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“Quando anche le donne si misero a dipingere” – Un “libro caramella”

Titolo: Quando anche le donne si misero a dipingere
Autore: Anna Banti
Editore: Abscondita
Collana: Miniature

Definirei questo libro, un “libro caramella”. Si perché dalle pagine di questo volumetto di sole 93 pagine, possiamo assaggiare piccole storie di donne, alcune deliziose, altre appiccicate agli uomini della loro vita.

Come in un sacchetto di dolciumi possiamo scegliere quale leggere per prima e alla fine eleggere la nostra preferita.

Non troveremo le “caramelle” più famose. Un gusto al quale il nostro palato è già in qualche modo abituato. Avremo la possibilità di assaporare le vite di artiste che hanno vissuto la loro modesta carriera in secondo piano. I libri di storia dell’arte non le ricordano quasi mai. Eppure con la loro esperienza hanno creato dei precedenti degni di nota. Sia per quanto riguarda la storia dell’emancipazione femminile sia per quanto riguarda la storia dell’arte. Tra queste ricordiano Berthe Morisot, esponente donna del movimento impressionista.

L’autrice, Anna Banti (pseudonimo di Lucia Lopresti) si occupava di critica d’arte ed era saggista molto attenta alla condizione femminile. Suo è anche il libro dedicato ad “Artemisia” Ed. SE.

Non mi resta che augurarvi una piacevole lettura!

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Berthe Morisot

14 gennaio 1841 –  è una giornata fredda, la neve copre i tetti delle case e il cielo riflette questo candore luminoso e avvolgente. Siamo nella città di Bourges, un paesino situato nella Valle della Loira, e la famiglia Morisot è in trepidante attesa. Mamma Marie-Joséphine-Cornélie sta per dare alla luce la piccola Berthe.

Questa luce, così intensa, fragrante e vivida la ritroveremo protagonista delle sue tele. Sì perchè la nostra Berthe da grande farà la pittrice. Ancora da bambinetta dimostrò le sue attitudini e fu incoraggiata all’arte della pittura dal padre. Successivamente quando la famiglia al completo (sorelle e fratello compresi) si trasferì nei pressi di Parigi, venne seguita privatamente da una serie di maestri. Ebbene sì, si trattava esattamente di lezioni private. Non con il metodo CEPU, recupero anni scolastici. Berthe fu “costretta” ad avere maestri privati perchè all’epoca l’École des Beaux-Arts non ammetteva le donne.

Unitevi con me in un gaudioso applauso per i coniugi Morisot, che nonostante questo ostacolo le diedero l’opportunità di esprimere la sua vera essenza attraverso la pittura e a noi più tardi di godere di tanta beltà.

Tra i suoi maestri più importati ci fu il celebre Jean-Baptiste Camille Corot, che suggerisco di approfondire agli amanti del paesaggio. Lui fu infatti uno dei massimi esponenti di questo genere. Il buon Corot da amante della natura non fece altro che introdurla nella sua passione facendole conoscere il meraviglioso mondo della pittura en plein air.

Fortunatamente il caro papà, fece costruire per lei e le sorelle (anche loro aspiranti artiste) un piccolo atelier nel giardino di casa, in modo tale che potesse sperimentare e studiare meglio il mutare della luce sulla natura.  Dico fortunatamente perchè ancora una volta il connubio donna/artista diede ulteriori problemi a Berthe. L’arte per le donne non sa da fare, recarsi allegramente in un parco pubblico per dipingere è un oltraggio. Facile intuire la frustrazione della nostra Berthe che trovava ad ogni angolo un muro che impediva alla suo talento di fiorire nel modo più naturale possibile.

Spesso in preda alla depressione è perennemente scontenta delle sue opere. La sua autocritica e logorante pignoleria saranno però la chiave della sua tenacia. Era pur sempre del segno del Capricorno! Divenne in poco tempo un modello d’indipendenza, tenacia e di talento anche per i colleghi maschi. Cocciuta e testarda cambiò direzione e accolse nelle sue tele altre tematiche a lei molto care, la figura della donna in primis, l’ambiente domestico e i bambini.

