Pubblicato in: Artisti contemporanei, L'Arte parla di sè

Keith Haring: About Art

“Io penso che l’artista contemporaneo abbia una responsabilità verso l’umanità. Deve continuare la sua celebrazione; deve opporsi alla disumanizzazione della nostra cultura”

In questa citazione ritrovo pienamente l’artista scoperto ieri nella mostra che lo vede protagonista presso le sale del Palazzo Reale a Milano. Si tratta del giovane artista statunitense Keith Haring. Giovane perché anche lui come l’amico Basquiat, ebbe vita breve. Morì di AIDS a soli 32 anni.

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E’ la prima volta che vedo e conosco da vicino la sua arte e la sua storia. Risultato: Amore allo stato puro!

Può sembrare eccessivo ma a volte mi capita che un artista e le sue opere riescano a colpirmi a tal punto da crearmi uno stato di entusiasmo tale da farmi sentire incredibilmente Felice. Vieni accolto nel suo mondo. Nella sua visione della vita, dell’arte, dell’uomo e l’unico desiderio che hai è quello di ascoltare e riascoltare la sua storia infinite volte. Come un bambino che non smetterebbe mai di farsi raccontare la sua fiaba preferita. Questa è l’emozione che l’arte di Keith Haring e lui stesso mi hanno regalato.

Keith Haring per la massa è l’artista degli omini colorati. Quelli che si trovano stampati sui poster, riprodotti in tutte le salse dai complementi per la casa all’abbigliamento. Keith Haring è quel buffo ragazzo con gli occhiali, ricciolino, un po’ sfigato visto così ma che grazie alla sua sensibile attitudine al genere umano è diventato uno dei più importanti esponenti del Graffitismo Americano.

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Le opere di Haring sono popolate da sagome senza volto ne forma. Linee nette e allo stesso tempo sinuose vanno a comporre figure stilizzate che comunicano tra di loro in una danza di emozioni e di rimandi sociali, politici e alla storia dell’arte. Ci troviamo di fronte a dei fantocci volutamente privati da ogni identità ma che paradossalmente ne creano una del tutto nuova, inedita. Sono lo specchio del singolo individuo, dell’artista stesso, del suo fruitore, fino a creare il riflesso dell’umanità intera. Il suo è un linguaggio universale fatto di immagini semplici e comprensibili a tutti, questa scelta denota la sua profonda attenzione e delicatezza d’animo. Keith Haring è un artista estremamente sensibile.

“Il puro intelletto senza sentimenti è inutile e addirittura potenzialmente pericoloso”

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Ogni soggetto seppur anonimo sembra dotato di questi sentimenti tanto cari a Keith. Le sue figure stilizzate “abbracciano”, “amano”, “danzano”. Nei disegni realizzati nelle stazioni della metropolitana, negli spazi dedicati ai bambini come asili e ospedali e nelle opere pubbliche all’aperto, emerge un carattere gioioso e infantile, talvolta umoristico che vanno in contrasto con la realtà sociale di quegli anni (razzismo, disastro nucleare…)  e personale (AIDS).

Questa sua sensibilità emerge anche nel suo approccio con gli artisti da cui trae ispirazione: tra questi Jean Dubuffet, Jackson Pollock ed il contemporaneo Andy Warhol.

“Spero di non essere presuntuoso pensando che potrei esplorare possibilità che artisti come Stuart Davis, Jackson Pollock, Jean Dubuffet e Pierre Alechinsky hanno avviato ma non hanno portato a termine. Le loro idee sono idee vive. Non possono esaurirsi ma solo essere esplorate sempre più a fondo. Mi conforta il pensiero che stavano perseguendo la stessa ricerca. In un certo senso non sono solo. Lo percepisco quando vedo la loro opera. Le loro idee continuano a vivere e aumentano di potenza ogni volta che vengono esplorate e riscoperte. Non sono solo, come essi non lo erano, perché nessuno nella comunità degli artisti è mai stato né sarà mai solo. Quando sono consapevole di questa unità, e rifiuto di lasciare che si intromettano i dubbi e la mancanza di autostima, provo una delle sensazioni più meravigliose che abbia mai sperimentato. Sono una parte necessaria di un’importante ricerca che non ha fine.”

