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Frida: Passionale resilienza

La scorsa settimana ho visitato la mostra dedicata a Frida Kahlo. Confesso di non amare la sua pittura e a seguito della mostra confermo che i suoi dipinti non mi entusiasmano. Perchè? Dicono che le persone del segno della Bilancia come me siano amanti dell’estetica, del bello. Partendo da questo presupposto posso certamente affermare che il mio non amore per l’arte di Frida è esattamente legato ad un senso prettamente estetico. Lei protagonista dei suoi dipinti, con il suo monociglio, la sua peluria, la sua maniera di dipingere un po’ primitiva non rientrano esattamente nei miei “canoni di bellezza”.

Nonostante questa premessa apparentemente negativa posso affermare senza pudore di essermi innamorata di Lei, Frida.

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Conoscevo la sua storia a tratti, a dire il vero l’ho sempre un po’ snobbata proprio perchè non sono attratta dalla sua pittura. Al termine del percorso però ho imparato a leggere la sua arte attraverso il suo vissuto e cambiando prospettiva si sa, cambiano anche le sensazioni e le emozioni.

Frida è l’emblema della forza, della tenacia, della perseveranza. Una combattente, una rivoluzionaria e non solo sotto l’aspetto politico. Il suo destino fu segnato fin da bambina, quando all’età di sei anni le diagnosticarono la poliomelite. Questa la fonte ufficiale. Alcuni biografi sostengono invece che fosse affetta da spina bifida, una malattia genetica che la famiglia per questioni di buona reputazione preferì nascondere. Nel corso della sua vita subì 32 operazioni e considerando che morì a soli 47 anni possiamo dire che il dolore fisico fu una costante esistenziale.

La storia della spina bifida o poliomelite non è niente rispetto a quello che le accadde nel 1925, quando rimase vittima di un disastroso incidente stradale. L’autobus su cui viaggiava si scontrò rovinosamente con un tram. Frida fu trafitta da un palo di ferro dalla schiena al bacino. Perse così la sua verginità, perforata da un palo.

Era il 1925 e ovviamente la medicina non aveva i mezzi e le risorse di oggi. Mi chiedo quindi come sia stato possibile sopravvivere a una tale tragedia. Scoprendo passo dopo passo la sua vita (infelice gioco di parole), penso che Frida incarni perfettamente la credenza che esiste un destino già scritto per ciascuno di noi. Un disegno prestabilito, da qualcosa o qualcuno di immenso. Un disegno che letteramente divenne linfa vitale per Frida. Costretta a letto per un tempo infinito trovò nel disegno e nella pittura la sua ancora di salvezza. Quello spiraglio di vita a cui potersi aggrappare con tutte le sue forze.

Lei divenne il soggetto principale della sua arte. Prima di tutto per una questione prettamente tecnica…inchiodata a letto non vedeva altro che se stessa riflessa nello specchio fatto installare dalla madre sul suo letto a baldacchino. Questa condizione la portò inevitabilemnte a riflettere non solo la sua immagine ma anche il suo dolore, fisico e psicologico.

 

A seguito dell’incidente Frida imparò di nuovo a camminare, a reggersi sulle proprie gambe e a quel busto che dovette indossare per tutta la vita. Un busto rigido, pesante che divenne come una seconda pelle, come una delle tante cicatrici che il suo corpo fu costretto a sopportare e nascondere. Da questa condizione, unita anche al suo impegno sociale, vicino al popolo, nasce la volontà di indossare gli abiti tradizionali messicani, le ampie gonne, fondamentali per coprire le gambe malate e le coloratissime camicie. Un corpo turbato dal male fisico avvolto in tessuti dai colori sgargianti, allegri. Un contrasto quasi grottesco che trasformarono Frida in una vera icona.

