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Claude Monet, tra impressionismo e fotografia

Il 21 e 22 febbraio presso la Multisala Wiz a Brescia verrà proiettato il film “Io, Claude Monet”. In occasione di questo evento vorrei darvi alcuni spunti per conoscere meglio l’artista, gli impressionisti e le correlazioni con l’avvento della fotografia.
Era il 15 aprile 1874 e nello studio del fotografo Felix Nadar un gruppo di giovani artisti esordì sulla scena parigina con la loro prima esposizione.
Questo gruppo era composto da personalità differenti fra loro per indole e per idee. Essi proponevano una nuova concezione del fare artistico in netta opposizione con le tradizionali istituzioni accademiche, fino ad allora considerate incontestabili.
Tra di loro Claude Monet, colui che aprirà ai suoi compagni la strada della pittura “en plein air”.  Monet insieme a Renoir, Sisley, Pissarro e Morisot costituiscono il gruppo degli impressionisti puri, i protagonisti della pittura di paesaggio “all’aria aperta”, intesa come principio compositivo su cui basavono le loro opere. Monet primo fra tutti, elaborò una tecnica tesa a rendere “l’istantaneità” dell’impressione. Ed è proprio dal termine Impressione, derivante dal titolo di un’opera dello stesso Monet “Impressione, Sol nascente” del 1872, che venne coniato il nome del movimento artistico del gruppo. Gli Impressionisti.

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Impressione, sol nascente – Claude Monet, 1892

L’opera venne esposta per la prima volta proprio in occasione della mostra del 1874.  In questo dipinto Monet coglie gli elementi naturali del paesaggio con sorprendente capacità di sintesi. Descrive perfettamente l’atmosfera registrando l’impressione nella sua verità istantanea, dimostrando quella necessità sempre più incalzante di individuare e rappresentare l’essenziale. Una vera e propria sfida nel cogliere l’attimo, rapirlo e impressionarlo sulla tela. Siamo di fronte ad uno scontro tra l’artista Monet, il tempo, la luce e i fenomeni atmosferici, impegnato in una foga pittorica senza pari. E’ necessario però fare una piccola precisazione..(e ne sfatiamo anche un po’ il mito…) i suoi quadri non venivano realizzati in una sola seduta. Spesso ritroviamo Monet lavorare a più dipinti contemporaneamente.

Le opere di Monet sembrano voler ritrarre la magia di un istante che un attimo dopo svanirà per sempre. Questa sensazione è data anche dal modo in cui egli impugnava il pennello. Utilizzato come se fosse una bacchetta magica (afferrandone la parte più sottile lontana dalle setole), egli sembrava incidere la tela con macchie di colore creando quella voluta imprecisione del segno che andava a ricomporsi in maniera perfetta allontanandosi dal quadro.  La sua tavolozza era gremita di colori “puri”, brillanti. Non esistevano velature, miscugli di tinte. I colori venivano organizzati in linee, macchie, puntini, lasciando allo sguardo dello spettatore il compito di creare i toni intermedi, sostenendo che i colori dovevano mescolarsi solo nell’occhio di chi osserva.

Gli impressionisti furono straordinari innovatori capaci di usare il colore in un modo rivoluzionario, valorizzando l’elemento luce con una potenza fino ad allora sconosciuta.
Ed è proprio nella luce che ritroviamo uno dei primi punti di unione tra la pittura e la fotografia. Il termine stesso“fotografia” deriva dal greco phos, “luce”, e grapho, “scrivere”, ossia “scrivere con la luce”.

Il rapporto quindi tra le due è imprescindibile. Due arti con un grandissimo debito l’una verso l’altra.
Se si osservano ad esempio alcune fotografie del tempo l’influsso della pittura impressionista è così evidente che si fatica a capire se siamo di fronte ad un quadro o ad una fotografia.

