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Artemisia

Oggi faremo insieme un viaggio. Vi porterò nella Roma del Seicento.

Immaginate di passeggiare con me per le strade della città eterna. Fate attenzione a non sbattere contro qualcuno e soprattutto guardate bene dove mettete i piedi! Roma in questo periodo è un cantiere a cielo aperto! Il clero e le più ricche famiglie romane sono diventati una calamita per grandi artisti e architetti che stanno letteralmente rivoluzionando la città!

Guardate davanti a voi! Vedete quelle immense colonne! Lì stanno realizzando il Colonnato di San Pietro!

E dall’altra parte della strada, avete visto quell’uomo con quel viso corrucciato? E’ Caravaggio, incazzato nero perché gli hanno rifiutato l’ennesima opera (Morte della Vergine – 1601-1605/1606). Vagherà per locande e per i vicoli più malfamati in cerca di qualche rissa, finchè, lo sappiamo, ci scapperà il morto…e lui sarà costretto a fuggire lasciando Roma e tutta una serie di artisti suoi seguaci, che hanno sviluppato negli anni a seguire lo stile cosiddetto Caravaggesco.

Tra questi seguaci troviamo Orazio Gentileschi padre della grande Artemisia: la donna “Caravaggio”.

Durante questo viaggio incontriamo lei. Una bambinetta che corre svelta. Artemisia ha il passo deciso, non è come le sue coetanee che saltellano, giocano. Lei va dritta, sicura verso il percorso che la vita le ha designato. Ha appena perso la sua mamma. E’ stato tutto così assurdo. Un attimo prima attendevano insieme con trepidazione la nascita del nuovo fratellino, quello dopo il silenzio, la morte. Ha mescolato lacrime di gioia per la nascita del piccolino con quelle del dolore più immenso che una bambina della sua età possa mai provare. “La mamma è morta Artemisia”. I suoi occhi si spalancano in un urlo di dolore e scappa via. Non sa dove andare. Smarrita, sola, travolta da una sofferenza troppo grande da sostenere. Per non cadere decide di correre. Scappare per le vie di quella città in subbuglio. In cui gli uomini iniziano già a guardarla con interesse, con quello sguardo lascivo che lei ancora non contempla, non permette. Artemisia vuole solo la sua mamma. Dopo ore di cammino, torna a casa. Si arma di foglio e grafite e inizia a disegnare, sfogando così nell’arte il suo dolore. Dimostra una dote naturale, acquisita dal padre che la accoglie nella sua bottega. Qui lavora e cresce circondata dai sei fratelli e da altri illustri pittori che le insegneranno l’arte del disegno e della pittura. Tra questi Agostino Tassi, amico del padre prima di tutto e poi maestro di prospettiva della stessa Artemisia. Agostino Tassi: l’uomo che strapperà ad Artemisia l’ultimo lembo di fanciullezza, l’uomo dello stupro, quel gesto che segnerà per sempre la sua esistenza e anche il suo ricordo a venire.

Artemisia non è una donna come le altre. Il suo corpo è lacerato dalla violenza, ma il suo animo no. Confessa al padre il sopruso subito. Ci vorrà un anno prima che Orazio si convinca a denunciare Tassi. All’epoca dovevano essere i coniugi (o in tal caso il padre) a vendicare l’onta subita. La violenza non era considerata un’offesa alla donna bensì all’uomo che la possedeva, di cui ne era proprietario.

Il processo fu un ulteriore condanna. Artemisia accetta di testimoniare sotto tortura, viene sottoposta alla sibilla, supplizio progettato per i pittori, che consiste nel fasciare loro le dita delle mani con delle funi fino a farle sanguinare. Alla fine il Tassi ne risulterà indenne, pur riconosciuto colpevole tornò in libertà dopo meno di un anno. Saranno i Gentileschi a subire notevoli danni morali. Prima fra tutti ovviamente la nostra Artemisia, ricordata più per questo devastante episodio che per la sua arte. La “pittora” (così si faceva chiamare), la prima donna ammessa all’Accademia delle arti del disegno di Firenze, città cui sarà destinata a seguito di un matrimonio riparatore con un pittore fiorentino, anche lui poco entusiasta di avere per moglie un’artista così dotata e assolutamente poco affabile alle pratiche domestiche.

Firenze sarà per lei una rivalsa. La rinascita di una donna così intimamente legata alla sua pittura da renderla indipendente grazie alle importanti commissioni ricevute dalle famiglie fiorentine (Medici compresi) e dalle amicizie degne di nota con altri rivoluzionari dell’epoca come Galileo Galilei che nutre per lei grande stima.

Artemisia sarà la prima artista donna a guadagnarsi, pennellata dopo pennellata, la sua autonomia. Non avrà bisogno della dote di famiglia per vivere ne di quella del marito. La sua emancipazione è un esempio di forza e caparbietà. Il suo amore e desiderio viscerale di dipingere saranno la sua ancora di salvezza. Stimolo continuo per un riscatto prima di tutto morale.

I suoi dipinti sono una denuncia continua. L’unica arma a sua disposizione. Artemisia non può restare in silenzio. Deve gridare al mondo intero quello che una donna può subire ma anche e soprattutto quello che è in grado di fare.

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Veste i panni di Giuditta e sfodera la spada per tagliare la testa al suo carnefice. Impassibile, glaciale, infonde la lama in profondità e vendica con la morte la violenza subita. La brutalità di questo gesto non si addice ad una donna, ma Artemisia non ha paura di sporcarsi le mani. I suoi colori, sono il sangue mai versato, la tela la giustizia mai concessa. La rabbia, il senso di abbandono, le ferite ancora aperte, le parole non dette prendono vita nella sua arte e lei di conseguenza sopravvive.

Qualcuno sostiene che Artemisia Gentileschi non sarebbe l’artista che conosciamo se non avesse subito quella violenza. Così come Frida non sarebbe Frida senza l’incidente.

Non so dare una risposta a queste affermazioni. Penso solo che non esiste un’Artemisia, una Frida…

Ognuna di noi può essere ciò che desidera. Sempre e comunque. Non esistono uomini o donne che possono ostacolare o veicolare le nostre scelte.

Non esiste violenza più grave dei limiti che imponiamo a noi stesse.

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Frida: Passionale resilienza

La scorsa settimana ho visitato la mostra dedicata a Frida Kahlo. Confesso di non amare la sua pittura e a seguito della mostra confermo che i suoi dipinti non mi entusiasmano. Perchè? Dicono che le persone del segno della Bilancia come me siano amanti dell’estetica, del bello. Partendo da questo presupposto posso certamente affermare che il mio non amore per l’arte di Frida è esattamente legato ad un senso prettamente estetico. Lei protagonista dei suoi dipinti, con il suo monociglio, la sua peluria, la sua maniera di dipingere un po’ primitiva non rientrano esattamente nei miei “canoni di bellezza”.

Nonostante questa premessa apparentemente negativa posso affermare senza pudore di essermi innamorata di Lei, Frida.

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Conoscevo la sua storia a tratti, a dire il vero l’ho sempre un po’ snobbata proprio perchè non sono attratta dalla sua pittura. Al termine del percorso però ho imparato a leggere la sua arte attraverso il suo vissuto e cambiando prospettiva si sa, cambiano anche le sensazioni e le emozioni.

Frida è l’emblema della forza, della tenacia, della perseveranza. Una combattente, una rivoluzionaria e non solo sotto l’aspetto politico. Il suo destino fu segnato fin da bambina, quando all’età di sei anni le diagnosticarono la poliomelite. Questa la fonte ufficiale. Alcuni biografi sostengono invece che fosse affetta da spina bifida, una malattia genetica che la famiglia per questioni di buona reputazione preferì nascondere. Nel corso della sua vita subì 32 operazioni e considerando che morì a soli 47 anni possiamo dire che il dolore fisico fu una costante esistenziale.

La storia della spina bifida o poliomelite non è niente rispetto a quello che le accadde nel 1925, quando rimase vittima di un disastroso incidente stradale. L’autobus su cui viaggiava si scontrò rovinosamente con un tram. Frida fu trafitta da un palo di ferro dalla schiena al bacino. Perse così la sua verginità, perforata da un palo.