Frida è conosciuta non soltanto attraverso i suoi dipinti ma anche attraverso la fotografia. Grazie all’influenza del padre fotografo, Frida capì ben presto le potenzialità del suo aspetto. Una femminilità primitiva, lo sguardo fermo, imperturbabile, quasi inespressivo.  Un atteggiamento che sembra sfidare il fruitore, ma che in realtà si pone in una condizione di isolamento, mostra una distanza tra lei e il resto del mondo, una distanza che rispecchia la sua solitudine interiore, quella tristezza ormai radicata nella sua anima.

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Dipingere per Frida diventa uno stato di necessità. Sulla tela esprime le sue ossessioni. L’arte è lo specchio dei suoi drammi. La sua immagine la cornice di cui si vestono i suoi dolori.

Quasi a prendersi gioco di loro, in un connubio di colori, stravaganze, eccessi, Frida appare alle persone che la conosceranno come una donna allegra, vivace, inebriante. Con il suo aspetto così colorato sembra farsi beffa della vita che la mette costantemente alla prova.frida ride

Innamorata dell’Amore, di Diego Rivera. Disperatamente innamorata di lui, del desiderio di diventare madre. I due lati opposti della medaglia. La gioia dell’amore, della passione, dell’arte che li ha fatti conoscere e unire per la vita. Dall’altra parte il tradimento, gli aborti. Schiaffi violenti che la vita le  riserba, come a farle ricordare con prepotenza che ad ogni gioia equivale un dolore, una prova.

Lei stessa disse: “L’angoscia e il dolore. Il piacere e la morte non sono nient’altro che un processo per esistere”

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Ma Frida è una tosta. E’ una donna piena di misteriose pulsioni, la sua essenza è dirompente, è fatta di contrasti e di sogni. Frida sembra capire che vivere è un mistero da gustare più che da capire e impara a considerare la sua infermità come un “luogo” nel quale coltivare lo spirito, in cui la creatività diventa arma di difesa per il tempo, per il dolore, per quella sensazione di morte che aleggia continuamente nella sua vita e che arriverà definitivamente il 13 luglio del 1954. Durante la notte Frida si abbandona alla morte, ufficialmente a causa di edema polmonare, più probabilmente è lei ad imporsi questa volta.  Decide di dire basta. Decide di salvarsi, una volta per tutte. E grazie ad un’overdose di Demoral, derivato della morfina chiude gli occhi per sempre. Frida si congeda dalla vita e chiude il sipario. Lascia alle sue spalle un mondo di sofferenza per rinascere una seconda volta. In quella Frida che conosciamo noi, nella sua arte, il suo viso.frida-kahlo-mostre-milano-2018-mudec-internettuale

La definirei come la Madonna dei nostri tempi. Un po’ forte come paragone, me ne rendo conto. Ma Frida si presenta come un’apparizione con la sua figura inconfondibile. Lei ti guarda e tu non puoi fare a meno di chiederti chi sia questa strana donna. Cosa si cela dietro il suo sguardo. La storia è affascinante, ricca di colpi di scena, episodi drammatici e altri dal sapore quasi fiabesco. Potrei scrivere per ore e raccontare la sua storia, la sua biografia. Ma il mio compito non è quello di darvi delle nozioni accademiche sulla sua vita. Troppo noioso. Spero invece che queste poche righe possano aver aperto il vostro cuore ad una donna straodinaria, che con la sua arte e il suo ardente amore per la vita ci sia da esempio, da musa, per sentire quanto il tempo che abbiamo a disposizione, per quanto doloroso e crudele sia, valga sempre la pena di essere vissuto pienamente, fino all’ultima goccia di colore.