Berthe Morisot ritratto

Tra i suoi colleghi ricordiamo in particolar modo Eduard Manet. Il loro legame fu molto intenso. Lo testimoniano scritti privati e confidenze che entrambi fecero ad altre persone. Non mancarono i gossip. Lui sposato, lei giovane e bella artista che tenta di entrare nel gruppo degli impressionisti grazie a certe “referenze” … Sicuramente la loro storia avrebbe potuto essere sulle copertine delle odierne riviste specializzate quali “Novella 2000”, “Gente”, “Chi” e il bollettino parrocchiale.

Non mi sono soffermata molto su questo aspetto della sua vita. Mi limito a pensare che il destino mise sul cammino di questa donna un grande artista, che fu il suo mentore, collega, amico e poi anche cognato. Berthe sposò Eugène Manet, il fratello di Eduard. Divenne quindi la signora Manet. Impressionista di dato e di fatto.

Vi invito a scoprire le sue opere, la loro vibrante sensibilità prima di tutto di donna e poi d’artista. Osservate le sue pennellate, quanto sono intense?! Ammirate i suoi soggetti, quanto è percepibile la loro umanità? Ascoltate la sua forza. Siate alleati insieme a me delle sue battaglie. Berthe ha vissuto in una società che le chiudeva le porte di un parco PUBBLICO perchè una donna NON PUO’ DIPINGERE. Come se quel gesto fosse un atto osceno.

La culla

Quando morì si limitarono a incidere sulla pietra “vedova di Eugene Manet”, senza alcun riferimento alla sua professione. Come se quella parte della sua vita…che era a tutti gli effetti LA SUA VITA non fosse degna di nota.

Forse può sembrare che questo ultimo smacco abbia sancito una vittoria a favore di quella società stolta e chiusa. Invece no, tutt’altro. Berthe oggi è ricordata sui libri di scuola, le sue opere abitano nelle sale dei più grandi musei al mondo e a Parigi le hanno pure dedicato un giardino…guarda un pò.

Hai vinto tu cara Berthe! E noi con te!

Grazie!

 

 

 

 

 

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Artemisia

Oggi faremo insieme un viaggio. Vi porterò nella Roma del Seicento.

Immaginate di passeggiare con me per le strade della città eterna. Fate attenzione a non sbattere contro qualcuno e soprattutto guardate bene dove mettete i piedi! Roma in questo periodo è un cantiere a cielo aperto! Il clero e le più ricche famiglie romane sono diventati una calamita per grandi artisti e architetti che stanno letteralmente rivoluzionando la città!

Guardate davanti a voi! Vedete quelle immense colonne! Lì stanno realizzando il Colonnato di San Pietro!

E dall’altra parte della strada, avete visto quell’uomo con quel viso corrucciato? E’ Caravaggio, incazzato nero perché gli hanno rifiutato l’ennesima opera (Morte della Vergine – 1601-1605/1606). Vagherà per locande e per i vicoli più malfamati in cerca di qualche rissa, finchè, lo sappiamo, ci scapperà il morto…e lui sarà costretto a fuggire lasciando Roma e tutta una serie di artisti suoi seguaci, che hanno sviluppato negli anni a seguire lo stile cosiddetto Caravaggesco.

Tra questi seguaci troviamo Orazio Gentileschi padre della grande Artemisia: la donna “Caravaggio”.