Era il 1925 e ovviamente la medicina non aveva i mezzi e le risorse di oggi. Mi chiedo quindi come sia stato possibile sopravvivere a una tale tragedia. Scoprendo passo dopo passo la sua vita (infelice gioco di parole), penso che Frida incarni perfettamente la credenza che esiste un destino già scritto per ciascuno di noi. Un disegno prestabilito, da qualcosa o qualcuno di immenso. Un disegno che letteramente divenne linfa vitale per Frida. Costretta a letto per un tempo infinito trovò nel disegno e nella pittura la sua ancora di salvezza. Quello spiraglio di vita a cui potersi aggrappare con tutte le sue forze.

Lei divenne il soggetto principale della sua arte. Prima di tutto per una questione prettamente tecnica…inchiodata a letto non vedeva altro che se stessa riflessa nello specchio fatto installare dalla madre sul suo letto a baldacchino. Questa condizione la portò inevitabilemnte a riflettere non solo la sua immagine ma anche il suo dolore, fisico e psicologico.

 

A seguito dell’incidente Frida imparò di nuovo a camminare, a reggersi sulle proprie gambe e a quel busto che dovette indossare per tutta la vita. Un busto rigido, pesante che divenne come una seconda pelle, come una delle tante cicatrici che il suo corpo fu costretto a sopportare e nascondere. Da questa condizione, unita anche al suo impegno sociale, vicino al popolo, nasce la volontà di indossare gli abiti tradizionali messicani, le ampie gonne, fondamentali per coprire le gambe malate e le coloratissime camicie. Un corpo turbato dal male fisico avvolto in tessuti dai colori sgargianti, allegri. Un contrasto quasi grottesco che trasformarono Frida in una vera icona.

Frida è conosciuta non soltanto attraverso i suoi dipinti ma anche attraverso la fotografia. Grazie all’influenza del padre fotografo, Frida capì ben presto le potenzialità del suo aspetto. Una femminilità primitiva, lo sguardo fermo, imperturbabile, quasi inespressivo.  Un atteggiamento che sembra sfidare il fruitore, ma che in realtà si pone in una condizione di isolamento, mostra una distanza tra lei e il resto del mondo, una distanza che rispecchia la sua solitudine interiore, quella tristezza ormai radicata nella sua anima.

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Dipingere per Frida diventa uno stato di necessità. Sulla tela esprime le sue ossessioni. L’arte è lo specchio dei suoi drammi. La sua immagine la cornice di cui si vestono i suoi dolori.

Quasi a prendersi gioco di loro, in un connubio di colori, stravaganze, eccessi, Frida appare alle persone che la conosceranno come una donna allegra, vivace, inebriante. Con il suo aspetto così colorato sembra farsi beffa della vita che la mette costantemente alla prova.frida ride

Innamorata dell’Amore, di Diego Rivera. Disperatamente innamorata di lui, del desiderio di diventare madre. I due lati opposti della medaglia. La gioia dell’amore, della passione, dell’arte che li ha fatti conoscere e unire per la vita. Dall’altra parte il tradimento, gli aborti. Schiaffi violenti che la vita le  riserba, come a farle ricordare con prepotenza che ad ogni gioia equivale un dolore, una prova.

Lei stessa disse: “L’angoscia e il dolore. Il piacere e la morte non sono nient’altro che un processo per esistere”

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Ma Frida è una tosta. E’ una donna piena di misteriose pulsioni, la sua essenza è dirompente, è fatta di contrasti e di sogni. Frida sembra capire che vivere è un mistero da gustare più che da capire e impara a considerare la sua infermità come un “luogo” nel quale coltivare lo spirito, in cui la creatività diventa arma di difesa per il tempo, per il dolore, per quella sensazione di morte che aleggia continuamente nella sua vita e che arriverà definitivamente il 13 luglio del 1954. Durante la notte Frida si abbandona alla morte, ufficialmente a causa di edema polmonare, più probabilmente è lei ad imporsi questa volta.  Decide di dire basta. Decide di salvarsi, una volta per tutte. E grazie ad un’overdose di Demoral, derivato della morfina chiude gli occhi per sempre. Frida si congeda dalla vita e chiude il sipario. Lascia alle sue spalle un mondo di sofferenza per rinascere una seconda volta. In quella Frida che conosciamo noi, nella sua arte, il suo viso.frida-kahlo-mostre-milano-2018-mudec-internettuale

La definirei come la Madonna dei nostri tempi. Un po’ forte come paragone, me ne rendo conto. Ma Frida si presenta come un’apparizione con la sua figura inconfondibile. Lei ti guarda e tu non puoi fare a meno di chiederti chi sia questa strana donna. Cosa si cela dietro il suo sguardo. La storia è affascinante, ricca di colpi di scena, episodi drammatici e altri dal sapore quasi fiabesco. Potrei scrivere per ore e raccontare la sua storia, la sua biografia. Ma il mio compito non è quello di darvi delle nozioni accademiche sulla sua vita. Troppo noioso. Spero invece che queste poche righe possano aver aperto il vostro cuore ad una donna straodinaria, che con la sua arte e il suo ardente amore per la vita ci sia da esempio, da musa, per sentire quanto il tempo che abbiamo a disposizione, per quanto doloroso e crudele sia, valga sempre la pena di essere vissuto pienamente, fino all’ultima goccia di colore.

 

 

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“Nise – Il cuore della follia” – Non aver paura dell’inconscio

E’ il primo giorno dell’anno e ho già ricevuto un regalo inaspettato. Tardo pomeriggio after pulizie di casa, relax sul divano, consultiamo Netflix e un titolo ci colpisce: Nise – Il cuore della follia. La trama dice: In questo film tratto da una storia vera, una psichiatra si oppone all’elettroshock come cura per la schizofrenia e incoraggia i suoi pazienti a dedicarsi all’arte.

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Perfetto direi. Il film inizia con un’immagine stupenda. Un inchino al direttore della fotografia. Una donna di spalle, vestita con un tailleur rosso ruggine, bussa insistentemente alla porta sorda di un edificio freddo e austero. Quella donna è la Dottoressa Nise da Silveria e quell’edificio è il Centro Psichiatrico Pedro II di Rio de Janeiro.

Di origine brasiliana, fu la prima donna psichiatra a rifiutare i metodi cruenti usati all’epoca per curare la schizzofrenia. Era circondata da colleghi (tutti uomini) sostenitori di “grandi innovazioni scientifiche” come l’utilizzo della lobotomia e dell’elettroshock. Disorientata da tanta violenza decise di perseguire la cura alla schizzofrenia con un suo metodo che aveva come capisaldi l’affetto e l’arte. Ovviamente il suo operato fu subito criticato ed ostacolato il più possibile. Se si fosse trovata durante i secoli della caccia alle streghe non avrebbe avuto scampo. Fortunatamente ai suoi tempi, si parla del secondo dopo guerra, nonostante le difficoltà che incontrò ed i pochissimi mezzi che aveva a disposizione, trasformò vecchie e luride sale ospedaliere in atelier di pittura e scultura, laboratori di cucito e di giardinaggio.

Allieva della scuola di Jung mise al centro delle sue cure l’attenzione al paziente, prima di tutto considerandolo e trattandolo come essere umano estremamente fragile, viste le condizioni in cui questi poveri disgraziati si trovavano. Condizioni psichiche aggravate notevolmente dall’ambiente in cui erano reclusi e dai metodi che dovevano subire.

Nise divenne una sorta di madrina di questi uomini e donne afflitti da patologie oscure e vorticose in cui il loro senno sembrava completamente disperso. Con l’aiuto di validi collaboratori, dotati anch’essi di una particolare sensibilità umana, riuscì ad utilizzare l’arte come canale per liberare il torbido che ormai si era sedimentato nell’inconscio dei suoi pazienti.

Attraverso i colori e la creta i pazienti esprimevano liberamente il loro stato interiore, il loro inconscio. Partendo inizialmente da segni confusi e compulsivi, passarono poi a forme geometriche più precise e delineate, fino ad arrivare alla rappresentazione della realtà. Una realtà interiore. I fantasmi e i traumi del passato, spesso causa del loro ricovero, iniziarono ad emergere sulla tela, ad essere vivi attarverso la materia. I progressi furono sorprendenti. Tanto da portare qualcuno di loro alla guarigione.

