato una tua creazione e siccome mi è piaciuta un sacco vorrei anche io fare un regalo speciale” = Top!

Vi presento la top 5 del cliente tipo.

RIGHELLO – approccio didascalico, un pò freddo e distaccato. Ci sta non ci conosciamo. Poi se scatta la scintilla sembra quasi di parlare con qualcuno che conosci da sempre.

RICCADONNA – Come uno degli spumanti più scadenti in commercio schiumano entusuamo da tutti i pori. Attenzione tali personaggi si rivelano spesso dei casi umani, con estremo bisogno di sedute di psicoterapia spinta. Affetti dalla temibile sindrome del BIDONE VAGANTE. TENERE FUORI DALLA PORTATA DEGLI ARTIGIANI. Possono causare irritazione cutanea, gastrite, prolasso.

CLOCHARD – Ti chiedono se puoi realizzare un battistero in argilla. Ma attenzione non dispongono di liquidità ne ora ne mai. “Quando puoi con calma, mattone dopo mattone. Tanto adesso non potrei pagarti” BENISSIMO. Il concorrete che deve uscire dalla casa è…! TENERE FUORI DALLA PORTATA DEGLI ARTIGIANI. Possono causare irritazione cutanea, gastrite, prolasso.

OTTIMISTI/SOGNATORI – Quantità di pezzi inenarrabili, decorazioni pari alle miniature medievali il tutto per…DOMANI! Ci troviamo di fronte ad un rarissimo esemplare di “SIMPATICO UMORISTA”. Il tipico cliente che cela dietro il suo invidiabile ottimismo una faccia da schiaffi che nemmeno Bud Spencer…

STALKER – Lontano parente del Clochard, anche lo stalker millanta pazienza, comprensione, benevolenza. Se nel primo caso abbiamo una propensione eterna per l’attesa…per lo stalker l’attesa termina al minuto 2 dalla richiesta. Seguono messaggini Contenuti carini e coccolosi. Frequenza: 2/3 al giorno inizialmente ad orari consoni al decoro, poi… Contenuti spasmodici, ansiotici, psichiatrici. Frequenza: 2/3 al minuto h24. ATTENZIONE NON AGITARE PRIMA DEL CONTATTO. CI PENSANO DA SOLI. TENERE FUORI DALLA PORTATA DEGLI ARTIGIANI. Possono causare RICOVERO COATTO.

e tu che stai leggendo…se ti riconosci negli ultimi 4 profili…stammi lontano! Per favore!

Eviteremo un inutile spargimento di sangue.

Se invece fai parte dei primi esemplari…beh…quando vuoi! Sarò lieta di creare qualcosa di davvero speciale per te! TVB.

 

 

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Io non ti ho scelto

Qualche tempo fa una nuova e carissima amica mi ha prestato un libro. Premetto che per me accettare questo gesto è assai raro e fuori dal mio rigido schema mentale riguardo i libri. Ammetto di essere molto possessiva nei loro riguardi. Un libro diventa parte di me, della mia casa, della mia famiglia. Il prestito l’ho sempre considerato un lascito troppo doloroso da permettere a me stessa e dall’altra parte una bene troppo prezioso da custodire.

Questa volta invece ho accettato. L’entusiasmo e l’affetto di quel gesto hanno sconfitto ogni mia arma di difesa e ho accolto a casa questo libro dal titolo “PICCOLO SELVAGGIO” di Alexandre Jardin.

Inutile dire che la scelta del libro mi ha colpita in pieno. Sì perchè ormai io e la mia Amica abbiamo scoperto una tale empatia in fatto di libri (e non solo), che difficilmente si sbaglia la mira.

Oggi non vorrei raccontarvi nello specifico la trama di questo libro. Lui è stato il mezzo per una riflessione davvero importante. Ieri sera a seguito di una serie di episodi personali che mi hanno provato nel profondo ho sentito con tutta me stessa l’esigenza di seguire le orme del Piccolo Selvaggio, o almeno in parte.

Alexandre Eiffel è un uomo di 38 anni, che ad un certo punto della sua vita decide di cambiare radicalmente registro. Desidera tornare a vivere le emozioni, la spontaneità e la veemenza di un bambino di otto anni, quel bambino che veniva chiamato dal suo papà Piccolo Selvaggio.  La sua necessità di cambiamento è radicale e sotto ogni punto di vista. Io non ho questa esigenza. Ma sento indubbiamente che qualcosa in me è scattato. Quel click che ti fa accendere una luce sulle parti più buie della tua vita, quelle che ti fanno più male, che soffocano la tua serenità. Ho fatto delle considerazioni. Le ho dette ad alta voce, forse per la prima volta, e grazie a questo primo passo di liberazione, ho capito che la direzione da prendere è una sola.

