Pubblicato in: L'Arte parla di sè

Artemisia

Oggi faremo insieme un viaggio. Vi porterò nella Roma del Seicento.

Immaginate di passeggiare con me per le strade della città eterna. Fate attenzione a non sbattere contro qualcuno e soprattutto guardate bene dove mettete i piedi! Roma in questo periodo è un cantiere a cielo aperto! Il clero e le più ricche famiglie romane sono diventati una calamita per grandi artisti e architetti che stanno letteralmente rivoluzionando la città!

Guardate davanti a voi! Vedete quelle immense colonne! Lì stanno realizzando il Colonnato di San Pietro!

E dall’altra parte della strada, avete visto quell’uomo con quel viso corrucciato? E’ Caravaggio, incazzato nero perché gli hanno rifiutato l’ennesima opera (Morte della Vergine – 1601-1605/1606). Vagherà per locande e per i vicoli più malfamati in cerca di qualche rissa, finchè, lo sappiamo, ci scapperà il morto…e lui sarà costretto a fuggire lasciando Roma e tutta una serie di artisti suoi seguaci, che hanno sviluppato negli anni a seguire lo stile cosiddetto Caravaggesco.

Tra questi seguaci troviamo Orazio Gentileschi padre della grande Artemisia: la donna “Caravaggio”.

Durante questo viaggio incontriamo lei. Una bambinetta che corre svelta. Artemisia ha il passo deciso, non è come le sue coetanee che saltellano, giocano. Lei va dritta, sicura verso il percorso che la vita le ha designato. Ha appena perso la sua mamma. E’ stato tutto così assurdo. Un attimo prima attendevano insieme con trepidazione la nascita del nuovo fratellino, quello dopo il silenzio, la morte. Ha mescolato lacrime di gioia per la nascita del piccolino con quelle del dolore più immenso che una bambina della sua età possa mai provare. “La mamma è morta Artemisia”. I suoi occhi si spalancano in un urlo di dolore e scappa via. Non sa dove andare. Smarrita, sola, travolta da una sofferenza troppo grande da sostenere. Per non cadere decide di correre. Scappare per le vie di quella città in subbuglio. In cui gli uomini iniziano già a guardarla con interesse, con quello sguardo lascivo che lei ancora non contempla, non permette. Artemisia vuole solo la sua mamma. Dopo ore di cammino, torna a casa. Si arma di foglio e grafite e inizia a disegnare, sfogando così nell’arte il suo dolore. Dimostra una dote naturale, acquisita dal padre che la accoglie nella sua bottega. Qui lavora e cresce circondata dai sei fratelli e da altri illustri pittori che le insegneranno l’arte del disegno e della pittura. Tra questi Agostino Tassi, amico del padre prima di tutto e poi maestro di prospettiva della stessa Artemisia. Agostino Tassi: l’uomo che strapperà ad Artemisia l’ultimo lembo di fanciullezza, l’uomo dello stupro, quel gesto che segnerà per sempre la sua esistenza e anche il suo ricordo a venire.

Artemisia non è una donna come le altre. Il suo corpo è lacerato dalla violenza, ma il suo animo no. Confessa al padre il sopruso subito. Ci vorrà un anno prima che Orazio si convinca a denunciare Tassi. All’epoca dovevano essere i coniugi (o in tal caso il padre) a vendicare l’onta subita. La violenza non era considerata un’offesa alla donna bensì all’uomo che la possedeva, di cui ne era proprietario.

Il processo fu un ulteriore condanna. Artemisia accetta di testimoniare sotto tortura, viene sottoposta alla sibilla, supplizio progettato per i pittori, che consiste nel fasciare loro le dita delle mani con delle funi fino a farle sanguinare. Alla fine il Tassi ne risulterà indenne, pur riconosciuto colpevole tornò in libertà dopo meno di un anno. Saranno i Gentileschi a subire notevoli danni morali. Prima fra tutti ovviamente la nostra Artemisia, ricordata più per questo devastante episodio che per la sua arte. La “pittora” (così si faceva chiamare), la prima donna ammessa all’Accademia delle arti del disegno di Firenze, città cui sarà destinata a seguito di un matrimonio riparatore con un pittore fiorentino, anche lui poco entusiasta di avere per moglie un’artista così dotata e assolutamente poco affabile alle pratiche domestiche.

Firenze sarà per lei una rivalsa. La rinascita di una donna così intimamente legata alla sua pittura da renderla indipendente grazie alle importanti commissioni ricevute dalle famiglie fiorentine (Medici compresi) e dalle amicizie degne di nota con altri rivoluzionari dell’epoca come Galileo Galilei che nutre per lei grande stima.