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La produzione di questi atelier fu sottoposta ad un famoso critico d’arte brasiliano Mario Pedrosa, che volle fortemente divulgare  questa nuova ed entusiasmante forma d’arte al di fuori dell’ospedale psichiatrico.

Nel 1952 fu organizzata una mostra che successivamente evolverà in un museo.  L’abbondante produzione artistica di questi nuovi talenti è in continua crescita. Nel gennaio del 1981 la sua collezione riuniva circa 160 mila documenti tra pitture su tela, su diverse tipologie di carte, disegni o modellazioni.

Il museo oggi è un centro vivo di studi e ricerche sulle immagini dell’inconscio, aperto a tutti gli studiosi di tutte le scuole psichiatriche.

Grazie a questo metodo il malato subisce un mutamento. Non solo psichico ma anche umano. La sua malattia si trasforma in talento. Il mondo interiore, invisibile e spesso spaventoso, si apre attraverso l’arte. Emerge senza paura, senza limiti, senza restrizioni. Esplode nei colori, nei segni tracciati dal pennello, nelle forme plasmate dalle mani. E’ un linguaggio puro, complesso, essenziale, intenso. E’ il linguaggio dell’incoscio che ognuno di noi conserva dentro di sé, come in una scatola dei segreti.

Alcuni di essi sono sconosciuti persino a noi stessi. E’ il sorprendente potere della mente. Lucida e irriverente. Tutti noi abbiamo in dono un pizzico di follia. Così come la rabbia, la paura, la passione sono sfumature del nostro essere anche la pazzia ci appartiene. Se è vero che esiste il suo opposto per ogni cosa…potremmo dire che non c’è gioia senza dolore così come non esiste ragione senza follia.

E’ il primo giorno dell’anno e questo film mi ha regalato delle emozioni molto forti e soprattutto un grande senso di speranza. La speranza che ognuno di noi sia sufficientemente pazzo da trovare nella vita la sua personale forma d’arte. Quella pratica che tocca le corde del proprio inconscio liberandolo da gabbie inutili che ci impediscono solamente di mostrare il nostro talento più grande, quello di essere semplicemente noi stessi.

 

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Il “Destino” di Walt Disney e Salvador Dalì

“Prendi una buona idea, mantienila, inseguila e lavoraci  

fino a quando non funziona bene”

 Walt Disney

Non si sa esattamente quando Walt Disney pronunciò questa frase. Si sa per certo però che ebbe una delle sue “favolose” idee nel 1945 quando decise di invitare presso i suoi Studios l’artista Salvador Dalì. Probabilmente come accadde in altre innumerevoli occasioni il suo staff fu contrario a questa decisione. In quel periodo Dalì era un pezzo grosso nello scenario artistico americano. Nello stesso anno  collaborò con Hitchcock per la realizzazione della sequenza del sogno nel fim “Io ti salverò”. Noto per la sua genialità, megalomania, piacere nel generare scandalo e provocazioni, Dalì non rispondeva esattamente ai canoni fiabeschi del regno disneyano, ma il caro Walt è sempre stato un uomo molto caparbio e sopratutto un visionario. Fu proprio questa caratteristica, evidentemente comune ai due protagonisti di questa storia, che portò al loro incontro e sodalizio.

Salvador Dalì, “l’uomo dei sogni”, che con straordinaria lucidità descriveva delirio e mistero del mondo onirico, colui che presentava al mondo intero le sue ossessioni, i suoi incubi più profondi, si trova di fronte ad un ometto distinto, con dei timidi baffetti (quasi ridicoli in confronto ai suoi, così stravaganti e…Surreali).   Si incontrano nel suo ufficio e dopo un paio di convenevoli Walt gli pronuncia le parole magiche “I sogni son desideri”… e niente il gioco è fatto!

Parte immediatamente un trip daliniano che nemmeno lui riesce a controllare! Inizia così la loro collaborazione per la realizzazione di un cortometraggio in cui surrealismo e sensibilità creativa diventano una combinazione inaspettatamente perfetta,  come la vodka e le caramelle gommose… (da provare…)

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Questi incontri non accadono mai per caso. Possiamo dire che qualcuno o qualcosa aveva già tracciato le loro vite fino a farli incontrare. C’e chi sostiene che sia opera di Dio o di altre forze sovrannaturali e chi invece li reputa semplicemente protagonisti del proprio Destino.

Ed è proprio “Destino” il titolo di questo cortometraggio. Per otto mesi li vide impegnati nella stesura dello storyboard. Dalì realizzò centinaia di disegni e bozzetti, lavorando a quella che per lui divenne una nuova sfida. Ora doveva fare i conti con un target ben definito, un pubblico diverso, non abituato alle sue provocazioni e che, invece, si aspettava l’animazione di un classico sogno disneyano a lieto fine. Dalì non delude il pubblico né tantomeno se stesso, sia ben inteso.  Già negli schizzi dello storyboard si presenta una sintesi perfetta tra il riconoscibile linguaggio degli studi Disney e l’iconografia, i luoghi, i colori e le metamorfosi daliniane. La colonna sonora, da cui è tratto anche il titolo stesso del cortometraggio, aiuta a dare una linea narrativa alle immagini e momenti di pathos cinematografico.

Quanto alla trama si tratta dell’incontro tra un uomo e una donna, il destino di un amore che, come quelli raccontati nelle opere pittoriche di Dalì, sono amori complessi, contrastati. Muri che si ergono fra gli amanti, ostacoli che talvolta avvicinano, ma molto più spesso separano. Il tutto proiettato nel linguaggio disneyano. La protagonista femminile per esempio impersonifica esattamente le principesse Disney, nei tratti e nei movimenti sinuosi del corpo. Fanno da sfondo poi i must del mondo daliniano, elefanti con zampe di giraffa, formiche, l’unione di immagini che rivelano una doppia natura. È talmente percepibile la sua presenza che ci si aspetta di vederlo comparire tra i protagonisti magari nelle vesti di un mago bislacco o di un cicerone disorientato.

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Fin qui tutto è perfetto, tutto rispecchia il copione delle Fabie Disney. Peccato però che la grande crisi economica legata alla seconda guerra mondiale mise un punto fermo a questo meraviglioso sogno ed il corto non venne terminato.

Il Destino però ha voluto che nel 1999, il nipote di Walt, Roy Disney, durante la realizzazione di “Fantasia 2000”, trovò il progetto del corto e decise di concluderlo e portarlo alla luce. Per il completamento del corto, vennero incaricati gli Studios Disney di Parigi. Una squadra di circa 25 animatori decifrarono gli storyboard criptici di Dalì, grazie agli scritti dell’artista stesso, di Gala, sua moglie, e soprattutto grazie ai ricordi dell’animatore che lavorò al suo fianco in quel periodo agli Studios.
Per tentare di ricostruire un corto vicino alle intenzioni dei due ideatori, oltre agli schizzi, allo storyboard vi erano delle certezze dettate dall’inconfondibile stile di Walt, ovvero: tutti sapevano che Disney avrebbe usato ogni mezzo tecnologico a disposizione per rendere al meglio l’animazione. E nel 2000 non poteva che essere utilizzata la computer grafica adoperata, tuttavia, nel rispetto del periodo in cui il progetto venne ideato. Così, Destino riuscì ad essere compiuto e…

vissero tutti felici e contenti….

Buona visione!

Destino

 

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The family of man

In questi giorni mi trovo in Lussemburgo. Meta insolita per trascorrere il weekend. Eppure in questo piccolo fazzoletto di mondo si nasconde un tesoro. Una sorta di oasi nel deserto. Si perché diciamolo…in Lussemburgo non ci sono molte attrazioni turistiche o musei d’arte degni di nota. A parte un paesaggio molto caratteristico, deliziose casette e castelli sparsi qua e là, questa terra di mezzo non offre molto al turista straniero. Allora perché decidere di prendere un aereo, sfidare il freddo e una lingua incomprensibile? La risposta è La famiglia. Non certo la mia d’origine che a quest’ora sarà riunita a casa della mamma per il consueto pranzo domenicale.