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Affascinata da questo percorso parallelo ho iniziato da poco a seguire la storia della fotografia e i suoi protagonisti. Mi sono spesso ritrovata ad ascoltare storie di fotografi che nascevano inizialmente come pittori accademici (tra questi per citarne uno fra tanti Gustave Le Gray). Osservare la loro evoluzione verso lo studio e l’uso della fotografia per poi terminare la loro carriera ancora una volta tra colori e pennelli. Lo trovo estremamente curioso e in qualche modo divertente. E’ come se questi artisti, uomini fedeli all’olio su tela…abbiano preso una sonora sbandata per la nascente e fascinosa fotografia. Tipo Ulisse con le Sirene.

La fotografia, nuovo miracolo della tecnica creato all’incirca negli stessi anni, non poteva che attrarre spiriti così attenti all’innovazione nel trattamento della luce. Assisteremo quindi ad una sorta di scissione stilistica. Da una parte alcuni pittori accademici si tuffano a bomba nel mare sconosciuto della fotografia, altri “semplicemente” influenzati, cambieranno radicalmente il modo di fare arte delineando l’inizio dell’arte moderna.

Non a caso la loro prima esposizione fu proprio all’interno dello studio di un fotografo. Come recitava una vignetta del tempo, Nadar «elevò la fotografia all’altezza dell’arte». Gli impressionisti cercavano una rappresentazione basata sulla percezione visiva della realtà. La fotografia quindi si proponeva come uno strumento estremamente utile per la realizzazione delle loro opere. Innanzitutto per l’analisi della composizione scenica. La capacità della fotografia di “fermare” le scene da ritrarre era un elemento di grande importanza per artisti che dipingevano quasi sempre all’aperto e che quindi erano condizionati dal cambiamento continuo delle condizioni di luce. Dall’altra parte alcuni fotografi dell’epoca sostenevano che una fotografia per essere considerata opera d’arte non doveva essere una mera copia della realtà ma una sua semplice trascrizione. Questo presupponeva l’intervento della mano del fotografo in fase di stampa e quindi di una rielaborazione dell’immagine a volte anche in chiave pittorica. Si scoprì quindi la possibilità di modificare l’immagine, di esaltarne alcuni particolari o di eliminarne altri. La fotografia divenne così una vera e propria forma d’arte tanto da essere presentata come tale nell’Esposizione di Belle Arti, a Parigi, nel 1859.

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Fotografia ritoccata con colori ad olio, particolare

Ecco quindi come le due arti diventano complici l’una dell’altra. Tracciando un percorso di riflessi e rimandi, luci e ombre, impressioni ed espressioni di un’epoca che si stava affacciando al nuovo secolo, il ‘900 e alle sue avanguardie.
Questo trait d’union prosegue ancora oggi. Basta pensare ad esempio alla pittura iperrealista, in cui, lo dice il termine stesso, l’artista tende ad esasperare (iper) la riproduzione fotografica rappresentando la realtà con una tale perfezione tecnica da confondere e in qualche modo anche ingannare il fruitore.
Ma questa è un’altra storia…

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Warhol $ Basquiat

Il 26 febbraio chiuderanno un paio di mostre dedicate a due artisti molto rilevanti per la storia dell’arte contemporanea: Andy Warhol, presso il Palazzo Ducale di Genova e Jean-Michel Basquiat al Mudac di Milano.

Vorrei visitare entrambe queste esposizioni e controllando appunto le date ho notato questa coincidenza. Da qui l’idea di parlare di questi eccentrici personaggi che con la loro storia hanno delineato i confini dell’arte contemporanea da quella moderna. Altro aspetto che mi ha spinto a scrivere questo articolo è il rapporto personale tra Andy e Jean-Michel. Legame che ha influenzato non solo la carriera ma soprattutto la vita di entrambi.

Ma andiamo con ordine. Chi era Andy Warhol? Chi era Basquiat?