In questa vita vorrei sentirmi comoda. Non accomodante. Molto spesso, troppo spesso, mi sono ritrovata a ricoprire il ruolo di pacere, di mediatore. MI SONO DATA (e lo sottolineo a caratteri cubitali)  l’infausto compito  di ricucire degli strappi che non erano alla mia portata o molto più semplicemente di mia competenza. Sono amante dell’equilibrio. Non amo gli eccessi. Adoro gli entusiasmi sì, i picchi di felicità ma non sopporto le urla, l’aggressività, l’astio e il rancore. Forse dico una banalità? Chi può amare la rabbia e il risentimento. Ebbene… esistono elementi, che ad oggi difficilmente reputo persone, che vivono, o forse è meglio dire, sopravvivono di tali sentimenti. La loro è una ricerca continua e spasmodica. Costruiscono castelli di menzogne pur di raggiungere la vetta del loro vittimismo cosmico. Per loro diventa ormai una missione. Non ho ancora capito se più o meno inconsciamente questi meccanismi diventano il motore della loro esistenza. Che spreco di tempo. Che spreco di energie.

Questi meccanismi ahimè li conosco molto bene, non certo perchè fanno parte di me. Chi mi conosce lo sa…come diceva qualcuno. Adesso che sono grande ho finalmente la capacità di riconoscere questi pericolosi ingranaggi da cui, inizialmente, mi facevo travolgere in un turbinio di insulti, accuse, cattiverie gratuite. Io mi sono sempre ritrovata in mezzo. Come un muro di gomma che serviva per attutire il colpo. Quella membrana che protegge in qualche modo, che cerca di salvare il salvabile.

Nessuno me l’ha chiesto. E’ stata una mia scelta. Perchè in fondo si desidera sempre il benessere delle persone che abbiamo accanto e forse ancor di più  un’armonia familiare che è sempre più utopia e meno realtà. E così ho perseguito in questo ruolo. Prima ascoltando sfoghi velenosi, dopo, con un briciolo di maturità e intelligenza, cercando, di far ragionare, spesso invano, i soggetti in causa. Mi sono resa conto, purtroppo che questo abito da giudice di pace non mi appartiene più. E’ un fardello troppo pesante da indossare. Quindi ho deciso. Si cambia registro.

Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

Volto le spalle. Sì. Ho scelto questa direzione. E non è certo una scelta facile. Ho imparato a mio discapito che ci sono dei limiti che non bisogna superare. La salute prima di tutto, ci insegnano… Ecco la mia salute a causa di certi atteggiamenti, che definirei senza troppo contegno, subdoli e meschini, nuociono gravemente alla mia salute. Psicologica e di conseguenza fisica.  Il nostro corpo è un ricettacolo di emozioni.

Ho deciso di mettere un punto fermo con certi legami che non ho scelto. Sono così stanca di sentirmi in dovere di rispondere a dei legami di sangue che non fanno altro che succhiarmi letteralmente energie vitali. Corrodono la mia essenza.

Qualcuno li chiama vampiri energetici, io li reputo semplicemente dei rompi coglioni. Gente completamente immersa nel proprio liquame di insoddisfazione e frustrazione che vomita tutto questo malessere sugli altri con ogni mezzo a loro disposizione.

Quello che confesso in queste righe è molto forte. Ne sono consapevole. Come il Piccolo Selvaggio ho raggiunto un punto di saturazione. Consapevole di questo salvo me stessa e vaffanculo.

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2019

Ed eccoci di nuovo qui con un bagaglio di obiettivi da raggiungere. Chi di noi si sente immune da questo marasma di buoni propositi?

Il povero 2019 è appena iniziato ed io l’ho già caricato di pensieri e progetti di ogni forma e colore. I miei occhi proiettano sogni, il mio cuore scalpita e la mia mente rimbalza da un pensiero all’altro. Insomma l’anno nuovo ha solo dieci giorni e in casa TraMe Arte è già un gran casino!

Ma si sa, ogni cambiamento presuppone una rivoluzione.

Durante gli ultimi giorni dell’anno ho scritto sul mio nuovo quaderno dei desideri, l’elenco degli obiettivi/progetti che vorrei portare a termine o quantomeno iniziare nel 2019. Sono pochi ma molto ambiziosi.