Si tratta di una famiglia decisamente più numerosa, quella che il signor Edward Steichen decise di radunare in quella che diventerà la più grande raccolta fotografica mai realizzata al mondo. Ebbene sì oggi vi parlo di fotografia. Metto subito le mani avanti e confesso di non esserne un’esperta né un’appassionata. Oggi scrivo da curiosa, neofita e affascinata. Vorrei raccontarvi di questa perla che la maggior parte di noi probabilmente non conosce. Mi piacerebbe mettervi quella pulce nell’orecchio che prima o poi vi farà balenare l’idea di organizzare una piccola gita da queste parti e visitare questa chicca.

Partiamo dall’inizio. Chi era Edward Steichen?
– fotografo e pittore lussemburghese, prima fotografo di guerra poi di moda. Divenne famoso grazie ad una fotografia scattata alla splendida Greta Garbo nel 1928, immagine scelta successivamente nel 1955 per la copertina della rivista Life. Ed eccola qui. Non è meravigliosa?!

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Nello stesso anno in veste di direttore della fotografia al MoMa di New York cura la realizzazione di THE FAMILY OF MAN. Un’esposizione fotografica che mostra tutte le esperienze e gli istanti di vita dell’uomo. Steichen raccolse quasi 2 milioni di foto scattate in 68 paesi da 273 fotografi diversi. Alla fine riuscì a selezionare “solo” 503 scatti che diedero vita a questo immenso album di famiglia. Dal 24 gennaio 1955 ad oggi la mostra fece il giro del mondo. Dopo New York fu allestita in diverse nazioni tra cui anche l’Italia nel 1959 e conta ad oggi più di 10 milioni di visitatori.
Nel 1964 il Governo americano acconsente alla richiesta di Steichen di donare al Lussemburgo, sua terra d’origine, l’ultima versione della rassegna. Dopo una serie di presentazioni parziali, nel 1994 trova la sua sistemazione permanente negli spazi del Château di Clervaux.

In qualche modo ci si chiede il perché di tutto questo successo. Oltre ovviamente al coinvolgimento di illustri fotografi quali Robert Capa, Henri Cartier Bresson e altri…271…più o meno famosi, personalmente mi sono chiesta, da ignorante in materia, come degli scatti fotografici possano davvero attirare milioni e milioni di persone.

La risposta è arrivata in modo del tutto naturale, come lo sono le immagini esposte. Attimi di vita, che racchiudono l’essenza di ciascun uomo, di ciascuno di noi. Ogni stanza corrisponde ad una fase, ad un capitolo. È come se passeggiando tra le opere esposte si potesse attraversare una vita intera. Passo dopo passo i nostri occhi possono vivere e rivivere emozioni, sentimenti, passaggi obbligati a cui l’essere umano è sottoposto. L’Amore, la fede, la fatica, la disperazione, il ritmo della musica, il ridere di gusto, la felicità per la nascita di un figlio, il dolore tagliente per la morte di un proprio caro, la tenerezza di un padre, le cure della nonna, il fervore per il rispetto dei propri diritti, la spensieratezza di un bambino. Ognuno a suo modo, ognuno a seconda delle sue origini, vive un percorso già segnato con quelle sfumature che appartengono al nostro destino e che rendono la propria vita unica ed inimitabile.

The Family of man mostra tutto questo ma intende soprattutto portare il fruitore ad una condizione di unione e vicinanza globale, che va oltre le etnie, le culture, le ideologie. The Family of man ci regala un senso di appartenenza e di familiarità così intenso da sentirne quasi la mancanza appena si realizza la fine della visita. È uno specchio su noi stessi, il nostro passato, presente e futuro. È un tenersi per mano, tra sconosciuti che diventano per un attimo membri insostituibili della propria famiglia, dei fratelli ritrovati, genitori desiderati. È un punto di partenza e di arrivo. È il tuo viaggio attraverso la vita, vista da fuori, da spettatore. A tratti ti senti rassicurato, consapevole, in altri momenti fortunato, in altri ancora impaurito. È tutto lì, in bianco e nero. Un girotondo di emozioni in cui tutti siamo coinvolti in questa meravigliosa giostra chiamata Vita.

 

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“Sogno di dipingere e poi dipingo il mio sogno”

Sono giorni che mi imbatto in questa frase. Una citazione che mi ha colpito subito. La leggo una volta…due…spunta sempre in quei frammenti di giornata in cui riesco a respirare un attimo tra una corso e l’altro… tra un’asse da levigare e un comodino da accomodare… eccola di nuovo… “Sogno di dipingere e poi dipingo il mio sogno”.

Adesso devo sapere chi è l’autore di questa citazione…
Cerco…
scopro…
sbuffo…
Si sbuffo! Perché????!?!?!

Perché questa frase è del signor Vincent Van Gogh!

Sono un po’ delusa devo dire la verità.

Mi sarei aspettata un visionario pacioccone come Mirò…

Un romanticone mielenso come Chagall…

Invece no. Vincent Van Gogh. Lui. Rozzo, ribelle e asociale come pochi… mi spara sta frase. Ma ti pare! Cerco nuovamente su fonti autorevoli come “aforisticamente.com” o “frasi celebri.it” e niente…è proprio sua.

Sta cosa non mi fa dormire. E’ domenica mattina. Ieri sera sono uscita e fatto l’una tra una cosa e l’altra. Mi sveglio e mi viene in mente sta frase. Ancora una volta. E’ necessario prendere in mano la situazione. Ed eccomi qui…che riprendo le redini del mio blog e ricomincio a scrivere. Mai mi sarei aspettata di riprendere proprio da lui. Ma si sa l’arte è imprevedibile…quindi lasciamoci trasportare da questo raptus Vangogghiano… e procediamo con la ricerca.

Non so se si è capito… a me Van Gogh…mmm…insomma…diciamo che…ecco: diciamo che non rientra esattamente nella mia super classifica show…

Se provo ad analizzare la natura psicologica di questa mia “antipatia” ammetto che è più imputabile alle mostre a lui dedicate che ho avuto modo di visitare negli ultimi anni…più che al povero Vincent e alla sua pittura. Forse è diventato un po’ troppo protagonista di quelle esposizioni dedicate ad una società di massa e non ad un pubblico pensante e sensibile all’arte. Che paroloni…

Mi spiego meglio…esistono secondo me autori che rientrano in una categoria che io definisco “i paraculati dell’arte” in cui la singolarità dell’artista, la sua fama si uniscono al successo a livello di marketing e mass media e una buona dose di trend del momento. Sono i “mai più senza” dell’arte. Sono quell’abito total black che DEVI avere nell’armadio perché ti salva quando vieni colpita dalla sindrome “non ho niente da mettermi”.

Questi artisti sono l’asso nella manica nelle conversazioni medie tra gente media.
– “Ah sono andato alla mostra di Van Gogh ieri”
– “Eh com’è? Anche io vorrei andare!”
– “ah bella!
-“eh allora ci andrò. A me i papaveri di Van Gogh piacciono tantissimo!”
FINE.

Di fronte a queste conversazioni le mie orecchie subiscono una sorta di prolasso…e cadono suicide sul pavimento.
E senza volerlo ci si ricollega ad un famosissimo episodio della vita di Van Gogh. Quando una sera tra una pennellata e l’altra decide di tagliarsi un orecchio. Le versioni legate a questo gesto sono le più disparate. Qualcuno sostiene che dopo essersi amputato l’orecchio, lo avvolse accuratamente in un candido tovagliolo e con amore lo portò ad una donna, forse una prostituta. Altri lo collegano ad un funesto litigio con l’amico Gauguin, altri ancora alla notizia del matrimonio del fratello minore Theo. Lieta novella che Vincent prese benissimo mi dicono.

Ma si sa, la verità sta nel mezzo:
Il giovane Theo, come consuetudine del tempo, chiese al fratello maggiore il benestare alle nozze. Il tenero Vincent anziché gioire per il fratellino, se la prese a morte perché ebbe il timore di perdere il sostegno economico del fratello, giovane mercante d’arte per altro. Il giorno stesso in cui ricevette la lettera del fratello ebbe la famosa litigata con il compagno Gauguin e fomentato da questa lite si mozzò l’orecchio. Nonostante la profonda ferita si recò in una casa di tolleranza, dove consegnò, avvolto in un foglio di carta, il lobo insanguinato a una ragazza, forse una prostituta. In seguito a quell’episodio Van Gogh fu ricoverato e tenuto in isolamento per due settimane. “Presto torneranno i giorni belli, e io ricomincerò a occuparmi di frutteti in fiore”, scrisse al fratello Theo.