Warhol è indubbiamente tra gli artisti contemporanei più conosciuti al mondo. Le riproduzioni delle sue serigrafie con il volto di Marylin hanno invaso le pareti di migliaia di case, uffici, show room, senza parlare degli innumerevoli gadgets e ninnoli vari che riportano come soggetto le sue opere più famose. Quindi possiamo dire che tutti sapete, almeno vagamente, di chi stiamo parlando.

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Mariylin – 1967

Il successo di Andy fu infatti la riproducibilità in serie delle sue opere. Il suo intento era infatti quello di produrre immagini in massa, allo stesso modo in cui le industrie capitalistiche producono in massa prodotti per i consumatori. Questa fu anche la base della sua ricerca artistica che portò alla nascita della Pop Art.

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Andy Warhol

Andy Warhol nasce in Pennsylvania il 6 agosto 1928 da genitori di origine polacca. La sua formazione artistica inizia frequentando la Carnegie Institute of Technology di Pittsburgh dove nel 1949 consegue la laurea in disegno e decorazione. Terminati gli studi si trasferirà a New York, la Grande Mela, dove avrà inizio la sua avventura.

Il successo bussa subito alla porta grazie alle collaborazioni con riviste del calibro di Vogue e Glamour, diventando in pochi anni il più ricercato illustratore di accessori femminili di New York.
Nel 1962 al quinto piano del 231 East 47th Street, a Midtown Manhattan, apre il suo primo studio, la famosa The Factory. Uno spazio dedicato all’arte in cui inizialmente Warhol lavorerà giorno e notte. Una volta raggiunto il successo e per garantire la creazione costane delle sue opere, decise di ingaggiare una serie di collaboratori occupati appunto nella produzione seriale delle sue serigrafie e litografie. E fin qui nulla di strano penserete voi…
L’aspetto curioso sta nella scelta di questi collaboratori. Warhol si circondò infatti di un entourage di attori di film per adulti, drag queen, personaggi mondani, drogati, musicisti e liberi pensatori divenuti famosi come le Superstar di Warhol. Veri e propri “operai dell’arte” coinvolti a 360° nell’intera produzione artistica di Warhol che comprendeva non soltanto dipinti ma anche film, sculture, fotografie. Andy e le sue Superstar crearono l’atmosfera per certi versi quasi idilliaca che gravitava intorno alla Factory. Idillio dovuto soprattutto alle feste all’avanguardia e all’uso di anfetamine. La Factory era Pop anche per le droghe utilizzate in quel periodo.
Nel 1968 la Factory e tutto il suo seguito venne trasferita al sesto piano del Decker Building, al 33 Union Square West.

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The Factory

Ma indovinate chi ritroviamo tra le Superstar di Andy? Ebbene sì, tra i tanti spicca lui, il giovane e bello Jean-Michel Basquiat.
Definito da molti come il Black Picasso, Basquiat si colloca nella storia dell’arte contemporanea tra i massimi esponenti del graffitismo americano che insieme all’amico Keith Haring portano questo movimento dalle strade metropolitane alle più famose gallerie d’arte di New York.

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Jean-Michel Basquiat

La vita di Basquiat seppur breve (muore infatti a soli 27 anni) ci ha regalato una consistente produzione di opere d’arte, si contano infatti più di mille disegni e altrettanti dipinti. Influenzato dall’Art Brut di Dubuffet le sue opere sono caratterizzate da immagini rozze, infantili quasi primordiali. L’elemento che però lo contraddistingue maggiormente è l’utilizzo delle parole che diventano parte integrante dei suoi dipinti. Basquiat scrive sulla tela come se fosse un foglio per gli appunti. Scrive e cancella, a volte anche per attirare l’attenzione dello spettatore. Se vi capiterà di vedere qualcuna delle sue opere dal vivo sfido chiunque a non essere incuriosito dallo scoprire le parole celate da quello scarabocchio di colore…
Basquiat diventa un vero e proprio fenomeno! Da graffitista di strada a protagonista indiscusso nell’olimpo delle star, tanto che Il New York Times Magazine nel febbraio 1985 gli dedica la copertina.

