Pubblicato in: L'Arte parla di sè

Frida: Passionale resilienza

La scorsa settimana ho visitato la mostra dedicata a Frida Kahlo. Confesso di non amare la sua pittura e a seguito della mostra confermo che i suoi dipinti non mi entusiasmano. Perchè? Dicono che le persone del segno della Bilancia come me siano amanti dell’estetica, del bello. Partendo da questo presupposto posso certamente affermare che il mio non amore per l’arte di Frida è esattamente legato ad un senso prettamente estetico. Lei protagonista dei suoi dipinti, con il suo monociglio, la sua peluria, la sua maniera di dipingere un po’ primitiva non rientrano esattamente nei miei “canoni di bellezza”.

Nonostante questa premessa apparentemente negativa posso affermare senza pudore di essermi innamorata di Lei, Frida.

.153810504-36f8869d-6ca8-4087-97c9-13877b5d2787

 

Conoscevo la sua storia a tratti, a dire il vero l’ho sempre un po’ snobbata proprio perchè non sono attratta dalla sua pittura. Al termine del percorso però ho imparato a leggere la sua arte attraverso il suo vissuto e cambiando prospettiva si sa, cambiano anche le sensazioni e le emozioni.

Frida è l’emblema della forza, della tenacia, della perseveranza. Una combattente, una rivoluzionaria e non solo sotto l’aspetto politico. Il suo destino fu segnato fin da bambina, quando all’età di sei anni le diagnosticarono la poliomelite. Questa la fonte ufficiale. Alcuni biografi sostengono invece che fosse affetta da spina bifida, una malattia genetica che la famiglia per questioni di buona reputazione preferì nascondere. Nel corso della sua vita subì 32 operazioni e considerando che morì a soli 47 anni possiamo dire che il dolore fisico fu una costante esistenziale.

La storia della spina bifida o poliomelite non è niente rispetto a quello che le accadde nel 1925, quando rimase vittima di un disastroso incidente stradale. L’autobus su cui viaggiava si scontrò rovinosamente con un tram. Frida fu trafitta da un palo di ferro dalla schiena al bacino. Perse così la sua verginità, perforata da un palo.

Era il 1925 e ovviamente la medicina non aveva i mezzi e le risorse di oggi. Mi chiedo quindi come sia stato possibile sopravvivere a una tale tragedia. Scoprendo passo dopo passo la sua vita (infelice gioco di parole), penso che Frida incarni perfettamente la credenza che esiste un destino già scritto per ciascuno di noi. Un disegno prestabilito, da qualcosa o qualcuno di immenso. Un disegno che letteramente divenne linfa vitale per Frida. Costretta a letto per un tempo infinito trovò nel disegno e nella pittura la sua ancora di salvezza. Quello spiraglio di vita a cui potersi aggrappare con tutte le sue forze.

Lei divenne il soggetto principale della sua arte. Prima di tutto per una questione prettamente tecnica…inchiodata a letto non vedeva altro che se stessa riflessa nello specchio fatto installare dalla madre sul suo letto a baldacchino. Questa condizione la portò inevitabilemnte a riflettere non solo la sua immagine ma anche il suo dolore, fisico e psicologico.

 

A seguito dell’incidente Frida imparò di nuovo a camminare, a reggersi sulle proprie gambe e a quel busto che dovette indossare per tutta la vita. Un busto rigido, pesante che divenne come una seconda pelle, come una delle tante cicatrici che il suo corpo fu costretto a sopportare e nascondere. Da questa condizione, unita anche al suo impegno sociale, vicino al popolo, nasce la volontà di indossare gli abiti tradizionali messicani, le ampie gonne, fondamentali per coprire le gambe malate e le coloratissime camicie. Un corpo turbato dal male fisico avvolto in tessuti dai colori sgargianti, allegri. Un contrasto quasi grottesco che trasformarono Frida in una vera icona.

Frida è conosciuta non soltanto attraverso i suoi dipinti ma anche attraverso la fotografia. Grazie all’influenza del padre fotografo, Frida capì ben presto le potenzialità del suo aspetto. Una femminilità primitiva, lo sguardo fermo, imperturbabile, quasi inespressivo.  Un atteggiamento che sembra sfidare il fruitore, ma che in realtà si pone in una condizione di isolamento, mostra una distanza tra lei e il resto del mondo, una distanza che rispecchia la sua solitudine interiore, quella tristezza ormai radicata nella sua anima.

8145832829_8d727c647c_o

Dipingere per Frida diventa uno stato di necessità. Sulla tela esprime le sue ossessioni. L’arte è lo specchio dei suoi drammi. La sua immagine la cornice di cui si vestono i suoi dolori.

