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#iononsonograssa

Ogni progetto creativo racchiude sempre una parte di me.  I miei lavori non nascono mai per caso. Dietro ci sono esperienze, ricordi, persone. Insomma la mia vita. Ho sempre pensato che un artista debba lasciare un pezzettino di se stesso nelle opere che realizza e nel caso di #iononsonograssa si tratta di una parte che fino ad oggi ho rivelato a pochi, anzi pochissimi.  L’idea #iononsonograssa nasce dal mio rapporto personale con il peso. Non sono mai stata una silfide, tutt’altro. Vanto un bel 3 kg e 900g alla nascita con crescita esponenziale nella curva del peso e un blocco precoce per l’altezza ferma all’età di 12 anni. Ergo un metro e mezzo circa…per…una cinquantina di kg (anche di più) …insomma un piccolo barattolino Sammontana.

Tutta questa leggerezza nell’affrontare questo argomento (sottile gioco di parole) è frutto di un percorso durato una vita intera, forse non del tutto concluso. Da ragazzina ero in sovrappeso. Andavo raramente a fare shopping per ovvi motivi. Nei camerini provavo gli abiti preferiti con la consapevolezza che non sarei riuscita ad indossarli perchè la mia taglia non era disponibile. Sono arrivata alla 48, stretta. Nei camerini vivevo quel momento come una sconfitta. Mi sentivo brutta, grassa, informe, INADEGUATA. Mi guardavo allo specchio e mi facevo schifo. Piangevo nascondendo me stessa da un’immagine, la mia, che mi faceva ribrezzo. Capitava che le commesse aiutassero mia madre a trovare un abito che potesse andare bene per me. Purtroppo il più delle volte l’esito era negativo quindi dovevo optare per abiti o pantaloni da signora e non da bambina. La commessa il più delle volte super figa, mi guardava con aria di sufficienza, misto pena. Io avrei voluto sparire. Magari per sempre.

Durante il liceo le cose non sono migliorate. Il mio senso di inadeguatezza ora doveva misurarsi anche con la bellezza e non soltanto la “forma”. Il mio aspetto non era particolarmente curato o quantomeno interessante. Rispondevo perfettamente al clichè “Com’è la tua amica – Simpatica”. Ergo un water che cammina, cesso ambulante, bagno chimico, così per rendere l’idea… Fortunatamente la cerchia dei miei amici non è mai stata troppo interessata al mio aspetto fisico, ma desiderava la mia compagnia a prescindere. Il nostro stare insieme andava bel oltre all’estetica almeno inerente al corpo. Sull’outfit…beh questa è un altra storia!  Sono stata fortunata ad avere degli amici così. Non è per nulla scontato. Forse è anche merito loro se ho saputo trasformare ad un certo punto della mia vita questo tasto dolente in una nota di autoironia.

Prima di arrivare a questo lieto fine però c’è stata  l’ultima parentesi. Quella più dolorosa e più pericolosa. Durante il periodo dell’università, soprattutto l’ultimo anno ho avuto un tracollo non indifferente. Con la scusa che dovevo preparare la tesi di laurea più noiosa del secolo (iconografia dell’Arcangelo Michele nell’Alto Medioevo…parliamone…), passavo moltissimo tempo in biblioteca a studiare e a fare ricerche su ricerche. Il mio pranzo era a base di cappuccino. La sera a casa inventavo mille scuse per non cenare o per mangiare il minimo indispensabile. Quelle volte che non riuscivo a saltare anche la cena il mio senso di colpa era talmente lancinante da portarmi al gesto più triste che potessi mai fare. Rinchiudermi in bagno e vomitare. Grazie a Dio è capitato poche volte. Mi sono ritrovata nel mezzo di un vero e proprio duello tra la me sana e quella malata. Osservavo da fuori le argomentazioni che le due me stessa infierivano l’una all’altra. Il duello ha avuto una vincitrice. Quella che vi sta scrivendo ora. Non è la Chiara sana nè tanto meno quella malata. E’ la Chiara consapevole. Quella che riconosce il suo corpo come casa, come luogo in cui rifugiarsi e non da cui scappare. Che cerca di amarlo in tanti modi diversi. Con una bella abbuffata, felice del cibo che gusta con piacere ed immensa gioia senza sensi di colpa. Con dei pasti più sani ma non per questo meno buoni. Con dello sport (quello molto di rado ahimè…ma ci sto lavorando).

Ho rischiato di toccare il fondo sul serio. Ho rischiato di perdere la lucidità e farmi travolgere da un meccanismo che poteva anche essere letale. Sì perchè di queste malattie si muore e non c’è un cazzo da fare. Non ci sono cure reali. Ci sei solo tu. Tu che decidi. Tu che scegli.

Io ho scelto la vita. La gioia della condivisione. Ho scelto di trasformare un argomento doloroso in un sorriso. Ho scelto l’ironia come chiave per andare oltre. Per superrare i miei limiti e riderci sù. Denigrare l’inadeguatezza, il mio essere estremamente goffa e renderlo elemento di unicità e forza.

Non è stato facile. Non lo è tutt’ora.Ma sono fiera di me stessa perchè…

#IONONSONOGRASSA

Questo dovrebbe essere il nostro mantra. Noi che abbiamo un corpo mutevole, le cui curve cambiano direzione più o meno come una bandiera nei giorni di libeccio.

Noi che abbiamo imparato a difenderci come una pianta grassa. Che abbiamo le spine per protezione ma “un cuore tenero da rompere con un grissino” (che divoriamo al minuto 1 dello spot autoreferenziale).