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E qui si ritorna alla sua doppia personalità. Al suo evidente malessere. Leggo, mi documento e scopro che l’antipatico Vincent viene considerato il “pittore malato” per eccellenza! Sono sorpresa e sinceramente dispiaciuta. Continuo la mia ricerca. “Vittima di periodi di crisi caratterizzate da allucinazioni e attacchi di tipo epilettico che lo portavano poi in periodi di profonda depressione, ansia e confusione mentale. Ci sono stati molti studi sulla malattia di Van Gogh. Tra questi è quella proposta da Arnold (1992), il quale riscontra nei sintomi dichiarati dal pittore una somiglianza con quelli propri di una rara malattia eridataria: la porfiria acuta intermittente.” (per chi volesse approfondire l’argomento).

Leggendo queste pagine scopro un nuovo Van Gogh. Riesco finalmente a vedere oltre a quell’artista sfruttato da certi curatori di mostre (non faccio nomi) per incassare soldi più che per educare persone. Scopro un uomo profondamente turbato, sofferente, angustiato da una malattia che non gli da tregua ma che per ironia della sorte gli permette di dipingere capolavori.

Scopro Vincent Van Gogh e la sua sensibilità imprigionata. Che grida attraverso pennellate vorticose, tormentate, dense di colore. Attraverso prospettive distorte, allucinate. E non posso far altro che provare profonda tenerezza per un uomo che ha combattuto una vita contro i fantasmi di una mente malata che ha trovato come canale di vita l’arte. La sua pittura che è rimasta al suo fianco fino alla morte, voluta e compiuta nel “suo” campo di grano.

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Oggi faccio una promessa a me stessa e a te caro Vincent. Leggerò altre pagine a te dedicate. Osserverò i tuoi dipinti con occhi diversi. Proverò a guardarli con i tuoi occhi, dalla tua prospettiva. Farò miei i tuoi turbamenti per entrare nella tua arte. Sentirne il sapore. Parlerò di te con entusiasmo. E chissà magari qualcuno che sta leggendo queste righe in questo momento proverà le stesse mie emozioni e si avvicinerà a te e ai tuoi capolavori con una nuova riflessione.

 

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Tocchi di Femminilità

Inizialmente l’articolo della settimana doveva parlare di un artista la cui mostra è stata inaugurata a Milano qualche giorno fa… poi sabato ho partecipato ad un incontro organizzato dal festival Tocchi di Femminilità e ho deciso che era doveroso raccontarvi brevemente questa esperienza attraverso il mio blog e fare una piccola e deviazione.
Il nome completo del festival è TOCCHI DI FEMMINILITA’ – Ris – volti di letteratura e arte. Si tratta di un Festival della letteratura e delle arti al femminile proposto nella mia città, Brescia dal 4 al 26 marzo. Il programma è caratterizzato da una serie di eventi legati appunto alla donna nelle sue infinite sfaccettature. Il festival è alla sua prima edizione e personalmente mi ha già conquistata. Tocchi di femminilità

Ieri pomeriggio presso lo Spazio Aref in piazza Loggia (BS) ho assistito all’incontro dal titolo Questo non è Amore – un evento sul tema della violenza sulle donne presentato attraverso l’arte (a cura di Michela Pedrana), il lessico (a cura di Maria Sofia Sabato) ed infine la realtà a noi più vicina con le parole di Chiara Rossini del centro antiviolenza Casa delle Donne. Il tema trattato pare quasi una moda dettata prevalentemente dai media che quotidianamente ci propinano fatti di cronaca nera in cui il femminicidio è ormai all’ordine del giorno. Ieri ho imparato però che non si tratta di un’emergenza sociale degli ultimi anni. La violenza sulle donne c’è sempre stata…e le opere esposte dalla professoressa Pedrana nell’ambito della storia dell’arte l’hanno chiaramente dimostrato. Il dato positivo, come spiegava la dottoressa Chiara Rossini è che oggi questi casi vengono finalmente riconosciuti come crimini di violenza e non come episodi di normale e consueta vita coniugale e familiare. Questa piaga sociale fa parte della nostra storia da sempre ed i fatti di cronaca non fanno altro che evidenziare un dato positivo. Ovviamente non è positivo che ad ogni TG si parli di una donna uccisa dal compagno o ex compagno. Questo è chiaro. Il positivo sta nel fatto che questo scempio venga denunciato e affrontato. Il mio compito nel blog non è quello di parlare di questo argomento. Affido a voi l’interesse di approfondire la tematica soprattutto vi invito a partecipare ai prossimi eventi del festival e a conoscere meglio la realtà del centro Casa delle donne. Così vicino a noi e così fondamentale per la nostra società.

Le relatrici mi hanno fatto riflettere sul ruolo della donna non come vittima ma come eroina della propria vita. Nel salotto di TraMe l’Arte parla di sé e questa settimana vorrei dedicare la mia e la vostra attenzione su alcune donne protagoniste della storia dell’arte. Coloro che hanno dato una svolta alle pagine della nostra storia non solo artistica ma anche sociale. Non ho scelto volutamente le più note proprio perché ritengo interessante scoprire personalità e volti che troppo spesso continuano a rimanere nell’ombra.

La prima che vorrei citare e che i più non conosceranno è la monaca del cinquecento Suor Plautilla Nelli, la prima pittrice fiorentina. A lei è attualmente dedicata una mostra presso la Galleria degli Uffizi che grazie al direttore Eike Schmidt, ha inizio proprio da quest’anno una rassegna ideata per riscoprire le donne artiste nei secoli.
Nel ‘500 le donne che desideravano occuparsi d’arte dovevano far fronte ad una serie di ostacoli non indifferenti. Per loro l’unico modo per accedere al mondo della pittura era solamente la vita monacale. Anche qui però la pratica non era ben vista. Il riformatore Girolamo Savonarola infatti promuoveva la pratica artistica solamente “per sfuggire all’indolenza…” non certo per incentivare ed elogiare le qualità e capacità di alcune religiose come fu il caso appunto di Suor Plautilla.
Suor Plautilla Nelli ebbe una formazione artistica prettamente da autodidatta. Non potendo usufruire di alcun tipo di educazione artistica, basò la sua produzione sulla copia di disegni e dipinti dei grandi della pittura fiorentina (tra cui Leonardo Da Vinci, Domenico Ghirlandaio e Andrea del Sarto). È curioso sapere che le sue opere, pur rappresentando scene religiose popolate soprattutto da uomini, presentano figure con sembianze e lineamenti prettamente femminili. Suor Plautilla infatti non conosceva l’anatomia maschile (entrò in convento all’età di 14 anni) e prese spunto dai corpi, le proporzioni e tratti fisionomici delle altre suore del convento.

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Compianto sul Cristo morto
Annunciazione
L’Annunciazione

Oggi il suo nome non rientra nei libri di storia dell’arte, confesso che nemmeno io conoscevo l’esistenza di questa suora pittrice. All’epoca però godette di grande stima fra i suoi contemporanei. Questo perché le opere di una suora non avevano soltanto un valore spirituale, ma anche una valenza quasi magica, mistica, e possederne una era considerato un simbolo di prestigio. Chissà se anche oggi nei nostri conventi magari tra quelli di clausura, si nascondono delle valide e appassionate artiste…

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Andando oltre con i secoli vorrei citare un’altra donna degna di nota. Questa volta ci troviamo in Francia con la pittrice impressionista Berthe Morisot. Cognata e musa di Eduard Manet non godette mai della stessa fama dei colleghi impressionisti. All’epoca si riteneva disdicevole per una donna intraprendere la carriera di pittrice. Questi pregiudizi le diedero molte difficoltà nella pratica della pittura en plein air tipica del suo gruppo, tanto da renderla indifferente ed estranea alle questioni sociali che agitavano la vita parigina in quei decenni. Berthe quindi spostò la sua attenzione sulla rappresentazione di scene domestiche ponendo un’attenzione privilegiata al mondo femminile, in particolare alle donne della media ed alta borghesia, le vere protagoniste della sua produzione artistica.