Durante questo viaggio incontriamo lei. Una bambinetta che corre svelta. Artemisia ha il passo deciso, non è come le sue coetanee che saltellano, giocano. Lei va dritta, sicura verso il percorso che la vita le ha designato. Ha appena perso la sua mamma. E’ stato tutto così assurdo. Un attimo prima attendevano insieme con trepidazione la nascita del nuovo fratellino, quello dopo il silenzio, la morte. Ha mescolato lacrime di gioia per la nascita del piccolino con quelle del dolore più immenso che una bambina della sua età possa mai provare. “La mamma è morta Artemisia”. I suoi occhi si spalancano in un urlo di dolore e scappa via. Non sa dove andare. Smarrita, sola, travolta da una sofferenza troppo grande da sostenere. Per non cadere decide di correre. Scappare per le vie di quella città in subbuglio. In cui gli uomini iniziano già a guardarla con interesse, con quello sguardo lascivo che lei ancora non contempla, non permette. Artemisia vuole solo la sua mamma. Dopo ore di cammino, torna a casa. Si arma di foglio e grafite e inizia a disegnare, sfogando così nell’arte il suo dolore. Dimostra una dote naturale, acquisita dal padre che la accoglie nella sua bottega. Qui lavora e cresce circondata dai sei fratelli e da altri illustri pittori che le insegneranno l’arte del disegno e della pittura. Tra questi Agostino Tassi, amico del padre prima di tutto e poi maestro di prospettiva della stessa Artemisia. Agostino Tassi: l’uomo che strapperà ad Artemisia l’ultimo lembo di fanciullezza, l’uomo dello stupro, quel gesto che segnerà per sempre la sua esistenza e anche il suo ricordo a venire.

Artemisia non è una donna come le altre. Il suo corpo è lacerato dalla violenza, ma il suo animo no. Confessa al padre il sopruso subito. Ci vorrà un anno prima che Orazio si convinca a denunciare Tassi. All’epoca dovevano essere i coniugi (o in tal caso il padre) a vendicare l’onta subita. La violenza non era considerata un’offesa alla donna bensì all’uomo che la possedeva, di cui ne era proprietario.

Il processo fu un ulteriore condanna. Artemisia accetta di testimoniare sotto tortura, viene sottoposta alla sibilla, supplizio progettato per i pittori, che consiste nel fasciare loro le dita delle mani con delle funi fino a farle sanguinare. Alla fine il Tassi ne risulterà indenne, pur riconosciuto colpevole tornò in libertà dopo meno di un anno. Saranno i Gentileschi a subire notevoli danni morali. Prima fra tutti ovviamente la nostra Artemisia, ricordata più per questo devastante episodio che per la sua arte. La “pittora” (così si faceva chiamare), la prima donna ammessa all’Accademia delle arti del disegno di Firenze, città cui sarà destinata a seguito di un matrimonio riparatore con un pittore fiorentino, anche lui poco entusiasta di avere per moglie un’artista così dotata e assolutamente poco affabile alle pratiche domestiche.

Firenze sarà per lei una rivalsa. La rinascita di una donna così intimamente legata alla sua pittura da renderla indipendente grazie alle importanti commissioni ricevute dalle famiglie fiorentine (Medici compresi) e dalle amicizie degne di nota con altri rivoluzionari dell’epoca come Galileo Galilei che nutre per lei grande stima.

Artemisia sarà la prima artista donna a guadagnarsi, pennellata dopo pennellata, la sua autonomia. Non avrà bisogno della dote di famiglia per vivere ne di quella del marito. La sua emancipazione è un esempio di forza e caparbietà. Il suo amore e desiderio viscerale di dipingere saranno la sua ancora di salvezza. Stimolo continuo per un riscatto prima di tutto morale.

I suoi dipinti sono una denuncia continua. L’unica arma a sua disposizione. Artemisia non può restare in silenzio. Deve gridare al mondo intero quello che una donna può subire ma anche e soprattutto quello che è in grado di fare.

artemisia-gentileschi-giuditta-uffizi

Veste i panni di Giuditta e sfodera la spada per tagliare la testa al suo carnefice. Impassibile, glaciale, infonde la lama in profondità e vendica con la morte la violenza subita. La brutalità di questo gesto non si addice ad una donna, ma Artemisia non ha paura di sporcarsi le mani. I suoi colori, sono il sangue mai versato, la tela la giustizia mai concessa. La rabbia, il senso di abbandono, le ferite ancora aperte, le parole non dette prendono vita nella sua arte e lei di conseguenza sopravvive.