Poi un bel giorno ho deciso di partecipare ad un workshop tenuto dalla fantastica Business Coach Roberta Moretti e da pochi progetti ambiziosi ne sono uscita con UN MACRO OBIETTIVO SUPER AMBIZIOSO. Quest’idea torna continuamente a farmi visita. Spesso si nasconde sotto mentite spoglie ma in fondo è sempre lei che bussa alla mia porta. Chissà che questa sia la volta buona…o meglio…LA SVOLTA BUONA.

Grazie alle indicazioni di Roberta ho sviscerato il progetto in piccoli passi, necessari per arrivare alla meta, quella fantomatica vetta che dal punto di vista in cui mi trovo ora sembra lontana anni luce. So di non essere sola in questo pellegrinaggio esistenziale. Ognuno di noi ha un cassetto brulicante di sogni. Qualcuno non ha il coraggio di sfiorare nemmeno il pomello di sto benedetto cassetto, altri si tengono alla larga anche dalla sola IDEA di cassetto, figuriamoci pensare che dentro ci siano dei sogni!

Quanta confusione, quante paure si palesano al nostro cospetto. Non so esattamente quale sia la chiave per andare oltre a questa gabbia di titubanze ma una cosa è certa, ascoltarsi è il primo passo da compiere sempre e comunque. Porre attenzione non significa però frenare il nostro cammino. Significa analizzare le corde più intime di noi stessi, conoscere queste paure, ri-conoscerle e farle nostre alleate. Trasformarle in fionde e non in catene. Dobbiamo usare tutta la nostra forza unita ad una buona dose di sana incoscenza e compiere questa magia.

Il “mi piacerebbe”, “vorrei tanto ma” sono frasi da falliti cronici. Ogni volta che sento queste parole i miei nervi iniziano a ballare la taranta. Il punto è, rimanere vittime di se stessi o essere motivo di orgoglio e magari esempio per gli altri?

Io non so se riuscirò a raggiungere il mio super obiettivo ma so che ho già iniziato a lavorare per poterlo trasformare finalmente in realtà. Un passo alla volta. Ho scelto come compagne di viaggio “Costanza”  e “Tenacia”. Le trovo perfette. Sono entrambe molto socievoli, divertenti e al tempo stesso serie e precise. Giusto quello di cui ho bisogno.

Non mi resta che augurare anche a te che stai leggendo di aprire gli occhi un giorno e renderti conto che quello che vedi non è un sogno ma la tua vita.

 

 

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#compagnidiviaggio

In questi giorni, costretta a ore di riposo per Gino (il ginocchio malconcio…) mi sono dedicata ad una serie di preventivi che avevo in arretrato… Progetti da inviare…e nuove ricerche da fare.

Quando mi occupo di questo genere di attività accanto a me (oltre a Nina ovviamente…e sporadicamente Gaspare…) ci sono sempre loro:  i miei insostituibili compagni di viaggio…
“Signora Agenda” by La Nave di Teseo e “Desiderio” il Quaderno dei desideri by Buffetti

Elementi del quotidiano di cui non potrei più farne a meno. I “mai più senza” per dirla alla Enzo Miccio.  Loro mi seguono ogni santo giorno, nei miei infiniti spostamenti, mi aspettano accoccolati l’uno all’altro nel mio zaino/valigia, si aprono con entusiasmo ogni qual volta devo annotare qualcosa di importante e sembrano sorridere soddisfatti quando percepiscono una certo entusiasmo nel mio modo di scrivere. Signora Agenda e Quaderno dei desideri sono parte di me. Senza di loro mi sento come se mi mancasse un arto. *Nota bene: programmare una seduta dalla psicologa per approfondire attaccamento viscerale e morboso a cose inanimate.

Oggi vi presento Signora Agenda.

Signora Agenda è la più anziana dai due…sì perchè sono ormai devota a questa edizione da ben 3 anni, e ovviamente anche il 2019 mi vedrà tra i suoi adepti.

La scelta di un’agenda è un’attività molto complessa a mio avviso. Non puoi affidarti al caso. A quella che ti attira maggiormente dagli scaffali. L’agenda è come la scelta di una casa, di un abito da sposa (per chi si sposa).

PEM! Grande affermazione! Ma pensateci bene.

La nostra agenda in qualche modo ci rappresenta. In lei troviamo lo spazio di cui abbiamo bisogno. Le pagine bianche che desideriamo colmare di appunti e promemoria. Il profumo della carta, la consistenza dei fogli, il colore delle pagine, della copertina, come sono organizzati i giorni della settimana (pagina intera, mezza pagina…), la dimensione (tascabile, enorme, via di mezzo), elegante, minimal, pacchiana, sobria, esuberante.

Insomma ci sono una serie infinita di dettagli fondamentali che portano alla proclamazione della NOSTRA AGENDA.