Berthe Morisot
Il suo era un talento naturale coltivato grazie alle sua famiglia di origine appartenente ad un ceto sociale agiato. Il giardino di famiglia era frequentato da personaggi quali Degas, Baudelaire, Tissot. Da qui nascerà l’amicizia con Manet che le dedicherà una serie di ritratti. Questo legame la portò ad essere considerata come “la donna dell’Impressionismo (…) accolta senza riserve e considerata un modello d’indipendenza e di talento oltre che di grazia”.

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Ritratto di Berthe Morisot – Manet, 1872

La peculiarità di Berthe Morisot fu di vivere la sua pittura e di dipingere la sua vita rappresentando immagini ispirate al proprio universo familiare, intimo, il cui taglio fotografico la avvicina notevolmente alle opere dell’amico Degas.

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Lezioni di cucito – Berthe Morisot, 1884

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Potrei proseguire con l’elenco di altre artiste donne. Tra le più note Artemisia Gentileschi, Frida Kahlo, Tamara De Lempika, Gina Pane e Marina Abramovic.

L’intento dell’articolo di oggi è quello di fornirvi uno spunto, la curiosità di approfondire e magari conoscere più da vicino le vite e le opere di queste icone. Aprire una piccola finestra su un mondo, quello dell’arte, in cui anche qui le donne hanno subito discriminazioni, limiti e sono state sottoposte a quella violenza subdola, di cui ci ha parlato la professoressa Maria Sofia Sabato, che è quella verbale. Quella delle parole. Chissà quante di loro si sono sentite dire…”Non sei in grado..” – “Sei solo una donna, cosa pensi di fare” – “Il ruolo di una donna per bene non è quello di dipingere”.

Ecco queste donne hanno saputo, nonostante tutto, perseguire la loro indole, la loro natura, quella di generare…Arte.

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Keith Haring: About Art

“Io penso che l’artista contemporaneo abbia una responsabilità verso l’umanità. Deve continuare la sua celebrazione; deve opporsi alla disumanizzazione della nostra cultura”

In questa citazione ritrovo pienamente l’artista scoperto ieri nella mostra che lo vede protagonista presso le sale del Palazzo Reale a Milano. Si tratta del giovane artista statunitense Keith Haring. Giovane perché anche lui come l’amico Basquiat, ebbe vita breve. Morì di AIDS a soli 32 anni.

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E’ la prima volta che vedo e conosco da vicino la sua arte e la sua storia. Risultato: Amore allo stato puro!

Può sembrare eccessivo ma a volte mi capita che un artista e le sue opere riescano a colpirmi a tal punto da crearmi uno stato di entusiasmo tale da farmi sentire incredibilmente Felice. Vieni accolto nel suo mondo. Nella sua visione della vita, dell’arte, dell’uomo e l’unico desiderio che hai è quello di ascoltare e riascoltare la sua storia infinite volte. Come un bambino che non smetterebbe mai di farsi raccontare la sua fiaba preferita. Questa è l’emozione che l’arte di Keith Haring e lui stesso mi hanno regalato.

Keith Haring per la massa è l’artista degli omini colorati. Quelli che si trovano stampati sui poster, riprodotti in tutte le salse dai complementi per la casa all’abbigliamento. Keith Haring è quel buffo ragazzo con gli occhiali, ricciolino, un po’ sfigato visto così ma che grazie alla sua sensibile attitudine al genere umano è diventato uno dei più importanti esponenti del Graffitismo Americano.

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Le opere di Haring sono popolate da sagome senza volto ne forma. Linee nette e allo stesso tempo sinuose vanno a comporre figure stilizzate che comunicano tra di loro in una danza di emozioni e di rimandi sociali, politici e alla storia dell’arte. Ci troviamo di fronte a dei fantocci volutamente privati da ogni identità ma che paradossalmente ne creano una del tutto nuova, inedita. Sono lo specchio del singolo individuo, dell’artista stesso, del suo fruitore, fino a creare il riflesso dell’umanità intera. Il suo è un linguaggio universale fatto di immagini semplici e comprensibili a tutti, questa scelta denota la sua profonda attenzione e delicatezza d’animo. Keith Haring è un artista estremamente sensibile.

“Il puro intelletto senza sentimenti è inutile e addirittura potenzialmente pericoloso”

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Ogni soggetto seppur anonimo sembra dotato di questi sentimenti tanto cari a Keith. Le sue figure stilizzate “abbracciano”, “amano”, “danzano”. Nei disegni realizzati nelle stazioni della metropolitana, negli spazi dedicati ai bambini come asili e ospedali e nelle opere pubbliche all’aperto, emerge un carattere gioioso e infantile, talvolta umoristico che vanno in contrasto con la realtà sociale di quegli anni (razzismo, disastro nucleare…)  e personale (AIDS).

Questa sua sensibilità emerge anche nel suo approccio con gli artisti da cui trae ispirazione: tra questi Jean Dubuffet, Jackson Pollock ed il contemporaneo Andy Warhol.

“Spero di non essere presuntuoso pensando che potrei esplorare possibilità che artisti come Stuart Davis, Jackson Pollock, Jean Dubuffet e Pierre Alechinsky hanno avviato ma non hanno portato a termine. Le loro idee sono idee vive. Non possono esaurirsi ma solo essere esplorate sempre più a fondo. Mi conforta il pensiero che stavano perseguendo la stessa ricerca. In un certo senso non sono solo. Lo percepisco quando vedo la loro opera. Le loro idee continuano a vivere e aumentano di potenza ogni volta che vengono esplorate e riscoperte. Non sono solo, come essi non lo erano, perché nessuno nella comunità degli artisti è mai stato né sarà mai solo. Quando sono consapevole di questa unità, e rifiuto di lasciare che si intromettano i dubbi e la mancanza di autostima, provo una delle sensazioni più meravigliose che abbia mai sperimentato. Sono una parte necessaria di un’importante ricerca che non ha fine.”

Mi colpisce molto questa sua affermazione. “Non sono solo…perché nessuno della comunità degli artisti è mai stato né sarà mai solo”. Si sente parte di una comunità. Desidera ardentemente farne parte. Vuole entrare nel tessuto sociale come membro di una famiglia che non è solo quella artistica ma è quella urbana, della gente. Vuole unirsi a questo gruppo di persone che è il genere umano comunicando attraverso le sue immagini. Ma cosa vuole dire esattamente? Che messaggi racchiudono le sue opere?

La risposta la ritroviamo nelle sue stesse parole:

“Dipingo immagini che sono il risultato delle mie esplorazioni personali. Lascio ad altri il compito di decifrarle, di capire i simbolismi e le implicazioni. Io sono solo il tramite. Traduco queste informazioni in una forma visibile attraverso l’uso di immagini e oggetti. A questo punto ho svolto il mio compito. È  responsabilità dello spettatore o dell’interprete che riceve le mie informazioni farsi le proprie idee e interpretazioni a riguardo”.

Keith Haring lascia quindi che il suo lavoro sia aperto a diverse interpretazioni. Lascia che il suo segno sia libero.

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L’albero della vita -1986

È un artista estremamente consapevole delle proprie capacità comunicative. Keith Haring si pone tra le pagine della storia dell’arte con lo stesso impatto con cui i colori accessi e la fluidità del suo tratto irrompono davanti ai nostri occhi e ci rapisco all’interno di un vortice di connessioni visive ed emozionali. Di fronte alle sue opere noi siamo curiosi di capire cosa andranno mai a comporre quelle linee. Quante figure appaiono? Che cosa stanno facendo? Ogni opera è una scoperta, una storia. Ogni figura racconta un episodio di vita, rimanda ad archetipi, a simboli.

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Il suo atteggiamento a me arriva con una purezza di intenti pari a quella di un bambino. Le sue figure ci riportano alla nostra infanzia, ad una visione pulita della realtà così com’è. Nuda e molto spesso anche cruda. Il suo tratto è controllato. La precisione con cui i suoi soggetti “parlano” tra di loro è impressionante. Non esiste uno studio preliminare. Esiste solo la sua spontaneità.

 “Io dipingo spontaneamente le sagome colorate e poi applico direttamente le linee nere, anche queste spontaneamente, in relazione alle forme del colore ( e spesso ispirato ad esse)”.