Qualcuno sostiene che Artemisia Gentileschi non sarebbe l’artista che conosciamo se non avesse subito quella violenza. Così come Frida non sarebbe Frida senza l’incidente.

Non so dare una risposta a queste affermazioni. Penso solo che non esiste un’Artemisia, una Frida…

Ognuna di noi può essere ciò che desidera. Sempre e comunque. Non esistono uomini o donne che possono ostacolare o veicolare le nostre scelte.

Non esiste violenza più grave dei limiti che imponiamo a noi stesse.

Pubblicato in: daily

A volte ritornano

Sopravvissuta egregiamente ad una rovinosa caduta su me stessa, mi sono trovata, una domenica d’autunno, in uno stato di immobilità temporanea.

Una condizione che ha riportato subito la mia mente a questo blog, vittima dello stesso intoppo. Ed eccomi di nuovo qui, con la mia sporta di buone intenzioni, pronta a rompere il silenzio. A raccontare cose, riprendere argomenti, recuperare spazio e tempo per questa attività del tutto irrilevante nella mia esistenza, ma che in qualche modo rappresenta una piccola esigenza “fisiologica”.

Lo confesso. Anche io vorrei condividere storie avvincenti su instagram. Riprenderrmi mentre guido senza cinture di sicurezza, inebetita davanti al cellulare, in preda alle smorfie più fighe per catturare l’interesse del mio numerosissimo pubblico…

Avere il mio coraggio di mettere in primo piano la mia faccia e tenere dietro le quinte i miei pensieri.

Ma in questo momento della mia vita, nonostante abbia fatto alcuni miseri tentativi, proprio non ce la faccio. Il mio genuino accento bresciano non aiuta. Ve lo dico.

Ho scelto di scrivere. Probabilmente se la mia insegnante di italiano delle medie sapesse di questo blog inizierebbe a ridere a crepa pelle… e cadrebbe esanime su se stessa (un po’ come è successo a me domenica).

Causa del decesso: picco di ilarità spasmodica.

A parte esorcizzare traumi adolescenziali, il mio intento è quello di proseguire con quella che è diventata negli ultimi anni, la mia sfida personale, una sorta di missione:

Toccare le corde più profonde dell’animo umano attraverso l’arte. Portarla sul vostro schermo, lasciarvi catturare dal suo sublime potere e magari risvegliare cervelli assopiti…

Il mio vista l’ora sta prendendo quella direzione…

Ma domani è un altro giorno…

Come diceva la Ross🤟🏻

Buonanotte Tramini😴

Pubblicato in: L'Arte parla di sè

“Nise – Il cuore della follia” – Non aver paura dell’inconscio

E’ il primo giorno dell’anno e ho già ricevuto un regalo inaspettato. Tardo pomeriggio after pulizie di casa, relax sul divano, consultiamo Netflix e un titolo ci colpisce: Nise – Il cuore della follia. La trama dice: In questo film tratto da una storia vera, una psichiatra si oppone all’elettroshock come cura per la schizofrenia e incoraggia i suoi pazienti a dedicarsi all’arte.

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Perfetto direi. Il film inizia con un’immagine stupenda. Un inchino al direttore della fotografia. Una donna di spalle, vestita con un tailleur rosso ruggine, bussa insistentemente alla porta sorda di un edificio freddo e austero. Quella donna è la Dottoressa Nise da Silveria e quell’edificio è il Centro Psichiatrico Pedro II di Rio de Janeiro.