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Ma cosa lega Basquiat a Warhol? Entrambi sono fautori di un linguaggio che rompe gli equilibri e invade le pieghe della società patinata, le loro opere si fanno spazio all’interno di un’epoca inafferrabile, intrisa di falsità e speculazione. Da una parte Warhol con il suo charme provocatorio influenza il mondo dell’arte segnando per sempre la linea di confine tra moderno e contemporaneo. Dall’altra Basquiat, irrompe con il suo spirito impulsivo quasi irriverente, scontrandosi con le icone della moda e del consumismo del tempo.
Entrambi rivoluzionano il mercato dell’arte, con prezzi che schizzano alle stelle in pochissimo tempo.
Durante il periodo della “Factory 2.0” chiamata dai suoi adepti Silver Factory, i due iniziano una proficua collaborazione che li porterà ad allestire una loro mostra personale il cui manifesto li ritrae come protagonisti di un incontro di boxe. Le opere vengono realizzate a 4 mani attraverso un metodo compositivo in uso presso i surrealisti: il cadavres exquis. Questo processo di creazione artistica prevede che ciascun artista dipinga senza sapere cosa dipingono gli altri. Il risultato è ovviamente sorprendente. Entrambi infatti riescono ad esprimere il loro personale tratto distintivo, l’universo immaginario a cui appartengono e nello stesso tempo le peculiarità di ciascuno si amalgamano perfettamente con quelle dell’altro. Siamo di fronte ad una vera e propria unione e oserei dire fecondazione artistica! E’ un termine un po’ forte ma secondo me rende perfettamente l’idea della forza compositiva di queste opere. E’ la nascita di un lavoro inedito, unico e travolgente.

Andy utilizzerà la consueta tecnica serigrafica per trasportare sulla tela annunci pubblicitari, immagini e lettere tipografiche, marchi di fabbrica di grandi dimensioni, mantenendo quello stile un pò impersonale che distingueva i suoi lavori. Dall’altra parte abbiamo Jean-Michel che contrappone la sua pittura popolata da figure antropomorfe, il suo violento cromatismo e le pennellate dal tratto aggressivo che cancellano parzialmente le immagini di Warhol.

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6,99$ – 1985
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Felix the new cat – 1985

La loro unione però ebbe vita breve…nel senso letterale del termine. Andy Warhol morì a seguito di un intervento chirurgico alla cistifellea. Da tempo infatti era tormentato da forti dolori addominali, decide di farsi ricoverare senza nemmeno avvertire il suo staff convinto di assentarsi giusto un paio di giorni per poi tornare in attività. Morì il giorno dopo l’intervento, il 22 febbraio 1987. Come da sua volontà sulla sua lapide compare la sola scritta “FIGMENT”. A vent’anni dalla sua morte, il The Andy Warhol Museum ha lanciato, in collaborazione con EarthCam, un’iniziativa intitolata The Figment Project, una serie di riprese live, garantite da una webcam installata proprio di fronte la lapide, che trasmettono, 24 su 24 e 7 giorni su 7, disponibile all around the world, il cui senso risiede nella parola Figment = Immaginazione, concetto chiave della citazione incisa sulla medesima pietra:

“Never understood why when you died, you didn’t just vanish, and everything could just keep going on the way it was only you just wouldn’t be there. I always thought I’d like my own tombstone to be blank. No epitaph and no name.    Well, actually, I’d like it to say “figment.”
Andy Warhol

E dopo la morte di Andy che ne è stato di Jean-Michel…? Niente di buono purtroppo. Basquiat personaggio oscuro e incapace di bilanciare il successo artistico con i propri demoni interiori, dopo la morte di Warhol, diventa sempre più depresso e paranoico. Muore a soli 27 anni il 12 agosto 1988. Venne trovato nel suo loft newyorkese stroncato da un mix di cocaina ed eroina (in slang, speedball). In uno degli ultimi appunti prima della morte lascia una riflessione proprio sul successo:

“Da quando avevo 17 anni, ho sempre pensato che sarei diventato una star. Dovrei pensare ai miei eroi, Charlie Parker, Jimi Hendrix… avevo un’idea romantica di come le persone diventassero famose”.