 

 

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Confiscati e Fotografati

Capita spesso che l’Arte faccia un passo indietro e si tolga le vesti da protagonista per lasciare i riflettori puntati su altri argomenti di ben altra natura. Lo si potrebbe definire quasi come un atto di umiltà. Mi piace pensare che l’arte, così come una persona, possa avere in sè dei valori e dei principi morali e che spesso divenga paladina di tali principi partecipando attivamente ad iniziative di grande sensibilità sociale. E’ questo il caso del concorso Confiscati e Fotografati, il primo concorso fotografico in Lombardia sul riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie, organizzato dal coordinamento bresciano di LIBERA. L’arte, intesa come fotografia, abbraccia la nobile causa dell’associazione LIBERA, per informare, denunciare e stimolare la comunità pubblica su un argomento ancora poco conosciuto: la presenza di realtà mafiose anche nel nostro territorio.

Ma andiamo per gradi. Che cos’è Libera.

Libera è un’associazione che intende perseguire attivamente verso una società libera dalle mafie, dalla corruzione e da ogni forma d’illegalità. Una fitta rete di associazioni, cooperative, sindacati, diocesi è attiva su tutto il territorio nazionale e non solo, per combattere costantemente i fenomeni di criminalità organizzata. Il senso di Libera non è solamente quello di togliere il potere alle mafie, ma anche e soprattutto realizzare un’opera di riscatto e rinascita di beni macchiati da questo male sociale.

Come sostiene il Referente provinciale di Libera, Giuseppe Giuffrida: “C’è bisogno di legalità come c’è bisogno dell’aria, del pane, del sorriso, della felicità, dello star bene. C’è bisogno di un’armonia nei comportamenti, di un riscatto nella dignità di ciascun individuo”

La legalità diventa quindi un bisogno primario, necessario all’uomo per mantenere la sua libertà di individuo. In questo concorso l’arte si presta come mezzo, come ponte tra Libera e la gente comune che deve, inteso come dovere morale, essere a conoscenza di certe situazioni.

Il concorso prevede due categorie: 1. Categoria Beni confiscati e riutilizzati: il partecipante deve raccontare una storia attraverso 3 scatti fotografici, con lo scopo di mettere in luce ed esprimere al meglio il riutilizzo del bene; 2. Categoria Beni confiscati e non riutilizzati: il partecipante deve raccontare una storia attraverso 3 scatti che metta in luce il non riutilizzo del bene oppure le potenzialità del bene stesso proponendo una possibile idea di riutilizzo sociale;

La fotografia intesa come riflesso di legalità ritrovata, come manifesto di rivincita. Oppure come espressione creativa per dare idee, riflessioni e spunti soprattutto per quei beni confiscati non ancora riutilizzati.

Non è necessario essere fotografi professionisti per partecipare, basta avere una particolare sensibilità al senso sociale di questa iniziativa. Usare l’obiettivo per guardare oltre le stanze vuote, per dare una prospettiva di futuro e di speranza.

“Mettete dei fiori nei vostri cannoni” diceva una famosa canzone. E’ esattamente quello che Libera intende fare e sta già facendo dal 1995, anno della sua fondazione.

Con questo concorso anche noi possiamo dare il nostro contributo attivo a questa lotta quotidiana. Abbiamo l’opportunità di aprire gli occhi e soprattutto la mente di fronte a realtà che spesso manteniamo a debita distanza, talvolta per ignoranza (nel senso letterale del termine), talvolta per convenienza.

Quindi amici diamo un contributo concreto a questa battaglia. Mettiamoci in prima linea con i nostri occhi digitali. Mostriamo attraverso le nostre fotografie quello che possiamo fare e ottenere come cittadini liberi e consapevoli!

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Ecco qualche indicazione tecnica relativa al concorso:

Per iscriversi è necessario compilare la “scheda di iscrizione”.

L’elenco dei beni (immobili/terreni) di cui è possibile scattare immagini destinate al concorso sarà fornito dall’organizzazione, il 29 gennaio, previa sottoscrizione della clausola di riservatezza all’atto di iscrizione.

