Pubblicato in: L'Arte parla di sè

“Nise – Il cuore della follia” – Non aver paura dell’inconscio

E’ il primo giorno dell’anno e ho già ricevuto un regalo inaspettato. Tardo pomeriggio after pulizie di casa, relax sul divano, consultiamo Netflix e un titolo ci colpisce: Nise – Il cuore della follia. La trama dice: In questo film tratto da una storia vera, una psichiatra si oppone all’elettroshock come cura per la schizofrenia e incoraggia i suoi pazienti a dedicarsi all’arte.

Nise-poster.jpg

Perfetto direi. Il film inizia con un’immagine stupenda. Un inchino al direttore della fotografia. Una donna di spalle, vestita con un tailleur rosso ruggine, bussa insistentemente alla porta sorda di un edificio freddo e austero. Quella donna è la Dottoressa Nise da Silveria e quell’edificio è il Centro Psichiatrico Pedro II di Rio de Janeiro.

Di origine brasiliana, fu la prima donna psichiatra a rifiutare i metodi cruenti usati all’epoca per curare la schizzofrenia. Era circondata da colleghi (tutti uomini) sostenitori di “grandi innovazioni scientifiche” come l’utilizzo della lobotomia e dell’elettroshock. Disorientata da tanta violenza decise di perseguire la cura alla schizzofrenia con un suo metodo che aveva come capisaldi l’affetto e l’arte. Ovviamente il suo operato fu subito criticato ed ostacolato il più possibile. Se si fosse trovata durante i secoli della caccia alle streghe non avrebbe avuto scampo. Fortunatamente ai suoi tempi, si parla del secondo dopo guerra, nonostante le difficoltà che incontrò ed i pochissimi mezzi che aveva a disposizione, trasformò vecchie e luride sale ospedaliere in atelier di pittura e scultura, laboratori di cucito e di giardinaggio.

Allieva della scuola di Jung mise al centro delle sue cure l’attenzione al paziente, prima di tutto considerandolo e trattandolo come essere umano estremamente fragile, viste le condizioni in cui questi poveri disgraziati si trovavano. Condizioni psichiche aggravate notevolmente dall’ambiente in cui erano reclusi e dai metodi che dovevano subire.

Nise divenne una sorta di madrina di questi uomini e donne afflitti da patologie oscure e vorticose in cui il loro senno sembrava completamente disperso. Con l’aiuto di validi collaboratori, dotati anch’essi di una particolare sensibilità umana, riuscì ad utilizzare l’arte come canale per liberare il torbido che ormai si era sedimentato nell’inconscio dei suoi pazienti.

Attraverso i colori e la creta i pazienti esprimevano liberamente il loro stato interiore, il loro inconscio. Partendo inizialmente da segni confusi e compulsivi, passarono poi a forme geometriche più precise e delineate, fino ad arrivare alla rappresentazione della realtà. Una realtà interiore. I fantasmi e i traumi del passato, spesso causa del loro ricovero, iniziarono ad emergere sulla tela, ad essere vivi attarverso la materia. I progressi furono sorprendenti. Tanto da portare qualcuno di loro alla guarigione.

1228411_Nise.jpg

La produzione di questi atelier fu sottoposta ad un famoso critico d’arte brasiliano Mario Pedrosa, che volle fortemente divulgare  questa nuova ed entusiasmante forma d’arte al di fuori dell’ospedale psichiatrico.

Nel 1952 fu organizzata una mostra che successivamente evolverà in un museo.  L’abbondante produzione artistica di questi nuovi talenti è in continua crescita. Nel gennaio del 1981 la sua collezione riuniva circa 160 mila documenti tra pitture su tela, su diverse tipologie di carte, disegni o modellazioni.

Il museo oggi è un centro vivo di studi e ricerche sulle immagini dell’inconscio, aperto a tutti gli studiosi di tutte le scuole psichiatriche.