Quasi a prendersi gioco di loro, in un connubio di colori, stravaganze, eccessi, Frida appare alle persone che la conosceranno come una donna allegra, vivace, inebriante. Con il suo aspetto così colorato sembra farsi beffa della vita che la mette costantemente alla prova.frida ride

Innamorata dell’Amore, di Diego Rivera. Disperatamente innamorata di lui, del desiderio di diventare madre. I due lati opposti della medaglia. La gioia dell’amore, della passione, dell’arte che li ha fatti conoscere e unire per la vita. Dall’altra parte il tradimento, gli aborti. Schiaffi violenti che la vita le  riserba, come a farle ricordare con prepotenza che ad ogni gioia equivale un dolore, una prova.

Lei stessa disse: “L’angoscia e il dolore. Il piacere e la morte non sono nient’altro che un processo per esistere”

Frida-Kahlo-Non-me-ne-frega-niente

Ma Frida è una tosta. E’ una donna piena di misteriose pulsioni, la sua essenza è dirompente, è fatta di contrasti e di sogni. Frida sembra capire che vivere è un mistero da gustare più che da capire e impara a considerare la sua infermità come un “luogo” nel quale coltivare lo spirito, in cui la creatività diventa arma di difesa per il tempo, per il dolore, per quella sensazione di morte che aleggia continuamente nella sua vita e che arriverà definitivamente il 13 luglio del 1954. Durante la notte Frida si abbandona alla morte, ufficialmente a causa di edema polmonare, più probabilmente è lei ad imporsi questa volta.  Decide di dire basta. Decide di salvarsi, una volta per tutte. E grazie ad un’overdose di Demoral, derivato della morfina chiude gli occhi per sempre. Frida si congeda dalla vita e chiude il sipario. Lascia alle sue spalle un mondo di sofferenza per rinascere una seconda volta. In quella Frida che conosciamo noi, nella sua arte, il suo viso.frida-kahlo-mostre-milano-2018-mudec-internettuale

La definirei come la Madonna dei nostri tempi. Un po’ forte come paragone, me ne rendo conto. Ma Frida si presenta come un’apparizione con la sua figura inconfondibile. Lei ti guarda e tu non puoi fare a meno di chiederti chi sia questa strana donna. Cosa si cela dietro il suo sguardo. La storia è affascinante, ricca di colpi di scena, episodi drammatici e altri dal sapore quasi fiabesco. Potrei scrivere per ore e raccontare la sua storia, la sua biografia. Ma il mio compito non è quello di darvi delle nozioni accademiche sulla sua vita. Troppo noioso. Spero invece che queste poche righe possano aver aperto il vostro cuore ad una donna straodinaria, che con la sua arte e il suo ardente amore per la vita ci sia da esempio, da musa, per sentire quanto il tempo che abbiamo a disposizione, per quanto doloroso e crudele sia, valga sempre la pena di essere vissuto pienamente, fino all’ultima goccia di colore.

 

 

Pubblicato in: L'Arte parla di sè

“Sogno di dipingere e poi dipingo il mio sogno”

Sono giorni che mi imbatto in questa frase. Una citazione che mi ha colpito subito. La leggo una volta…due…spunta sempre in quei frammenti di giornata in cui riesco a respirare un attimo tra una corso e l’altro… tra un’asse da levigare e un comodino da accomodare… eccola di nuovo… “Sogno di dipingere e poi dipingo il mio sogno”.

Adesso devo sapere chi è l’autore di questa citazione…
Cerco…
scopro…
sbuffo…
Si sbuffo! Perché????!?!?!

Perché questa frase è del signor Vincent Van Gogh!

Sono un po’ delusa devo dire la verità.

Mi sarei aspettata un visionario pacioccone come Mirò…

Un romanticone mielenso come Chagall…

Invece no. Vincent Van Gogh. Lui. Rozzo, ribelle e asociale come pochi… mi spara sta frase. Ma ti pare! Cerco nuovamente su fonti autorevoli come “aforisticamente.com” o “frasi celebri.it” e niente…è proprio sua.

Sta cosa non mi fa dormire. E’ domenica mattina. Ieri sera sono uscita e fatto l’una tra una cosa e l’altra. Mi sveglio e mi viene in mente sta frase. Ancora una volta. E’ necessario prendere in mano la situazione. Ed eccomi qui…che riprendo le redini del mio blog e ricomincio a scrivere. Mai mi sarei aspettata di riprendere proprio da lui. Ma si sa l’arte è imprevedibile…quindi lasciamoci trasportare da questo raptus Vangogghiano… e procediamo con la ricerca.