Indirizzo mail dedicato al concorso fotografico: confiscatiefotografati@gmail.com Eventuali informazioni di carattere generale possono essere richieste al Coordinamento provinciale di Libera alla mail: brescia@libera.it 

Il termine per la presentazione degli elaborati sarà il 31 marzo 2018. Una giuria specializzata selezionerà i 10 migliori elaborati che saranno protagonisti di una mostra allestita presso la biblioteca di Concesio in data 19 aprile in occasione della quale saranno proclamati anche 3 vincitori, uno per categoria e il miglior scatto.

 

 

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The family of man

In questi giorni mi trovo in Lussemburgo. Meta insolita per trascorrere il weekend. Eppure in questo piccolo fazzoletto di mondo si nasconde un tesoro. Una sorta di oasi nel deserto. Si perché diciamolo…in Lussemburgo non ci sono molte attrazioni turistiche o musei d’arte degni di nota. A parte un paesaggio molto caratteristico, deliziose casette e castelli sparsi qua e là, questa terra di mezzo non offre molto al turista straniero. Allora perché decidere di prendere un aereo, sfidare il freddo e una lingua incomprensibile? La risposta è La famiglia. Non certo la mia d’origine che a quest’ora sarà riunita a casa della mamma per il consueto pranzo domenicale.

Si tratta di una famiglia decisamente più numerosa, quella che il signor Edward Steichen decise di radunare in quella che diventerà la più grande raccolta fotografica mai realizzata al mondo. Ebbene sì oggi vi parlo di fotografia. Metto subito le mani avanti e confesso di non esserne un’esperta né un’appassionata. Oggi scrivo da curiosa, neofita e affascinata. Vorrei raccontarvi di questa perla che la maggior parte di noi probabilmente non conosce. Mi piacerebbe mettervi quella pulce nell’orecchio che prima o poi vi farà balenare l’idea di organizzare una piccola gita da queste parti e visitare questa chicca.

Partiamo dall’inizio. Chi era Edward Steichen?
– fotografo e pittore lussemburghese, prima fotografo di guerra poi di moda. Divenne famoso grazie ad una fotografia scattata alla splendida Greta Garbo nel 1928, immagine scelta successivamente nel 1955 per la copertina della rivista Life. Ed eccola qui. Non è meravigliosa?!

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Nello stesso anno in veste di direttore della fotografia al MoMa di New York cura la realizzazione di THE FAMILY OF MAN. Un’esposizione fotografica che mostra tutte le esperienze e gli istanti di vita dell’uomo. Steichen raccolse quasi 2 milioni di foto scattate in 68 paesi da 273 fotografi diversi. Alla fine riuscì a selezionare “solo” 503 scatti che diedero vita a questo immenso album di famiglia. Dal 24 gennaio 1955 ad oggi la mostra fece il giro del mondo. Dopo New York fu allestita in diverse nazioni tra cui anche l’Italia nel 1959 e conta ad oggi più di 10 milioni di visitatori.
Nel 1964 il Governo americano acconsente alla richiesta di Steichen di donare al Lussemburgo, sua terra d’origine, l’ultima versione della rassegna. Dopo una serie di presentazioni parziali, nel 1994 trova la sua sistemazione permanente negli spazi del Château di Clervaux.

In qualche modo ci si chiede il perché di tutto questo successo. Oltre ovviamente al coinvolgimento di illustri fotografi quali Robert Capa, Henri Cartier Bresson e altri…271…più o meno famosi, personalmente mi sono chiesta, da ignorante in materia, come degli scatti fotografici possano davvero attirare milioni e milioni di persone.

La risposta è arrivata in modo del tutto naturale, come lo sono le immagini esposte. Attimi di vita, che racchiudono l’essenza di ciascun uomo, di ciascuno di noi. Ogni stanza corrisponde ad una fase, ad un capitolo. È come se passeggiando tra le opere esposte si potesse attraversare una vita intera. Passo dopo passo i nostri occhi possono vivere e rivivere emozioni, sentimenti, passaggi obbligati a cui l’essere umano è sottoposto. L’Amore, la fede, la fatica, la disperazione, il ritmo della musica, il ridere di gusto, la felicità per la nascita di un figlio, il dolore tagliente per la morte di un proprio caro, la tenerezza di un padre, le cure della nonna, il fervore per il rispetto dei propri diritti, la spensieratezza di un bambino. Ognuno a suo modo, ognuno a seconda delle sue origini, vive un percorso già segnato con quelle sfumature che appartengono al nostro destino e che rendono la propria vita unica ed inimitabile.