Buon appetito ❤

 

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Io non ti ho scelto

Qualche tempo fa una nuova e carissima amica mi ha prestato un libro. Premetto che per me accettare questo gesto è assai raro e fuori dal mio rigido schema mentale riguardo i libri. Ammetto di essere molto possessiva nei loro riguardi. Un libro diventa parte di me, della mia casa, della mia famiglia. Il prestito l’ho sempre considerato un lascito troppo doloroso da permettere a me stessa e dall’altra parte una bene troppo prezioso da custodire.

Questa volta invece ho accettato. L’entusiasmo e l’affetto di quel gesto hanno sconfitto ogni mia arma di difesa e ho accolto a casa questo libro dal titolo “PICCOLO SELVAGGIO” di Alexandre Jardin.

Inutile dire che la scelta del libro mi ha colpita in pieno. Sì perchè ormai io e la mia Amica abbiamo scoperto una tale empatia in fatto di libri (e non solo), che difficilmente si sbaglia la mira.

Oggi non vorrei raccontarvi nello specifico la trama di questo libro. Lui è stato il mezzo per una riflessione davvero importante. Ieri sera a seguito di una serie di episodi personali che mi hanno provato nel profondo ho sentito con tutta me stessa l’esigenza di seguire le orme del Piccolo Selvaggio, o almeno in parte.

Alexandre Eiffel è un uomo di 38 anni, che ad un certo punto della sua vita decide di cambiare radicalmente registro. Desidera tornare a vivere le emozioni, la spontaneità e la veemenza di un bambino di otto anni, quel bambino che veniva chiamato dal suo papà Piccolo Selvaggio.  La sua necessità di cambiamento è radicale e sotto ogni punto di vista. Io non ho questa esigenza. Ma sento indubbiamente che qualcosa in me è scattato. Quel click che ti fa accendere una luce sulle parti più buie della tua vita, quelle che ti fanno più male, che soffocano la tua serenità. Ho fatto delle considerazioni. Le ho dette ad alta voce, forse per la prima volta, e grazie a questo primo passo di liberazione, ho capito che la direzione da prendere è una sola.

In questa vita vorrei sentirmi comoda. Non accomodante. Molto spesso, troppo spesso, mi sono ritrovata a ricoprire il ruolo di pacere, di mediatore. MI SONO DATA (e lo sottolineo a caratteri cubitali)  l’infausto compito  di ricucire degli strappi che non erano alla mia portata o molto più semplicemente di mia competenza. Sono amante dell’equilibrio. Non amo gli eccessi. Adoro gli entusiasmi sì, i picchi di felicità ma non sopporto le urla, l’aggressività, l’astio e il rancore. Forse dico una banalità? Chi può amare la rabbia e il risentimento. Ebbene… esistono elementi, che ad oggi difficilmente reputo persone, che vivono, o forse è meglio dire, sopravvivono di tali sentimenti. La loro è una ricerca continua e spasmodica. Costruiscono castelli di menzogne pur di raggiungere la vetta del loro vittimismo cosmico. Per loro diventa ormai una missione. Non ho ancora capito se più o meno inconsciamente questi meccanismi diventano il motore della loro esistenza. Che spreco di tempo. Che spreco di energie.

Questi meccanismi ahimè li conosco molto bene, non certo perchè fanno parte di me. Chi mi conosce lo sa…come diceva qualcuno. Adesso che sono grande ho finalmente la capacità di riconoscere questi pericolosi ingranaggi da cui, inizialmente, mi facevo travolgere in un turbinio di insulti, accuse, cattiverie gratuite. Io mi sono sempre ritrovata in mezzo. Come un muro di gomma che serviva per attutire il colpo. Quella membrana che protegge in qualche modo, che cerca di salvare il salvabile.

Nessuno me l’ha chiesto. E’ stata una mia scelta. Perchè in fondo si desidera sempre il benessere delle persone che abbiamo accanto e forse ancor di più  un’armonia familiare che è sempre più utopia e meno realtà. E così ho perseguito in questo ruolo. Prima ascoltando sfoghi velenosi, dopo, con un briciolo di maturità e intelligenza, cercando, di far ragionare, spesso invano, i soggetti in causa. Mi sono resa conto, purtroppo che questo abito da giudice di pace non mi appartiene più. E’ un fardello troppo pesante da indossare. Quindi ho deciso. Si cambia registro.

Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

Volto le spalle. Sì. Ho scelto questa direzione. E non è certo una scelta facile. Ho imparato a mio discapito che ci sono dei limiti che non bisogna superare. La salute prima di tutto, ci insegnano… Ecco la mia salute a causa di certi atteggiamenti, che definirei senza troppo contegno, subdoli e meschini, nuociono gravemente alla mia salute. Psicologica e di conseguenza fisica.  Il nostro corpo è un ricettacolo di emozioni.

Ho deciso di mettere un punto fermo con certi legami che non ho scelto. Sono così stanca di sentirmi in dovere di rispondere a dei legami di sangue che non fanno altro che succhiarmi letteralmente energie vitali. Corrodono la mia essenza.

Qualcuno li chiama vampiri energetici, io li reputo semplicemente dei rompi coglioni. Gente completamente immersa nel proprio liquame di insoddisfazione e frustrazione che vomita tutto questo malessere sugli altri con ogni mezzo a loro disposizione.

Quello che confesso in queste righe è molto forte. Ne sono consapevole. Come il Piccolo Selvaggio ho raggiunto un punto di saturazione. Consapevole di questo salvo me stessa e vaffanculo.