Non so se si è capito… a me Van Gogh…mmm…insomma…diciamo che…ecco: diciamo che non rientra esattamente nella mia super classifica show…

Se provo ad analizzare la natura psicologica di questa mia “antipatia” ammetto che è più imputabile alle mostre a lui dedicate che ho avuto modo di visitare negli ultimi anni…più che al povero Vincent e alla sua pittura. Forse è diventato un po’ troppo protagonista di quelle esposizioni dedicate ad una società di massa e non ad un pubblico pensante e sensibile all’arte. Che paroloni…

Mi spiego meglio…esistono secondo me autori che rientrano in una categoria che io definisco “i paraculati dell’arte” in cui la singolarità dell’artista, la sua fama si uniscono al successo a livello di marketing e mass media e una buona dose di trend del momento. Sono i “mai più senza” dell’arte. Sono quell’abito total black che DEVI avere nell’armadio perché ti salva quando vieni colpita dalla sindrome “non ho niente da mettermi”.

Questi artisti sono l’asso nella manica nelle conversazioni medie tra gente media.
– “Ah sono andato alla mostra di Van Gogh ieri”
– “Eh com’è? Anche io vorrei andare!”
– “ah bella!
-“eh allora ci andrò. A me i papaveri di Van Gogh piacciono tantissimo!”
FINE.

Di fronte a queste conversazioni le mie orecchie subiscono una sorta di prolasso…e cadono suicide sul pavimento.
E senza volerlo ci si ricollega ad un famosissimo episodio della vita di Van Gogh. Quando una sera tra una pennellata e l’altra decide di tagliarsi un orecchio. Le versioni legate a questo gesto sono le più disparate. Qualcuno sostiene che dopo essersi amputato l’orecchio, lo avvolse accuratamente in un candido tovagliolo e con amore lo portò ad una donna, forse una prostituta. Altri lo collegano ad un funesto litigio con l’amico Gauguin, altri ancora alla notizia del matrimonio del fratello minore Theo. Lieta novella che Vincent prese benissimo mi dicono.

Ma si sa, la verità sta nel mezzo:
Il giovane Theo, come consuetudine del tempo, chiese al fratello maggiore il benestare alle nozze. Il tenero Vincent anziché gioire per il fratellino, se la prese a morte perché ebbe il timore di perdere il sostegno economico del fratello, giovane mercante d’arte per altro. Il giorno stesso in cui ricevette la lettera del fratello ebbe la famosa litigata con il compagno Gauguin e fomentato da questa lite si mozzò l’orecchio. Nonostante la profonda ferita si recò in una casa di tolleranza, dove consegnò, avvolto in un foglio di carta, il lobo insanguinato a una ragazza, forse una prostituta. In seguito a quell’episodio Van Gogh fu ricoverato e tenuto in isolamento per due settimane. “Presto torneranno i giorni belli, e io ricomincerò a occuparmi di frutteti in fiore”, scrisse al fratello Theo.

Autoritratto-con-l-orecchio-bendato-big-4061-654.jpg

E qui si ritorna alla sua doppia personalità. Al suo evidente malessere. Leggo, mi documento e scopro che l’antipatico Vincent viene considerato il “pittore malato” per eccellenza! Sono sorpresa e sinceramente dispiaciuta. Continuo la mia ricerca. “Vittima di periodi di crisi caratterizzate da allucinazioni e attacchi di tipo epilettico che lo portavano poi in periodi di profonda depressione, ansia e confusione mentale. Ci sono stati molti studi sulla malattia di Van Gogh. Tra questi è quella proposta da Arnold (1992), il quale riscontra nei sintomi dichiarati dal pittore una somiglianza con quelli propri di una rara malattia eridataria: la porfiria acuta intermittente.” (per chi volesse approfondire l’argomento).

Leggendo queste pagine scopro un nuovo Van Gogh. Riesco finalmente a vedere oltre a quell’artista sfruttato da certi curatori di mostre (non faccio nomi) per incassare soldi più che per educare persone. Scopro un uomo profondamente turbato, sofferente, angustiato da una malattia che non gli da tregua ma che per ironia della sorte gli permette di dipingere capolavori.

Scopro Vincent Van Gogh e la sua sensibilità imprigionata. Che grida attraverso pennellate vorticose, tormentate, dense di colore. Attraverso prospettive distorte, allucinate. E non posso far altro che provare profonda tenerezza per un uomo che ha combattuto una vita contro i fantasmi di una mente malata che ha trovato come canale di vita l’arte. La sua pittura che è rimasta al suo fianco fino alla morte, voluta e compiuta nel “suo” campo di grano.

file_4f721b9d4d414.jpg

Oggi faccio una promessa a me stessa e a te caro Vincent. Leggerò altre pagine a te dedicate. Osserverò i tuoi dipinti con occhi diversi. Proverò a guardarli con i tuoi occhi, dalla tua prospettiva. Farò miei i tuoi turbamenti per entrare nella tua arte. Sentirne il sapore. Parlerò di te con entusiasmo. E chissà magari qualcuno che sta leggendo queste righe in questo momento proverà le stesse mie emozioni e si avvicinerà a te e ai tuoi capolavori con una nuova riflessione.