The Family of man mostra tutto questo ma intende soprattutto portare il fruitore ad una condizione di unione e vicinanza globale, che va oltre le etnie, le culture, le ideologie. The Family of man ci regala un senso di appartenenza e di familiarità così intenso da sentirne quasi la mancanza appena si realizza la fine della visita. È uno specchio su noi stessi, il nostro passato, presente e futuro. È un tenersi per mano, tra sconosciuti che diventano per un attimo membri insostituibili della propria famiglia, dei fratelli ritrovati, genitori desiderati. È un punto di partenza e di arrivo. È il tuo viaggio attraverso la vita, vista da fuori, da spettatore. A tratti ti senti rassicurato, consapevole, in altri momenti fortunato, in altri ancora impaurito. È tutto lì, in bianco e nero. Un girotondo di emozioni in cui tutti siamo coinvolti in questa meravigliosa giostra chiamata Vita.

 

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Claude Monet, tra impressionismo e fotografia

Il 21 e 22 febbraio presso la Multisala Wiz a Brescia verrà proiettato il film “Io, Claude Monet”. In occasione di questo evento vorrei darvi alcuni spunti per conoscere meglio l’artista, gli impressionisti e le correlazioni con l’avvento della fotografia.
Era il 15 aprile 1874 e nello studio del fotografo Felix Nadar un gruppo di giovani artisti esordì sulla scena parigina con la loro prima esposizione.
Questo gruppo era composto da personalità differenti fra loro per indole e per idee. Essi proponevano una nuova concezione del fare artistico in netta opposizione con le tradizionali istituzioni accademiche, fino ad allora considerate incontestabili.
Tra di loro Claude Monet, colui che aprirà ai suoi compagni la strada della pittura “en plein air”.  Monet insieme a Renoir, Sisley, Pissarro e Morisot costituiscono il gruppo degli impressionisti puri, i protagonisti della pittura di paesaggio “all’aria aperta”, intesa come principio compositivo su cui basavono le loro opere. Monet primo fra tutti, elaborò una tecnica tesa a rendere “l’istantaneità” dell’impressione. Ed è proprio dal termine Impressione, derivante dal titolo di un’opera dello stesso Monet “Impressione, Sol nascente” del 1872, che venne coniato il nome del movimento artistico del gruppo. Gli Impressionisti.

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Impressione, sol nascente – Claude Monet, 1892

L’opera venne esposta per la prima volta proprio in occasione della mostra del 1874.  In questo dipinto Monet coglie gli elementi naturali del paesaggio con sorprendente capacità di sintesi. Descrive perfettamente l’atmosfera registrando l’impressione nella sua verità istantanea, dimostrando quella necessità sempre più incalzante di individuare e rappresentare l’essenziale. Una vera e propria sfida nel cogliere l’attimo, rapirlo e impressionarlo sulla tela. Siamo di fronte ad uno scontro tra l’artista Monet, il tempo, la luce e i fenomeni atmosferici, impegnato in una foga pittorica senza pari. E’ necessario però fare una piccola precisazione..(e ne sfatiamo anche un po’ il mito…) i suoi quadri non venivano realizzati in una sola seduta. Spesso ritroviamo Monet lavorare a più dipinti contemporaneamente.