Grazie a questo metodo il malato subisce un mutamento. Non solo psichico ma anche umano. La sua malattia si trasforma in talento. Il mondo interiore, invisibile e spesso spaventoso, si apre attraverso l’arte. Emerge senza paura, senza limiti, senza restrizioni. Esplode nei colori, nei segni tracciati dal pennello, nelle forme plasmate dalle mani. E’ un linguaggio puro, complesso, essenziale, intenso. E’ il linguaggio dell’incoscio che ognuno di noi conserva dentro di sé, come in una scatola dei segreti.

Alcuni di essi sono sconosciuti persino a noi stessi. E’ il sorprendente potere della mente. Lucida e irriverente. Tutti noi abbiamo in dono un pizzico di follia. Così come la rabbia, la paura, la passione sono sfumature del nostro essere anche la pazzia ci appartiene. Se è vero che esiste il suo opposto per ogni cosa…potremmo dire che non c’è gioia senza dolore così come non esiste ragione senza follia.

E’ il primo giorno dell’anno e questo film mi ha regalato delle emozioni molto forti e soprattutto un grande senso di speranza. La speranza che ognuno di noi sia sufficientemente pazzo da trovare nella vita la sua personale forma d’arte. Quella pratica che tocca le corde del proprio inconscio liberandolo da gabbie inutili che ci impediscono solamente di mostrare il nostro talento più grande, quello di essere semplicemente noi stessi.

 

Pubblicato in: L'Arte parla di sè

“Sogno di dipingere e poi dipingo il mio sogno”

Sono giorni che mi imbatto in questa frase. Una citazione che mi ha colpito subito. La leggo una volta…due…spunta sempre in quei frammenti di giornata in cui riesco a respirare un attimo tra una corso e l’altro… tra un’asse da levigare e un comodino da accomodare… eccola di nuovo… “Sogno di dipingere e poi dipingo il mio sogno”.

Adesso devo sapere chi è l’autore di questa citazione…
Cerco…
scopro…
sbuffo…
Si sbuffo! Perché????!?!?!

Perché questa frase è del signor Vincent Van Gogh!

Sono un po’ delusa devo dire la verità.

Mi sarei aspettata un visionario pacioccone come Mirò…

Un romanticone mielenso come Chagall…

Invece no. Vincent Van Gogh. Lui. Rozzo, ribelle e asociale come pochi… mi spara sta frase. Ma ti pare! Cerco nuovamente su fonti autorevoli come “aforisticamente.com” o “frasi celebri.it” e niente…è proprio sua.

Sta cosa non mi fa dormire. E’ domenica mattina. Ieri sera sono uscita e fatto l’una tra una cosa e l’altra. Mi sveglio e mi viene in mente sta frase. Ancora una volta. E’ necessario prendere in mano la situazione. Ed eccomi qui…che riprendo le redini del mio blog e ricomincio a scrivere. Mai mi sarei aspettata di riprendere proprio da lui. Ma si sa l’arte è imprevedibile…quindi lasciamoci trasportare da questo raptus Vangogghiano… e procediamo con la ricerca.

Non so se si è capito… a me Van Gogh…mmm…insomma…diciamo che…ecco: diciamo che non rientra esattamente nella mia super classifica show…

Se provo ad analizzare la natura psicologica di questa mia “antipatia” ammetto che è più imputabile alle mostre a lui dedicate che ho avuto modo di visitare negli ultimi anni…più che al povero Vincent e alla sua pittura. Forse è diventato un po’ troppo protagonista di quelle esposizioni dedicate ad una società di massa e non ad un pubblico pensante e sensibile all’arte. Che paroloni…

Mi spiego meglio…esistono secondo me autori che rientrano in una categoria che io definisco “i paraculati dell’arte” in cui la singolarità dell’artista, la sua fama si uniscono al successo a livello di marketing e mass media e una buona dose di trend del momento. Sono i “mai più senza” dell’arte. Sono quell’abito total black che DEVI avere nell’armadio perché ti salva quando vieni colpita dalla sindrome “non ho niente da mettermi”.

Questi artisti sono l’asso nella manica nelle conversazioni medie tra gente media.
– “Ah sono andato alla mostra di Van Gogh ieri”
– “Eh com’è? Anche io vorrei andare!”
– “ah bella!
-“eh allora ci andrò. A me i papaveri di Van Gogh piacciono tantissimo!”
FINE.