Non so voi ma personalmente quando giunge il momento del “SI LA VOGLIO”, c’è sempre quella gioia e soddisfazione (del tipo “ce l’ho fatta non mi sembra vero!) mista a incredulità…DUBBIO. Quel dubbio che alla cassa ti fa esitare un attimo. La commessa pronuncia l’importo e tu pensi “Dai tutto sommato non ho speso tanto…” e subito il dubbio incalza…”Ma se hai speso così poco alla fine avrai comprato un’agenda che non vale niente…”. Quindi resti li. Con lo sguardo proiettato nell’universo cosmico delle incertezze e non molli la carta di credito. La voce implorante della ragazza ti riporta nel mondo dei vivi e con un sorriso ti invita a pagara sto caspita di agenda.

Un ultimo sguardo alla povera commessa, un respiro ed ecco. Ora l’agenda è tua. Accuratamente riposta nel suo sacchetto di carta reciclata è li che non vede l’ora di essere ufficialmente accolta nella tua incasinatissima vita ordinaria.

Ovviamente il dubbio non ti ha ancora abbandonato. Esci dal negozio e proponi SUBITO un caffè. Prima di tutto perchè la scelta ti ha spossato completamente, secondo perchè DEVI RICONTROLLARE E RIVALUTARE PER LA MILIONESIMA VOLTA CHE LEI SIA L’AGENDA GIUSTA PER TE!

Qualcuno la chiama precisione, attenzione, altri la definiscono indecisione, i più diretti mania, gli amici veri PATOLOGIA. Fatto sta che al termine ti tutto questo estenuante iter di valutazione io la mia agenda l’ho trovata! Ed è perfetta!

Colorata, allegra, ordinata, ma allo stesso tempo fonte di attimi di introspezione potenti, sì perchè l’agenda de La Nave di Teseo sceglie una tematica diversa ogni anno e raccoglie una serie di pensieri del celebre scrittore Paulo Coelho.

E niente…questa è la storia di Signora Agenda. Io la adoro. E non la cambierei per nulla al mondo. Ormai vado sul sicuro. I tempi dell’indecisione sono ormai parte di un passato assai remoto. Ora navigo spavalda sulla nave delle conferme. Entro con passo svelto e sicuro in libreria, la vedo da lontano, lei mi sorride, sa che sto andando a prenderla, e non appena la tengo fra le mani e respiro il suo profumo sento una sensazione di pace e serenità indescrivibile, che solo le agende del cuore ti possono dare.

Il 2018 sta per finire ed io non vedo l’ora di acquistare la nuova edizione 2019.

E tu hai la tua agenda del cuore?

 

 

 

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A volte ritornano

Sopravvissuta egregiamente ad una rovinosa caduta su me stessa, mi sono trovata, una domenica d’autunno, in uno stato di immobilità temporanea.

Una condizione che ha riportato subito la mia mente a questo blog, vittima dello stesso intoppo. Ed eccomi di nuovo qui, con la mia sporta di buone intenzioni, pronta a rompere il silenzio. A raccontare cose, riprendere argomenti, recuperare spazio e tempo per questa attività del tutto irrilevante nella mia esistenza, ma che in qualche modo rappresenta una piccola esigenza “fisiologica”.

Lo confesso. Anche io vorrei condividere storie avvincenti su instagram. Riprenderrmi mentre guido senza cinture di sicurezza, inebetita davanti al cellulare, in preda alle smorfie più fighe per catturare l’interesse del mio numerosissimo pubblico…

Avere il mio coraggio di mettere in primo piano la mia faccia e tenere dietro le quinte i miei pensieri.

Ma in questo momento della mia vita, nonostante abbia fatto alcuni miseri tentativi, proprio non ce la faccio. Il mio genuino accento bresciano non aiuta. Ve lo dico.

Ho scelto di scrivere. Probabilmente se la mia insegnante di italiano delle medie sapesse di questo blog inizierebbe a ridere a crepa pelle… e cadrebbe esanime su se stessa (un po’ come è successo a me domenica).

Causa del decesso: picco di ilarità spasmodica.

A parte esorcizzare traumi adolescenziali, il mio intento è quello di proseguire con quella che è diventata negli ultimi anni, la mia sfida personale, una sorta di missione:

Toccare le corde più profonde dell’animo umano attraverso l’arte. Portarla sul vostro schermo, lasciarvi catturare dal suo sublime potere e magari risvegliare cervelli assopiti…

Il mio vista l’ora sta prendendo quella direzione…

Ma domani è un altro giorno…

Come diceva la Ross🤟🏻

Buonanotte Tramini😴