Le opere di Monet sembrano voler ritrarre la magia di un istante che un attimo dopo svanirà per sempre. Questa sensazione è data anche dal modo in cui egli impugnava il pennello. Utilizzato come se fosse una bacchetta magica (afferrandone la parte più sottile lontana dalle setole), egli sembrava incidere la tela con macchie di colore creando quella voluta imprecisione del segno che andava a ricomporsi in maniera perfetta allontanandosi dal quadro.  La sua tavolozza era gremita di colori “puri”, brillanti. Non esistevano velature, miscugli di tinte. I colori venivano organizzati in linee, macchie, puntini, lasciando allo sguardo dello spettatore il compito di creare i toni intermedi, sostenendo che i colori dovevano mescolarsi solo nell’occhio di chi osserva.

Gli impressionisti furono straordinari innovatori capaci di usare il colore in un modo rivoluzionario, valorizzando l’elemento luce con una potenza fino ad allora sconosciuta.
Ed è proprio nella luce che ritroviamo uno dei primi punti di unione tra la pittura e la fotografia. Il termine stesso“fotografia” deriva dal greco phos, “luce”, e grapho, “scrivere”, ossia “scrivere con la luce”.

Il rapporto quindi tra le due è imprescindibile. Due arti con un grandissimo debito l’una verso l’altra.
Se si osservano ad esempio alcune fotografie del tempo l’influsso della pittura impressionista è così evidente che si fatica a capire se siamo di fronte ad un quadro o ad una fotografia.

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Affascinata da questo percorso parallelo ho iniziato da poco a seguire la storia della fotografia e i suoi protagonisti. Mi sono spesso ritrovata ad ascoltare storie di fotografi che nascevano inizialmente come pittori accademici (tra questi per citarne uno fra tanti Gustave Le Gray). Osservare la loro evoluzione verso lo studio e l’uso della fotografia per poi terminare la loro carriera ancora una volta tra colori e pennelli. Lo trovo estremamente curioso e in qualche modo divertente. E’ come se questi artisti, uomini fedeli all’olio su tela…abbiano preso una sonora sbandata per la nascente e fascinosa fotografia. Tipo Ulisse con le Sirene.

La fotografia, nuovo miracolo della tecnica creato all’incirca negli stessi anni, non poteva che attrarre spiriti così attenti all’innovazione nel trattamento della luce. Assisteremo quindi ad una sorta di scissione stilistica. Da una parte alcuni pittori accademici si tuffano a bomba nel mare sconosciuto della fotografia, altri “semplicemente” influenzati, cambieranno radicalmente il modo di fare arte delineando l’inizio dell’arte moderna.

Non a caso la loro prima esposizione fu proprio all’interno dello studio di un fotografo. Come recitava una vignetta del tempo, Nadar «elevò la fotografia all’altezza dell’arte». Gli impressionisti cercavano una rappresentazione basata sulla percezione visiva della realtà. La fotografia quindi si proponeva come uno strumento estremamente utile per la realizzazione delle loro opere. Innanzitutto per l’analisi della composizione scenica. La capacità della fotografia di “fermare” le scene da ritrarre era un elemento di grande importanza per artisti che dipingevano quasi sempre all’aperto e che quindi erano condizionati dal cambiamento continuo delle condizioni di luce. Dall’altra parte alcuni fotografi dell’epoca sostenevano che una fotografia per essere considerata opera d’arte non doveva essere una mera copia della realtà ma una sua semplice trascrizione. Questo presupponeva l’intervento della mano del fotografo in fase di stampa e quindi di una rielaborazione dell’immagine a volte anche in chiave pittorica. Si scoprì quindi la possibilità di modificare l’immagine, di esaltarne alcuni particolari o di eliminarne altri. La fotografia divenne così una vera e propria forma d’arte tanto da essere presentata come tale nell’Esposizione di Belle Arti, a Parigi, nel 1859.