Di fronte a queste conversazioni le mie orecchie subiscono una sorta di prolasso…e cadono suicide sul pavimento.
E senza volerlo ci si ricollega ad un famosissimo episodio della vita di Van Gogh. Quando una sera tra una pennellata e l’altra decide di tagliarsi un orecchio. Le versioni legate a questo gesto sono le più disparate. Qualcuno sostiene che dopo essersi amputato l’orecchio, lo avvolse accuratamente in un candido tovagliolo e con amore lo portò ad una donna, forse una prostituta. Altri lo collegano ad un funesto litigio con l’amico Gauguin, altri ancora alla notizia del matrimonio del fratello minore Theo. Lieta novella che Vincent prese benissimo mi dicono.

Ma si sa, la verità sta nel mezzo:
Il giovane Theo, come consuetudine del tempo, chiese al fratello maggiore il benestare alle nozze. Il tenero Vincent anziché gioire per il fratellino, se la prese a morte perché ebbe il timore di perdere il sostegno economico del fratello, giovane mercante d’arte per altro. Il giorno stesso in cui ricevette la lettera del fratello ebbe la famosa litigata con il compagno Gauguin e fomentato da questa lite si mozzò l’orecchio. Nonostante la profonda ferita si recò in una casa di tolleranza, dove consegnò, avvolto in un foglio di carta, il lobo insanguinato a una ragazza, forse una prostituta. In seguito a quell’episodio Van Gogh fu ricoverato e tenuto in isolamento per due settimane. “Presto torneranno i giorni belli, e io ricomincerò a occuparmi di frutteti in fiore”, scrisse al fratello Theo.

Autoritratto-con-l-orecchio-bendato-big-4061-654.jpg

E qui si ritorna alla sua doppia personalità. Al suo evidente malessere. Leggo, mi documento e scopro che l’antipatico Vincent viene considerato il “pittore malato” per eccellenza! Sono sorpresa e sinceramente dispiaciuta. Continuo la mia ricerca. “Vittima di periodi di crisi caratterizzate da allucinazioni e attacchi di tipo epilettico che lo portavano poi in periodi di profonda depressione, ansia e confusione mentale. Ci sono stati molti studi sulla malattia di Van Gogh. Tra questi è quella proposta da Arnold (1992), il quale riscontra nei sintomi dichiarati dal pittore una somiglianza con quelli propri di una rara malattia eridataria: la porfiria acuta intermittente.” (per chi volesse approfondire l’argomento).

Leggendo queste pagine scopro un nuovo Van Gogh. Riesco finalmente a vedere oltre a quell’artista sfruttato da certi curatori di mostre (non faccio nomi) per incassare soldi più che per educare persone. Scopro un uomo profondamente turbato, sofferente, angustiato da una malattia che non gli da tregua ma che per ironia della sorte gli permette di dipingere capolavori.

Scopro Vincent Van Gogh e la sua sensibilità imprigionata. Che grida attraverso pennellate vorticose, tormentate, dense di colore. Attraverso prospettive distorte, allucinate. E non posso far altro che provare profonda tenerezza per un uomo che ha combattuto una vita contro i fantasmi di una mente malata che ha trovato come canale di vita l’arte. La sua pittura che è rimasta al suo fianco fino alla morte, voluta e compiuta nel “suo” campo di grano.

file_4f721b9d4d414.jpg

Oggi faccio una promessa a me stessa e a te caro Vincent. Leggerò altre pagine a te dedicate. Osserverò i tuoi dipinti con occhi diversi. Proverò a guardarli con i tuoi occhi, dalla tua prospettiva. Farò miei i tuoi turbamenti per entrare nella tua arte. Sentirne il sapore. Parlerò di te con entusiasmo. E chissà magari qualcuno che sta leggendo queste righe in questo momento proverà le stesse mie emozioni e si avvicinerà a te e ai tuoi capolavori con una nuova riflessione.