Mi colpisce molto questa sua affermazione. “Non sono solo…perché nessuno della comunità degli artisti è mai stato né sarà mai solo”. Si sente parte di una comunità. Desidera ardentemente farne parte. Vuole entrare nel tessuto sociale come membro di una famiglia che non è solo quella artistica ma è quella urbana, della gente. Vuole unirsi a questo gruppo di persone che è il genere umano comunicando attraverso le sue immagini. Ma cosa vuole dire esattamente? Che messaggi racchiudono le sue opere?

La risposta la ritroviamo nelle sue stesse parole:

“Dipingo immagini che sono il risultato delle mie esplorazioni personali. Lascio ad altri il compito di decifrarle, di capire i simbolismi e le implicazioni. Io sono solo il tramite. Traduco queste informazioni in una forma visibile attraverso l’uso di immagini e oggetti. A questo punto ho svolto il mio compito. È  responsabilità dello spettatore o dell’interprete che riceve le mie informazioni farsi le proprie idee e interpretazioni a riguardo”.

Keith Haring lascia quindi che il suo lavoro sia aperto a diverse interpretazioni. Lascia che il suo segno sia libero.

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L’albero della vita -1986

È un artista estremamente consapevole delle proprie capacità comunicative. Keith Haring si pone tra le pagine della storia dell’arte con lo stesso impatto con cui i colori accessi e la fluidità del suo tratto irrompono davanti ai nostri occhi e ci rapisco all’interno di un vortice di connessioni visive ed emozionali. Di fronte alle sue opere noi siamo curiosi di capire cosa andranno mai a comporre quelle linee. Quante figure appaiono? Che cosa stanno facendo? Ogni opera è una scoperta, una storia. Ogni figura racconta un episodio di vita, rimanda ad archetipi, a simboli.

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Il suo atteggiamento a me arriva con una purezza di intenti pari a quella di un bambino. Le sue figure ci riportano alla nostra infanzia, ad una visione pulita della realtà così com’è. Nuda e molto spesso anche cruda. Il suo tratto è controllato. La precisione con cui i suoi soggetti “parlano” tra di loro è impressionante. Non esiste uno studio preliminare. Esiste solo la sua spontaneità.

 “Io dipingo spontaneamente le sagome colorate e poi applico direttamente le linee nere, anche queste spontaneamente, in relazione alle forme del colore ( e spesso ispirato ad esse)”.

“Le cose che esprimo sono genuine perché vengono onestamente fuori da me stesso”.

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Ed è proprio così. Onesto in tutte le sue opere esibisce ogni lato della sua personalità. Anche quello più oscuro e irriverente. La sua arte mostra la complessità e allo stesso tempo la purezza del suo animo. All’ingresso della mostra ci troviamo di fronte ad una riproduzione di un suo autoritratto. Sembra la caricatura di un nerd emarginato e asociale. Poi si apre un mondo. Il mondo di Keith Haring.

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Keith Haring was here

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La follia alla radice della creatività… Gli Artisti Outsider

Nel Salotto di TraMe oggi si parla di outsider. Uomini e donne che,  imprigionati da una vita che li rende schiavi di se stessi e delle loro stesse azioni, hanno trovato nell’arte la loro via di fuga. Sono gli emarginati. Detenuti…in carcere o in cliniche psichiatriche.

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Jean Dubuffet

Nel 1945 il pittore francese Jean Dubuffet coniò il termine Art Brut, inserendo in questa nuova concezione, artisti non “professionisti” che creano al di fuori degli schemi tradizionali dell’arte. Con questa teoria Dubuffet intende quindi tracciare una nuova strada per l’arte, composta da forze artistiche originali nate da persone “completamente digiune di cultura artistica” (così vengono definiti), ma che di fatto trovano nel fare arte il cibo di cui si nutrono avidamente.

E’ l’arte dell’impulso in cui la purezza del gesto non viene intaccato da fini ultimi che la società consumistica impone. La forma espressiva è libera dagli schemi istituzionalizzati e l’artista emerge nella sua spontaneità psichica, o per meglio dire psicotica.