Artemisia sarà la prima artista donna a guadagnarsi, pennellata dopo pennellata, la sua autonomia. Non avrà bisogno della dote di famiglia per vivere ne di quella del marito. La sua emancipazione è un esempio di forza e caparbietà. Il suo amore e desiderio viscerale di dipingere saranno la sua ancora di salvezza. Stimolo continuo per un riscatto prima di tutto morale.

I suoi dipinti sono una denuncia continua. L’unica arma a sua disposizione. Artemisia non può restare in silenzio. Deve gridare al mondo intero quello che una donna può subire ma anche e soprattutto quello che è in grado di fare.

artemisia-gentileschi-giuditta-uffizi

Veste i panni di Giuditta e sfodera la spada per tagliare la testa al suo carnefice. Impassibile, glaciale, infonde la lama in profondità e vendica con la morte la violenza subita. La brutalità di questo gesto non si addice ad una donna, ma Artemisia non ha paura di sporcarsi le mani. I suoi colori, sono il sangue mai versato, la tela la giustizia mai concessa. La rabbia, il senso di abbandono, le ferite ancora aperte, le parole non dette prendono vita nella sua arte e lei di conseguenza sopravvive.

Qualcuno sostiene che Artemisia Gentileschi non sarebbe l’artista che conosciamo se non avesse subito quella violenza. Così come Frida non sarebbe Frida senza l’incidente.

Non so dare una risposta a queste affermazioni. Penso solo che non esiste un’Artemisia, una Frida…

Ognuna di noi può essere ciò che desidera. Sempre e comunque. Non esistono uomini o donne che possono ostacolare o veicolare le nostre scelte.

Non esiste violenza più grave dei limiti che imponiamo a noi stesse.

Pubblicato in: L'Arte parla di sè

Tocchi di Femminilità

Inizialmente l’articolo della settimana doveva parlare di un artista la cui mostra è stata inaugurata a Milano qualche giorno fa… poi sabato ho partecipato ad un incontro organizzato dal festival Tocchi di Femminilità e ho deciso che era doveroso raccontarvi brevemente questa esperienza attraverso il mio blog e fare una piccola e deviazione.
Il nome completo del festival è TOCCHI DI FEMMINILITA’ – Ris – volti di letteratura e arte. Si tratta di un Festival della letteratura e delle arti al femminile proposto nella mia città, Brescia dal 4 al 26 marzo. Il programma è caratterizzato da una serie di eventi legati appunto alla donna nelle sue infinite sfaccettature. Il festival è alla sua prima edizione e personalmente mi ha già conquistata. Tocchi di femminilità

Ieri pomeriggio presso lo Spazio Aref in piazza Loggia (BS) ho assistito all’incontro dal titolo Questo non è Amore – un evento sul tema della violenza sulle donne presentato attraverso l’arte (a cura di Michela Pedrana), il lessico (a cura di Maria Sofia Sabato) ed infine la realtà a noi più vicina con le parole di Chiara Rossini del centro antiviolenza Casa delle Donne. Il tema trattato pare quasi una moda dettata prevalentemente dai media che quotidianamente ci propinano fatti di cronaca nera in cui il femminicidio è ormai all’ordine del giorno. Ieri ho imparato però che non si tratta di un’emergenza sociale degli ultimi anni. La violenza sulle donne c’è sempre stata…e le opere esposte dalla professoressa Pedrana nell’ambito della storia dell’arte l’hanno chiaramente dimostrato. Il dato positivo, come spiegava la dottoressa Chiara Rossini è che oggi questi casi vengono finalmente riconosciuti come crimini di violenza e non come episodi di normale e consueta vita coniugale e familiare. Questa piaga sociale fa parte della nostra storia da sempre ed i fatti di cronaca non fanno altro che evidenziare un dato positivo. Ovviamente non è positivo che ad ogni TG si parli di una donna uccisa dal compagno o ex compagno. Questo è chiaro. Il positivo sta nel fatto che questo scempio venga denunciato e affrontato. Il mio compito nel blog non è quello di parlare di questo argomento. Affido a voi l’interesse di approfondire la tematica soprattutto vi invito a partecipare ai prossimi eventi del festival e a conoscere meglio la realtà del centro Casa delle donne. Così vicino a noi e così fondamentale per la nostra società.

Le relatrici mi hanno fatto riflettere sul ruolo della donna non come vittima ma come eroina della propria vita. Nel salotto di TraMe l’Arte parla di sé e questa settimana vorrei dedicare la mia e la vostra attenzione su alcune donne protagoniste della storia dell’arte. Coloro che hanno dato una svolta alle pagine della nostra storia non solo artistica ma anche sociale. Non ho scelto volutamente le più note proprio perché ritengo interessante scoprire personalità e volti che troppo spesso continuano a rimanere nell’ombra.