“Le cose che esprimo sono genuine perché vengono onestamente fuori da me stesso”.

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Ed è proprio così. Onesto in tutte le sue opere esibisce ogni lato della sua personalità. Anche quello più oscuro e irriverente. La sua arte mostra la complessità e allo stesso tempo la purezza del suo animo. All’ingresso della mostra ci troviamo di fronte ad una riproduzione di un suo autoritratto. Sembra la caricatura di un nerd emarginato e asociale. Poi si apre un mondo. Il mondo di Keith Haring.

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Keith Haring was here

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Claude Monet, tra impressionismo e fotografia

Il 21 e 22 febbraio presso la Multisala Wiz a Brescia verrà proiettato il film “Io, Claude Monet”. In occasione di questo evento vorrei darvi alcuni spunti per conoscere meglio l’artista, gli impressionisti e le correlazioni con l’avvento della fotografia.
Era il 15 aprile 1874 e nello studio del fotografo Felix Nadar un gruppo di giovani artisti esordì sulla scena parigina con la loro prima esposizione.
Questo gruppo era composto da personalità differenti fra loro per indole e per idee. Essi proponevano una nuova concezione del fare artistico in netta opposizione con le tradizionali istituzioni accademiche, fino ad allora considerate incontestabili.
Tra di loro Claude Monet, colui che aprirà ai suoi compagni la strada della pittura “en plein air”.  Monet insieme a Renoir, Sisley, Pissarro e Morisot costituiscono il gruppo degli impressionisti puri, i protagonisti della pittura di paesaggio “all’aria aperta”, intesa come principio compositivo su cui basavono le loro opere. Monet primo fra tutti, elaborò una tecnica tesa a rendere “l’istantaneità” dell’impressione. Ed è proprio dal termine Impressione, derivante dal titolo di un’opera dello stesso Monet “Impressione, Sol nascente” del 1872, che venne coniato il nome del movimento artistico del gruppo. Gli Impressionisti.

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Impressione, sol nascente – Claude Monet, 1892

L’opera venne esposta per la prima volta proprio in occasione della mostra del 1874.  In questo dipinto Monet coglie gli elementi naturali del paesaggio con sorprendente capacità di sintesi. Descrive perfettamente l’atmosfera registrando l’impressione nella sua verità istantanea, dimostrando quella necessità sempre più incalzante di individuare e rappresentare l’essenziale. Una vera e propria sfida nel cogliere l’attimo, rapirlo e impressionarlo sulla tela. Siamo di fronte ad uno scontro tra l’artista Monet, il tempo, la luce e i fenomeni atmosferici, impegnato in una foga pittorica senza pari. E’ necessario però fare una piccola precisazione..(e ne sfatiamo anche un po’ il mito…) i suoi quadri non venivano realizzati in una sola seduta. Spesso ritroviamo Monet lavorare a più dipinti contemporaneamente.

Le opere di Monet sembrano voler ritrarre la magia di un istante che un attimo dopo svanirà per sempre. Questa sensazione è data anche dal modo in cui egli impugnava il pennello. Utilizzato come se fosse una bacchetta magica (afferrandone la parte più sottile lontana dalle setole), egli sembrava incidere la tela con macchie di colore creando quella voluta imprecisione del segno che andava a ricomporsi in maniera perfetta allontanandosi dal quadro.  La sua tavolozza era gremita di colori “puri”, brillanti. Non esistevano velature, miscugli di tinte. I colori venivano organizzati in linee, macchie, puntini, lasciando allo sguardo dello spettatore il compito di creare i toni intermedi, sostenendo che i colori dovevano mescolarsi solo nell’occhio di chi osserva.

Gli impressionisti furono straordinari innovatori capaci di usare il colore in un modo rivoluzionario, valorizzando l’elemento luce con una potenza fino ad allora sconosciuta.
Ed è proprio nella luce che ritroviamo uno dei primi punti di unione tra la pittura e la fotografia. Il termine stesso“fotografia” deriva dal greco phos, “luce”, e grapho, “scrivere”, ossia “scrivere con la luce”.

Il rapporto quindi tra le due è imprescindibile. Due arti con un grandissimo debito l’una verso l’altra.
Se si osservano ad esempio alcune fotografie del tempo l’influsso della pittura impressionista è così evidente che si fatica a capire se siamo di fronte ad un quadro o ad una fotografia.

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Affascinata da questo percorso parallelo ho iniziato da poco a seguire la storia della fotografia e i suoi protagonisti. Mi sono spesso ritrovata ad ascoltare storie di fotografi che nascevano inizialmente come pittori accademici (tra questi per citarne uno fra tanti Gustave Le Gray). Osservare la loro evoluzione verso lo studio e l’uso della fotografia per poi terminare la loro carriera ancora una volta tra colori e pennelli. Lo trovo estremamente curioso e in qualche modo divertente. E’ come se questi artisti, uomini fedeli all’olio su tela…abbiano preso una sonora sbandata per la nascente e fascinosa fotografia. Tipo Ulisse con le Sirene.

La fotografia, nuovo miracolo della tecnica creato all’incirca negli stessi anni, non poteva che attrarre spiriti così attenti all’innovazione nel trattamento della luce. Assisteremo quindi ad una sorta di scissione stilistica. Da una parte alcuni pittori accademici si tuffano a bomba nel mare sconosciuto della fotografia, altri “semplicemente” influenzati, cambieranno radicalmente il modo di fare arte delineando l’inizio dell’arte moderna.

Non a caso la loro prima esposizione fu proprio all’interno dello studio di un fotografo. Come recitava una vignetta del tempo, Nadar «elevò la fotografia all’altezza dell’arte». Gli impressionisti cercavano una rappresentazione basata sulla percezione visiva della realtà. La fotografia quindi si proponeva come uno strumento estremamente utile per la realizzazione delle loro opere. Innanzitutto per l’analisi della composizione scenica. La capacità della fotografia di “fermare” le scene da ritrarre era un elemento di grande importanza per artisti che dipingevano quasi sempre all’aperto e che quindi erano condizionati dal cambiamento continuo delle condizioni di luce. Dall’altra parte alcuni fotografi dell’epoca sostenevano che una fotografia per essere considerata opera d’arte non doveva essere una mera copia della realtà ma una sua semplice trascrizione. Questo presupponeva l’intervento della mano del fotografo in fase di stampa e quindi di una rielaborazione dell’immagine a volte anche in chiave pittorica. Si scoprì quindi la possibilità di modificare l’immagine, di esaltarne alcuni particolari o di eliminarne altri. La fotografia divenne così una vera e propria forma d’arte tanto da essere presentata come tale nell’Esposizione di Belle Arti, a Parigi, nel 1859.

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Fotografia ritoccata con colori ad olio, particolare

Ecco quindi come le due arti diventano complici l’una dell’altra. Tracciando un percorso di riflessi e rimandi, luci e ombre, impressioni ed espressioni di un’epoca che si stava affacciando al nuovo secolo, il ‘900 e alle sue avanguardie.
Questo trait d’union prosegue ancora oggi. Basta pensare ad esempio alla pittura iperrealista, in cui, lo dice il termine stesso, l’artista tende ad esasperare (iper) la riproduzione fotografica rappresentando la realtà con una tale perfezione tecnica da confondere e in qualche modo anche ingannare il fruitore.
Ma questa è un’altra storia…

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Warhol $ Basquiat

Il 26 febbraio chiuderanno un paio di mostre dedicate a due artisti molto rilevanti per la storia dell’arte contemporanea: Andy Warhol, presso il Palazzo Ducale di Genova e Jean-Michel Basquiat al Mudac di Milano.

Vorrei visitare entrambe queste esposizioni e controllando appunto le date ho notato questa coincidenza. Da qui l’idea di parlare di questi eccentrici personaggi che con la loro storia hanno delineato i confini dell’arte contemporanea da quella moderna. Altro aspetto che mi ha spinto a scrivere questo articolo è il rapporto personale tra Andy e Jean-Michel. Legame che ha influenzato non solo la carriera ma soprattutto la vita di entrambi.

Ma andiamo con ordine. Chi era Andy Warhol? Chi era Basquiat?