Jean-Michel Basquiat : The Radiant Child

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Brown Spot (Portrait of Andy Wsrhol as a Banana), 1984 _  Jean-Michel Basquiat

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La follia alla radice della creatività… Gli Artisti Outsider

Nel Salotto di TraMe oggi si parla di outsider. Uomini e donne che,  imprigionati da una vita che li rende schiavi di se stessi e delle loro stesse azioni, hanno trovato nell’arte la loro via di fuga. Sono gli emarginati. Detenuti…in carcere o in cliniche psichiatriche.

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Jean Dubuffet

Nel 1945 il pittore francese Jean Dubuffet coniò il termine Art Brut, inserendo in questa nuova concezione, artisti non “professionisti” che creano al di fuori degli schemi tradizionali dell’arte. Con questa teoria Dubuffet intende quindi tracciare una nuova strada per l’arte, composta da forze artistiche originali nate da persone “completamente digiune di cultura artistica” (così vengono definiti), ma che di fatto trovano nel fare arte il cibo di cui si nutrono avidamente.

E’ l’arte dell’impulso in cui la purezza del gesto non viene intaccato da fini ultimi che la società consumistica impone. La forma espressiva è libera dagli schemi istituzionalizzati e l’artista emerge nella sua spontaneità psichica, o per meglio dire psicotica.

Si tratta di una produzione indipendente. Spontanea. Non esiste tecnica nè modello estetico.

Le regole non esistono. Esiste solo la pura necessità di esprimersi.

Gli artisti outsider sono completamente soggiogati dalla tirannia della loro mente. Rischiano di isolarsi per sempre in balia delle loro pulsioni, ma nel momento in cui riescono a scovare il loro canale espressivo lo trasformano in via di comunicazione primaria, regalando a noi fruitori, affascinanti capolavori di assoluta inconsapevolezza creativa. Travolti da una vocazione inedita, gli outsider creano negli atelier degli ospedali psichiatrici: una paradossale stanza delle meraviglie in cui le inquietudini più profonde emergono spontaneamente.

Gli outsider non hanno pubblico. Creano per se stessi sfiorando i confini tra il conscio e il subconscio. Sfidano il sistema dell’arte ponendo l’istinto al comando delle loro opere.

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Oreste Fernando Nannetti – Nof

Tra gli esponenti dell’Art Brut vi segnalo Oreste Fernando Nannetti noto con lo pseudonimo N.O.F.4 Egli fu pittore graffitista durante la sua reclusione dell’ospedale psichiatrico di Volterra a ridosso degli anni ’60. In quel periodo  incise nelle sue ore d’aria, una serie di graffiti sugli intonaci del complesso, utilizzando le fibbie delle cinture che facevano parte della divisa degli internati.

I graffiti hanno per tema racconti visionari spesso incoerenti e difficilmente interpretabili.

Tra le frasi che sono state riconosciute leggiamo:

«io sono un astronautico ingegnere minerario nel sistema mentale»

«grafico metrico mobile della mortalità ospedaliera 10% per radiazioni magnetiche teletrasmesse 40% per malattie varie trasmesse o provocate 50% per odi e rancori personali provocati o trasmessi»

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Graffiti di Nof presso l’ospedale psichiatrico di Volterra

Vi allego un breve video molto interessante per conoscere più da vicino la vita di questo outsider: Nannetti Oreste Fernando: N.O.F.4

Altro esponente è il siciliano Filippo Bentivegna che nel suo podere creo il “Castello Incantato”. Una sorta di museo all’aperto animato da migliaia di sculture in pietra.