La prima che vorrei citare e che i più non conosceranno è la monaca del cinquecento Suor Plautilla Nelli, la prima pittrice fiorentina. A lei è attualmente dedicata una mostra presso la Galleria degli Uffizi che grazie al direttore Eike Schmidt, ha inizio proprio da quest’anno una rassegna ideata per riscoprire le donne artiste nei secoli.
Nel ‘500 le donne che desideravano occuparsi d’arte dovevano far fronte ad una serie di ostacoli non indifferenti. Per loro l’unico modo per accedere al mondo della pittura era solamente la vita monacale. Anche qui però la pratica non era ben vista. Il riformatore Girolamo Savonarola infatti promuoveva la pratica artistica solamente “per sfuggire all’indolenza…” non certo per incentivare ed elogiare le qualità e capacità di alcune religiose come fu il caso appunto di Suor Plautilla.
Suor Plautilla Nelli ebbe una formazione artistica prettamente da autodidatta. Non potendo usufruire di alcun tipo di educazione artistica, basò la sua produzione sulla copia di disegni e dipinti dei grandi della pittura fiorentina (tra cui Leonardo Da Vinci, Domenico Ghirlandaio e Andrea del Sarto). È curioso sapere che le sue opere, pur rappresentando scene religiose popolate soprattutto da uomini, presentano figure con sembianze e lineamenti prettamente femminili. Suor Plautilla infatti non conosceva l’anatomia maschile (entrò in convento all’età di 14 anni) e prese spunto dai corpi, le proporzioni e tratti fisionomici delle altre suore del convento.

il compianto sul cristo morto
Compianto sul Cristo morto
Annunciazione
L’Annunciazione

Oggi il suo nome non rientra nei libri di storia dell’arte, confesso che nemmeno io conoscevo l’esistenza di questa suora pittrice. All’epoca però godette di grande stima fra i suoi contemporanei. Questo perché le opere di una suora non avevano soltanto un valore spirituale, ma anche una valenza quasi magica, mistica, e possederne una era considerato un simbolo di prestigio. Chissà se anche oggi nei nostri conventi magari tra quelli di clausura, si nascondono delle valide e appassionate artiste…

plautilla-nelli-prima-pittrice-fiorentina-uffizi-620x388
Andando oltre con i secoli vorrei citare un’altra donna degna di nota. Questa volta ci troviamo in Francia con la pittrice impressionista Berthe Morisot. Cognata e musa di Eduard Manet non godette mai della stessa fama dei colleghi impressionisti. All’epoca si riteneva disdicevole per una donna intraprendere la carriera di pittrice. Questi pregiudizi le diedero molte difficoltà nella pratica della pittura en plein air tipica del suo gruppo, tanto da renderla indifferente ed estranea alle questioni sociali che agitavano la vita parigina in quei decenni. Berthe quindi spostò la sua attenzione sulla rappresentazione di scene domestiche ponendo un’attenzione privilegiata al mondo femminile, in particolare alle donne della media ed alta borghesia, le vere protagoniste della sua produzione artistica.

Berthe Morisot
Il suo era un talento naturale coltivato grazie alle sua famiglia di origine appartenente ad un ceto sociale agiato. Il giardino di famiglia era frequentato da personaggi quali Degas, Baudelaire, Tissot. Da qui nascerà l’amicizia con Manet che le dedicherà una serie di ritratti. Questo legame la portò ad essere considerata come “la donna dell’Impressionismo (…) accolta senza riserve e considerata un modello d’indipendenza e di talento oltre che di grazia”.

Berthe Morisot ritratto
Ritratto di Berthe Morisot – Manet, 1872

La peculiarità di Berthe Morisot fu di vivere la sua pittura e di dipingere la sua vita rappresentando immagini ispirate al proprio universo familiare, intimo, il cui taglio fotografico la avvicina notevolmente alle opere dell’amico Degas.

lezioni di cucito
Lezioni di cucito – Berthe Morisot, 1884

Berthe Morisot_1

Potrei proseguire con l’elenco di altre artiste donne. Tra le più note Artemisia Gentileschi, Frida Kahlo, Tamara De Lempika, Gina Pane e Marina Abramovic.

L’intento dell’articolo di oggi è quello di fornirvi uno spunto, la curiosità di approfondire e magari conoscere più da vicino le vite e le opere di queste icone. Aprire una piccola finestra su un mondo, quello dell’arte, in cui anche qui le donne hanno subito discriminazioni, limiti e sono state sottoposte a quella violenza subdola, di cui ci ha parlato la professoressa Maria Sofia Sabato, che è quella verbale. Quella delle parole. Chissà quante di loro si sono sentite dire…”Non sei in grado..” – “Sei solo una donna, cosa pensi di fare” – “Il ruolo di una donna per bene non è quello di dipingere”.

Ecco queste donne hanno saputo, nonostante tutto, perseguire la loro indole, la loro natura, quella di generare…Arte.