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Fotografia ritoccata con colori ad olio, particolare

Ecco quindi come le due arti diventano complici l’una dell’altra. Tracciando un percorso di riflessi e rimandi, luci e ombre, impressioni ed espressioni di un’epoca che si stava affacciando al nuovo secolo, il ‘900 e alle sue avanguardie.
Questo trait d’union prosegue ancora oggi. Basta pensare ad esempio alla pittura iperrealista, in cui, lo dice il termine stesso, l’artista tende ad esasperare (iper) la riproduzione fotografica rappresentando la realtà con una tale perfezione tecnica da confondere e in qualche modo anche ingannare il fruitore.
Ma questa è un’altra storia…

Pubblicato in: Artisti contemporanei

Jump atomico tra Dalì e Halsman

Dopo aver visitato la mostra dal titolo Sorprendeme! dedicata al fotografo Philippe Halsman alla Caixa Forum di Madrid, ho deciso di dedicare il prossimo articolo al suo incontro con il mio amato Salvador Dalì. Premetto che consiglio vivamente questa mostra sia per l’allestimento che per le meraviglie che si possono ammirare e scoprire in questo percorso. Ma veniamo a noi.

Correva l’anno 1941 e due tizi s’incontrano. Uno si chiama Salvador Dalì l’altro Philippe Halsman.

E cosa accade..? Che il Surrealismo si unisce alla fotografia e… BOOM!

Un’esplosione di idee, creatività, follia e genialità allo stato puro.

Effettivamente tutto è nato dopo qualche anno dal loro primo incontro, in seguito alla terribile esplosione nucleare che ha colpito il Giappone nel 1945, un evento che ha sconvolto il mondo intero e naturalmente…quello del pittore catalano Salvador Dalì. Il suo interesse in quel periodo è rivolto alla sospensione degli oggetti, in particolare al rapporto di attrazione e repulsione tra protoni e elettroni che si verifica appunto durante l’esplosione atomica. Nasce in questo periodo una nuova fase per la sua arte chiamata Mistica Nucleare in cui Dalì imposta la sua pittura sulla scelta di soggetti classici e cristiani, interpretati attraverso la visualizzazione di concetti scientifici.

“[…] Da allora l’atomo fu il principale oggetto dei miei pensieri. In molti scenari da me dipinti in quel periodo trova espressione la grande paura che mi assalì allorchè appresi la notizia dell’esplosione della bomba atomica. Decisi di utilizzare il mio metodo paranoico-critico per sondare quel mondo.

Io voglio conoscere e capire le forze e le leggi segrete delle cose al fine di dominarle. Io ho la geniale facoltà di disporre di un’arma eccezionale che mi consente di penetrare fino al nucleo della realtà: il misticismo, vale a dire l’intuizione profonda di ciò che è la comunicazione diretta col tutto, la visione assoluta in grazia della verità, in grazia di Dio. […]

Tra le opere di questo periodo ricordiamo Leda Atomica del 1949 e La Madonna di Port Lligat del 1950.

E questo in estrema sintesi il tizio numero uno: Salvador Dalì. L’altro, dicevamo, era il fotografo statunitense Philippe Halsman il quale un bel giorno ebbe una straordinaria intuizione. Un progetto fotografico molto azzardato… quasi surreale…?!  Che lo rese il più famoso fotografo ritrattista degli anni ’40 e ’50.

Decide di ritrarre i suoi soggetti in modo del tutto atipico…mentre saltano!

JUMP!

Abituati alle immagini delle riviste patinate in cui personaggi famosi dell’epoca apparivano in tutta la loro posata bellezza e singolarità, ecco che arriva lui, un tipetto dall’aspetto un po’ anonimo forse, ma dalla mente estremamente acuta ed ingegnosa che decide di sconvolgere l’irraggiungibilità di queste icone per elevarle alla più semplice condizione umana, quella di essere semplicemente se stessi.

Halsman definisce così questo suo lavoro:

“Ogni volto che vedo sembra nascondere – e, a volte, di sfuggita, di rivelare -. il mistero di un altro essere umano. Catturare questa rivelazione è diventato l’obiettivo e la passione della mia vita.”