Si tratta di una produzione indipendente. Spontanea. Non esiste tecnica nè modello estetico.

Le regole non esistono. Esiste solo la pura necessità di esprimersi.

Gli artisti outsider sono completamente soggiogati dalla tirannia della loro mente. Rischiano di isolarsi per sempre in balia delle loro pulsioni, ma nel momento in cui riescono a scovare il loro canale espressivo lo trasformano in via di comunicazione primaria, regalando a noi fruitori, affascinanti capolavori di assoluta inconsapevolezza creativa. Travolti da una vocazione inedita, gli outsider creano negli atelier degli ospedali psichiatrici: una paradossale stanza delle meraviglie in cui le inquietudini più profonde emergono spontaneamente.

Gli outsider non hanno pubblico. Creano per se stessi sfiorando i confini tra il conscio e il subconscio. Sfidano il sistema dell’arte ponendo l’istinto al comando delle loro opere.

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Oreste Fernando Nannetti – Nof

Tra gli esponenti dell’Art Brut vi segnalo Oreste Fernando Nannetti noto con lo pseudonimo N.O.F.4 Egli fu pittore graffitista durante la sua reclusione dell’ospedale psichiatrico di Volterra a ridosso degli anni ’60. In quel periodo  incise nelle sue ore d’aria, una serie di graffiti sugli intonaci del complesso, utilizzando le fibbie delle cinture che facevano parte della divisa degli internati.

I graffiti hanno per tema racconti visionari spesso incoerenti e difficilmente interpretabili.

Tra le frasi che sono state riconosciute leggiamo:

«io sono un astronautico ingegnere minerario nel sistema mentale»

«grafico metrico mobile della mortalità ospedaliera 10% per radiazioni magnetiche teletrasmesse 40% per malattie varie trasmesse o provocate 50% per odi e rancori personali provocati o trasmessi»

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Graffiti di Nof presso l’ospedale psichiatrico di Volterra

Vi allego un breve video molto interessante per conoscere più da vicino la vita di questo outsider: Nannetti Oreste Fernando: N.O.F.4

Altro esponente è il siciliano Filippo Bentivegna che nel suo podere creo il “Castello Incantato”. Una sorta di museo all’aperto animato da migliaia di sculture in pietra.

Eccolo qui accoccolato tra le sue opere.

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Filippo Bentivegna nel suo “Castello Incantato” – Sciacca

Oggi gli outsider sono ancora attivi in diverse strutture. Rinchiusi nel loro stato mentale continuano a creare opere che urlano il loro disturbo sotto il silenzioso atto della creazione impulsiva.

Affascinata da questa forma d’arte ho approfondito l’argomento leggendo e ascoltando alcune interviste di alcuni pazienti ricoverati presso l’ospedale psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere.  Vorrei riportarvi qui alcuni estratti:

 “Ho preso l’abitudine di dipingere pensando a delle parole e poi riportando le lettere sulla tela bianca..sulla tela bianca che un po’, dal mio punto di vista, rappresenta l’inconscio. Appena uno si…appena mi guardo..appena guardo la tela bianca ho anche un attimo di soggezione”

“….Niente di tutto ciò che mi passa per la testa è giudicabile e ciò che viene proiettato all’esterno diventa un oggetto e un dato di fatto. Non so se ho mai capito veramente l’essenza dell’arte. E’ proprio il dubbio..quel capire e non capire..quella certezza incertezza..che mi genera..quell’aspetto dell’arte che mi ha sempre affascinato.”

“Per me il disegno è un gioco. Ma come tutti i bambini lo prendo molto, molto sul serio, nel senso che è un modo di organizzare e disorganizzare lo spazio che ho davanti…”

“L’arte per me…l’arte per me è la mia vita. Ma non solo dipingere, l’arte e tutte le forme di arte a me piacciono, perché è espressività, armonia con l’universo.”

Si dice che la follia possa raggiungere le radici della creatività…

Gli outsider paradossalmente sono dei privilegiati. La loro mente scombinata li proietta in un mondo parallelo in cui dialogare con l’arte è l’unico modo per essere realmente liberi.