Warhol è indubbiamente tra gli artisti contemporanei più conosciuti al mondo. Le riproduzioni delle sue serigrafie con il volto di Marylin hanno invaso le pareti di migliaia di case, uffici, show room, senza parlare degli innumerevoli gadgets e ninnoli vari che riportano come soggetto le sue opere più famose. Quindi possiamo dire che tutti sapete, almeno vagamente, di chi stiamo parlando.

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Mariylin – 1967

Il successo di Andy fu infatti la riproducibilità in serie delle sue opere. Il suo intento era infatti quello di produrre immagini in massa, allo stesso modo in cui le industrie capitalistiche producono in massa prodotti per i consumatori. Questa fu anche la base della sua ricerca artistica che portò alla nascita della Pop Art.

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Andy Warhol

Andy Warhol nasce in Pennsylvania il 6 agosto 1928 da genitori di origine polacca. La sua formazione artistica inizia frequentando la Carnegie Institute of Technology di Pittsburgh dove nel 1949 consegue la laurea in disegno e decorazione. Terminati gli studi si trasferirà a New York, la Grande Mela, dove avrà inizio la sua avventura.

Il successo bussa subito alla porta grazie alle collaborazioni con riviste del calibro di Vogue e Glamour, diventando in pochi anni il più ricercato illustratore di accessori femminili di New York.
Nel 1962 al quinto piano del 231 East 47th Street, a Midtown Manhattan, apre il suo primo studio, la famosa The Factory. Uno spazio dedicato all’arte in cui inizialmente Warhol lavorerà giorno e notte. Una volta raggiunto il successo e per garantire la creazione costane delle sue opere, decise di ingaggiare una serie di collaboratori occupati appunto nella produzione seriale delle sue serigrafie e litografie. E fin qui nulla di strano penserete voi…
L’aspetto curioso sta nella scelta di questi collaboratori. Warhol si circondò infatti di un entourage di attori di film per adulti, drag queen, personaggi mondani, drogati, musicisti e liberi pensatori divenuti famosi come le Superstar di Warhol. Veri e propri “operai dell’arte” coinvolti a 360° nell’intera produzione artistica di Warhol che comprendeva non soltanto dipinti ma anche film, sculture, fotografie. Andy e le sue Superstar crearono l’atmosfera per certi versi quasi idilliaca che gravitava intorno alla Factory. Idillio dovuto soprattutto alle feste all’avanguardia e all’uso di anfetamine. La Factory era Pop anche per le droghe utilizzate in quel periodo.
Nel 1968 la Factory e tutto il suo seguito venne trasferita al sesto piano del Decker Building, al 33 Union Square West.

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The Factory

Ma indovinate chi ritroviamo tra le Superstar di Andy? Ebbene sì, tra i tanti spicca lui, il giovane e bello Jean-Michel Basquiat.
Definito da molti come il Black Picasso, Basquiat si colloca nella storia dell’arte contemporanea tra i massimi esponenti del graffitismo americano che insieme all’amico Keith Haring portano questo movimento dalle strade metropolitane alle più famose gallerie d’arte di New York.

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Jean-Michel Basquiat

La vita di Basquiat seppur breve (muore infatti a soli 27 anni) ci ha regalato una consistente produzione di opere d’arte, si contano infatti più di mille disegni e altrettanti dipinti. Influenzato dall’Art Brut di Dubuffet le sue opere sono caratterizzate da immagini rozze, infantili quasi primordiali. L’elemento che però lo contraddistingue maggiormente è l’utilizzo delle parole che diventano parte integrante dei suoi dipinti. Basquiat scrive sulla tela come se fosse un foglio per gli appunti. Scrive e cancella, a volte anche per attirare l’attenzione dello spettatore. Se vi capiterà di vedere qualcuna delle sue opere dal vivo sfido chiunque a non essere incuriosito dallo scoprire le parole celate da quello scarabocchio di colore…
Basquiat diventa un vero e proprio fenomeno! Da graffitista di strada a protagonista indiscusso nell’olimpo delle star, tanto che Il New York Times Magazine nel febbraio 1985 gli dedica la copertina.

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Ma cosa lega Basquiat a Warhol? Entrambi sono fautori di un linguaggio che rompe gli equilibri e invade le pieghe della società patinata, le loro opere si fanno spazio all’interno di un’epoca inafferrabile, intrisa di falsità e speculazione. Da una parte Warhol con il suo charme provocatorio influenza il mondo dell’arte segnando per sempre la linea di confine tra moderno e contemporaneo. Dall’altra Basquiat, irrompe con il suo spirito impulsivo quasi irriverente, scontrandosi con le icone della moda e del consumismo del tempo.
Entrambi rivoluzionano il mercato dell’arte, con prezzi che schizzano alle stelle in pochissimo tempo.
Durante il periodo della “Factory 2.0” chiamata dai suoi adepti Silver Factory, i due iniziano una proficua collaborazione che li porterà ad allestire una loro mostra personale il cui manifesto li ritrae come protagonisti di un incontro di boxe. Le opere vengono realizzate a 4 mani attraverso un metodo compositivo in uso presso i surrealisti: il cadavres exquis. Questo processo di creazione artistica prevede che ciascun artista dipinga senza sapere cosa dipingono gli altri. Il risultato è ovviamente sorprendente. Entrambi infatti riescono ad esprimere il loro personale tratto distintivo, l’universo immaginario a cui appartengono e nello stesso tempo le peculiarità di ciascuno si amalgamano perfettamente con quelle dell’altro. Siamo di fronte ad una vera e propria unione e oserei dire fecondazione artistica! E’ un termine un po’ forte ma secondo me rende perfettamente l’idea della forza compositiva di queste opere. E’ la nascita di un lavoro inedito, unico e travolgente.

Andy utilizzerà la consueta tecnica serigrafica per trasportare sulla tela annunci pubblicitari, immagini e lettere tipografiche, marchi di fabbrica di grandi dimensioni, mantenendo quello stile un pò impersonale che distingueva i suoi lavori. Dall’altra parte abbiamo Jean-Michel che contrappone la sua pittura popolata da figure antropomorfe, il suo violento cromatismo e le pennellate dal tratto aggressivo che cancellano parzialmente le immagini di Warhol.

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6,99$ – 1985
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Felix the new cat – 1985

La loro unione però ebbe vita breve…nel senso letterale del termine. Andy Warhol morì a seguito di un intervento chirurgico alla cistifellea. Da tempo infatti era tormentato da forti dolori addominali, decide di farsi ricoverare senza nemmeno avvertire il suo staff convinto di assentarsi giusto un paio di giorni per poi tornare in attività. Morì il giorno dopo l’intervento, il 22 febbraio 1987. Come da sua volontà sulla sua lapide compare la sola scritta “FIGMENT”. A vent’anni dalla sua morte, il The Andy Warhol Museum ha lanciato, in collaborazione con EarthCam, un’iniziativa intitolata The Figment Project, una serie di riprese live, garantite da una webcam installata proprio di fronte la lapide, che trasmettono, 24 su 24 e 7 giorni su 7, disponibile all around the world, il cui senso risiede nella parola Figment = Immaginazione, concetto chiave della citazione incisa sulla medesima pietra:

“Never understood why when you died, you didn’t just vanish, and everything could just keep going on the way it was only you just wouldn’t be there. I always thought I’d like my own tombstone to be blank. No epitaph and no name.    Well, actually, I’d like it to say “figment.”
Andy Warhol

E dopo la morte di Andy che ne è stato di Jean-Michel…? Niente di buono purtroppo. Basquiat personaggio oscuro e incapace di bilanciare il successo artistico con i propri demoni interiori, dopo la morte di Warhol, diventa sempre più depresso e paranoico. Muore a soli 27 anni il 12 agosto 1988. Venne trovato nel suo loft newyorkese stroncato da un mix di cocaina ed eroina (in slang, speedball). In uno degli ultimi appunti prima della morte lascia una riflessione proprio sul successo:

“Da quando avevo 17 anni, ho sempre pensato che sarei diventato una star. Dovrei pensare ai miei eroi, Charlie Parker, Jimi Hendrix… avevo un’idea romantica di come le persone diventassero famose”.

Jean-Michel Basquiat : The Radiant Child

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Brown Spot (Portrait of Andy Wsrhol as a Banana), 1984 _  Jean-Michel Basquiat