Eccolo qui accoccolato tra le sue opere.

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Filippo Bentivegna nel suo “Castello Incantato” – Sciacca

Oggi gli outsider sono ancora attivi in diverse strutture. Rinchiusi nel loro stato mentale continuano a creare opere che urlano il loro disturbo sotto il silenzioso atto della creazione impulsiva.

Affascinata da questa forma d’arte ho approfondito l’argomento leggendo e ascoltando alcune interviste di alcuni pazienti ricoverati presso l’ospedale psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere.  Vorrei riportarvi qui alcuni estratti:

 “Ho preso l’abitudine di dipingere pensando a delle parole e poi riportando le lettere sulla tela bianca..sulla tela bianca che un po’, dal mio punto di vista, rappresenta l’inconscio. Appena uno si…appena mi guardo..appena guardo la tela bianca ho anche un attimo di soggezione”

“….Niente di tutto ciò che mi passa per la testa è giudicabile e ciò che viene proiettato all’esterno diventa un oggetto e un dato di fatto. Non so se ho mai capito veramente l’essenza dell’arte. E’ proprio il dubbio..quel capire e non capire..quella certezza incertezza..che mi genera..quell’aspetto dell’arte che mi ha sempre affascinato.”

“Per me il disegno è un gioco. Ma come tutti i bambini lo prendo molto, molto sul serio, nel senso che è un modo di organizzare e disorganizzare lo spazio che ho davanti…”

“L’arte per me…l’arte per me è la mia vita. Ma non solo dipingere, l’arte e tutte le forme di arte a me piacciono, perché è espressività, armonia con l’universo.”

Si dice che la follia possa raggiungere le radici della creatività…

Gli outsider paradossalmente sono dei privilegiati. La loro mente scombinata li proietta in un mondo parallelo in cui dialogare con l’arte è l’unico modo per essere realmente liberi.

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Nick Gentry – Ologrammi in cerca di identità

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Life on Earth – 2015 – Pittura ad olio e computer disks su legno – 75cm x 72cm

Quando pensiamo che in arte ormai non ci sia più spazio a nuove sperimentazioni, a nuove idee ecco che inaspettatamente  veniamo subito smentiti. Questo il primo pensiero avuto vedendo le opere del giovane artista londinese Nick Gentry.

Nick si avvale di materiali obsoleti come vecchi floppy disk, negativi  fotografici per realizzare ritratti. Unendo questi elementi e dipingendo su di essi con colori ad olio, l’artista crea volti dotati di una identità quasi impalpabile. Ologrammi in cerca di identità. Espressioni spente che racchiudono sguardi persi in un oblio indefinito. Personaggi dell’etere o dell’eterno.. che si rivolgono al fruitore con aria quasi smarrita, con un interrogativo stampato negli occhi, come se volessero chiedere a noi che li stiamo osservando: Chi siete! Da dove venite? (tanto per citare una battuta tratta dal film “Non ci resta che piangere” con Troisi). Alcuni sembrano quasi degli spettri, altri, volti del passato che rivivono nelle vecchie pellicole che li hanno immortalati.

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Digital Montage Number 3 -2013 – Pittura ad olio e floppy disk su legno -300 cm x 200 cm

Nelle opere di Nick Gentry avviene una fusione tra la tecnologia e l’uomo che la utilizza.  Il tempo che scandisce l’evoluzione tecnologica è lo stesso che imprigiona l’uomo nella sua caducità; alcune delle creature di Nick Gentry sembrano implorare una via di fuga da questa loro prigionia.

Mask.jpgMask – 2015 – Negativi fotografici e acrilico su lightbox LED – 42cm x 29cm

 

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Gil Bruvel – Il vento che non c’è

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Dichotomy– Acciaio inossidabile

Considero gli scultori una categoria di artisti da elogiare. Molto più che i pittori. (Non me ne vogliate, amici e colleghi..) Gli scultori hanno la capacità di utilizzare le mani come strumenti per creare qualcosa che non esiste… una magia!