Di origine brasiliana, fu la prima donna psichiatra a rifiutare i metodi cruenti usati all’epoca per curare la schizzofrenia. Era circondata da colleghi (tutti uomini) sostenitori di “grandi innovazioni scientifiche” come l’utilizzo della lobotomia e dell’elettroshock. Disorientata da tanta violenza decise di perseguire la cura alla schizzofrenia con un suo metodo che aveva come capisaldi l’affetto e l’arte. Ovviamente il suo operato fu subito criticato ed ostacolato il più possibile. Se si fosse trovata durante i secoli della caccia alle streghe non avrebbe avuto scampo. Fortunatamente ai suoi tempi, si parla del secondo dopo guerra, nonostante le difficoltà che incontrò ed i pochissimi mezzi che aveva a disposizione, trasformò vecchie e luride sale ospedaliere in atelier di pittura e scultura, laboratori di cucito e di giardinaggio.

Allieva della scuola di Jung mise al centro delle sue cure l’attenzione al paziente, prima di tutto considerandolo e trattandolo come essere umano estremamente fragile, viste le condizioni in cui questi poveri disgraziati si trovavano. Condizioni psichiche aggravate notevolmente dall’ambiente in cui erano reclusi e dai metodi che dovevano subire.

Nise divenne una sorta di madrina di questi uomini e donne afflitti da patologie oscure e vorticose in cui il loro senno sembrava completamente disperso. Con l’aiuto di validi collaboratori, dotati anch’essi di una particolare sensibilità umana, riuscì ad utilizzare l’arte come canale per liberare il torbido che ormai si era sedimentato nell’inconscio dei suoi pazienti.

Attraverso i colori e la creta i pazienti esprimevano liberamente il loro stato interiore, il loro inconscio. Partendo inizialmente da segni confusi e compulsivi, passarono poi a forme geometriche più precise e delineate, fino ad arrivare alla rappresentazione della realtà. Una realtà interiore. I fantasmi e i traumi del passato, spesso causa del loro ricovero, iniziarono ad emergere sulla tela, ad essere vivi attarverso la materia. I progressi furono sorprendenti. Tanto da portare qualcuno di loro alla guarigione.

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La produzione di questi atelier fu sottoposta ad un famoso critico d’arte brasiliano Mario Pedrosa, che volle fortemente divulgare  questa nuova ed entusiasmante forma d’arte al di fuori dell’ospedale psichiatrico.

Nel 1952 fu organizzata una mostra che successivamente evolverà in un museo.  L’abbondante produzione artistica di questi nuovi talenti è in continua crescita. Nel gennaio del 1981 la sua collezione riuniva circa 160 mila documenti tra pitture su tela, su diverse tipologie di carte, disegni o modellazioni.

Il museo oggi è un centro vivo di studi e ricerche sulle immagini dell’inconscio, aperto a tutti gli studiosi di tutte le scuole psichiatriche.

Grazie a questo metodo il malato subisce un mutamento. Non solo psichico ma anche umano. La sua malattia si trasforma in talento. Il mondo interiore, invisibile e spesso spaventoso, si apre attraverso l’arte. Emerge senza paura, senza limiti, senza restrizioni. Esplode nei colori, nei segni tracciati dal pennello, nelle forme plasmate dalle mani. E’ un linguaggio puro, complesso, essenziale, intenso. E’ il linguaggio dell’incoscio che ognuno di noi conserva dentro di sé, come in una scatola dei segreti.

Alcuni di essi sono sconosciuti persino a noi stessi. E’ il sorprendente potere della mente. Lucida e irriverente. Tutti noi abbiamo in dono un pizzico di follia. Così come la rabbia, la paura, la passione sono sfumature del nostro essere anche la pazzia ci appartiene. Se è vero che esiste il suo opposto per ogni cosa…potremmo dire che non c’è gioia senza dolore così come non esiste ragione senza follia.

E’ il primo giorno dell’anno e questo film mi ha regalato delle emozioni molto forti e soprattutto un grande senso di speranza. La speranza che ognuno di noi sia sufficientemente pazzo da trovare nella vita la sua personale forma d’arte. Quella pratica che tocca le corde del proprio inconscio liberandolo da gabbie inutili che ci impediscono solamente di mostrare il nostro talento più grande, quello di essere semplicemente noi stessi.