E se da una parte abbiamo uno con la fissa della levitazione dei corpi e degli oggetti e l’altro con i suoi soggetti ritratti praticamente sospesi in aria, è un attimo che ci ritroviamo fotografie con gatti e sedie che volano, secchiate d’acqua che stanno per inondare l’atelier di uno strambo pittore dai lunghi baffi pettinati all’insù, mentre a sua volta, salta nell’atto di dipingere una tela…atomica.

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Questa opera d’arte surrealista, perché di questo si tratta…si intitola Dalì Atomicus (1948).

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Piccola postilla di curiosità legate a questa immagine: Philippe Halsman ha utilizzato una reflex biottica con negativi su lastre 4×5. Per costruire questa fotografia sono state impiegate ben sei ore di lavoro e più di venti tentativi servendosi di una equipe addetta al lancio dell’acqua e dei felini. Il cavalletto del pittore e il quadro sono risultati sospesi grazie all’utilizzo di corde trasparenti. Per rappresentare la levitazione Salvador Dalì ha eseguito un salto, dopo il lancio di acqua e gatti,  rispondendo attento al segnale di Halsman.  L’unico effetto in post produzione è stata la modificazione del taglio fotografico.  Il fotografo ha infatti eliminato la mano di sua moglie, complice di sorreggere una delle gambe della sedia. Fonti non certe sostengono che l’esperienza sia stata molto impegnativa per l’equipe, che ha dovuto sopportare a lungo gli schizzi d’acqua e la fatica, mentre gli unici che sembravano incolumi all’esperienza sono stati propri i mici.

A parte questi aneddoti degni di nota, io so solo che pagherei oro per poter essere catapultata indietro nel tempo e vivere insieme a loro quelle sei fantastiche ore di lavoro! Per assurdo…vorrei essere la macchina fotografica che in silenzio, nella sua posizione discreta ha assistito a tutto questo capolavoro e ha potuto immortalare per sempre l’unione artistica di menti tanto geniali da saper volare al di là di qualsiasi immaginazione e saltare oltre la mera rappresentazione del reale il tutto con un semplice…CLICK.!

Pubblicato in: Artisti Emergenti, L'Arte parla di sè

Nick Gentry – Ologrammi in cerca di identità

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Life on Earth – 2015 – Pittura ad olio e computer disks su legno – 75cm x 72cm

Quando pensiamo che in arte ormai non ci sia più spazio a nuove sperimentazioni, a nuove idee ecco che inaspettatamente  veniamo subito smentiti. Questo il primo pensiero avuto vedendo le opere del giovane artista londinese Nick Gentry.

Nick si avvale di materiali obsoleti come vecchi floppy disk, negativi  fotografici per realizzare ritratti. Unendo questi elementi e dipingendo su di essi con colori ad olio, l’artista crea volti dotati di una identità quasi impalpabile. Ologrammi in cerca di identità. Espressioni spente che racchiudono sguardi persi in un oblio indefinito. Personaggi dell’etere o dell’eterno.. che si rivolgono al fruitore con aria quasi smarrita, con un interrogativo stampato negli occhi, come se volessero chiedere a noi che li stiamo osservando: Chi siete! Da dove venite? (tanto per citare una battuta tratta dal film “Non ci resta che piangere” con Troisi). Alcuni sembrano quasi degli spettri, altri, volti del passato che rivivono nelle vecchie pellicole che li hanno immortalati.

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Digital Montage Number 3 -2013 – Pittura ad olio e floppy disk su legno -300 cm x 200 cm

Nelle opere di Nick Gentry avviene una fusione tra la tecnologia e l’uomo che la utilizza.  Il tempo che scandisce l’evoluzione tecnologica è lo stesso che imprigiona l’uomo nella sua caducità; alcune delle creature di Nick Gentry sembrano implorare una via di fuga da questa loro prigionia.

Mask.jpgMask – 2015 – Negativi fotografici e acrilico su lightbox LED – 42cm x 29cm