Sono sempre stata affascinata dal mondo della scultura. Ammaliata dalla materia e dalle sue molteplici nature.  Si può realizzare una scultura praticamente con qualsiasi cosa! Assemblare oggetti, forme, modellare terre, lavorare leghe di metallo. Il mondo della scultura è infinito. Un universo creativo senza tempo e senza confine. Ultimamente mi ritrovo rapita dalle opere di alcuni artisti contemporanei che realizzano sculture davvero singolari. Opere che ti colpiscono, come un colpo di fulmine. Scatta quella scintilla che non ti sai spiegare, ma c’è. La senti, la vedi e ti seduce.

Questo è quello che ho provato quando ho visto (purtroppo non ancora dal vivo..) le opere di Gil Bruvel, artista australiano di origini francesi che vive e lavora in Texas.

Gil realizza sculture con nastri d’acciaio che si sovrappongono e si uniscono formando busti e volti in balia di un vento immaginario. La serie in questione di chiama Flow e prevede una serie di opere in cui la forma sembra essere scolpita dal vento. Le creature di Gil sembrano proiezioni surreali di uomini e donne in balia del proprio inconscio. Cullati dalle proprie emozioni o inquietudini, sono avvolti in una sorta di catalessi. Volti senza identità, sguardi persi in una fluida atmosfera di pensieri, rapiti da una realtà parallela.

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The Wind – Acciaio inossidabile

www.bruvel.com

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Paolo Schmidlin – Fame I wanna live forever

L’artista che mi ha dato l’idea di creare Il Salotto di TraMe si chiama Paolo Schmidlin. E’ di Milano e fa lo scultore.

Paolo Schmidlin crea sculture in cera, terracotta o bronzo che rappresentano personaggi del mondo contemporaneo enfatizzando la caducità del loro corpo alterato dalla chirurgia estetica, dalla malattia, o semplicemente dalla vecchiaia. La fama e la bellezza non sono più la ricchezza che rende uniche queste icone, ma divengono la loro decadenza. Questa l’interpretazione critica che si legge nelle interviste all’artista o negli articoli a lui dedicati (che invito a leggere perché molto interessanti).

Ma non è tutto.

1234958_456845021101701_1064474028_nPaolo con la sua arte infrange quell’aura che tali icone acquisiscono di diritto (o  anche solo per dovere). Le ridicolizza, sfiora il blasfemo, lo centra in pieno… ci mostra queste donne e questi uomini  in movenze e situazioni che superano la sfera del privato, passando oltre l’assurdo o mostrano una normalità che a questi individui non è consentita.. Ed ecco la regina Elisabetta che si fa palpeggiare il seno (chissà da chi…spazio all’immaginazione..) o il caro Ratzy in lingerie e sguardo ammiccante…

Non mi dilungo sulla perfezione nella tecnica che Paolo ha raggiunto con il suo lavoro. Questo lo rende di base un artista degno di nota. Lascio a voi la curiosità di conoscere le sue opere d’arte. Mi congedo con un umile consiglio. L’arte di Paolo Schmidlin e 1236870_456846001101603_1606154025_ndi tanti altri, non è mera provocazione. L’arte contemporanea non è soltanto questo. Dietro il lavoro certosino di artisti come Schmidlin ci sta una formazione ed un lavoro attento, preciso e costante, per le tecniche e le tematiche che l’attualità ci regala. L’arte contemporanea è un invito a riflettere, su ciò che ci circonda e soprattutto sul mestiere dell’artista/artigiano che con le proprie mani riesce a creare dal nulla opere che fanno parlare di sé. Nel bene o nel male.

Gli artisti hanno la capacità di vedere oltre. L’immaginazione e la creatività sono come l’aria ed il pane.